La scienza non decide proprio niente: misura e basta. Con la scienza puoi misurare l’uccello a tutti i maschi del mondo, ma non puoi usare la scienza per affermare che “lungo così va bene” e “lungo così non va bene.” La scienza non afferma proprio niente riguardo ai significati. Non decide cosa sia meglio o peggio, buono o cattivo, giusto o sbagliato: misura soltanto “quanto” e “come” rispetto a dati parametri. Metri, pollici, iarde, ettari, litri, tonnellate, mega-watt, candele e tutte le combinazioni possibili di ogni tipo di misura. Può dirci quanta birra c’è, che elementi la compongono, che gradazione alcolica possiede, ma non potrà mai dirci se è buona o cattiva, se è poca o troppa, se ci salva la serata o ce la rovina. Eppure, oggi tentiamo di forzare la scienza a dirci cosa siamo, cosa dobbiamo fare, cosa temere, cosa privilegiare. Questo uso incongruo, questo desiderio di farne un oracolo delle Verità e del significato della vita, ha radici profonde. Sono certezze che l’uomo cerca d’imbastire da quando ha raggiunto l’autocoscienza, e senza di esse si sente perduto.

DIO è morto, il suo bisogno no
La scienza ha demolito le religioni, ne ha smontato il fascino pezzo per pezzo, dimostrando l’illogicità, l’impossibilità delle narrazioni che accompagnano ogni tipo di fede. Ha sgonfiato la potenza evocativa di madri vergini, morti risorti, serpenti parlanti, mele vietate, oceani che si aprono e rovi che parlano, riducendo queste immagini a metafore, parabole raccontate ai semplici, cancellandone la forza emotiva. Ha celebrato l’identità del “cittadino istruito e razionale” e l’ha contrapposta a quella di “contadino ignorante e superstizioso”. Con lo sviluppo verticale delle tecnologie che dalla scienza derivano, ha sbaragliato ogni concorrenza: se posso darti uno schermo piatto da 70 pollici con casse stereo surround da stadio e garantirti che avrai un posto comodo su una astronave da crociera per Marte, che bisogno hai di sentirti un imbecille credendo a ridicole e impossibili favolette sui miracoli? E così la fede è rimasta solo come orpello di morale interiore o tuttalpiù bandiera da tradizione culturale, ma è stata del tutto espropriata del suo enorme, millenario magico potere di protezione.

Non sono invece affatto scomparse le domande, i terrori che la fede teneva a bada. Quando tuo figlio finisce stritolato da un autobus, se la statistica dice che capita a uno su centomila non ti senti consolato, come invece accadeva ai nostri antenati nel sentirsi dire che era stato “scelto da dio”. Il fatto che un suo organo sia rimasto abbastanza intatto da venire trapiantato in uno sconosciuto dall’altra parte del mondo non ti fa sentire meno la sua mancanza, come accadeva quando sentivi “ti aspetta nei cieli”, e il Prozac può farti dormire qualche ora in più ma non ti restituisce un senso alla vita come accadeva una volta nel sentirti dire che “dio ha un piano anche per te”.

La maggior parte di noi sente ancora il bisogno di qualcuno che gli dica cosa è giusto e cosa sbagliato, dove sta il male e come tenerlo lontano. Qualcuno superiore, qualcuno che conosca i segreti della creazione a noi inarrivabili. Ecco come diventa possibile trasformare il morbillo in una terribile pestilenza – e chi non si vaccina in un untore. Ecco come diventa proibitivo incontrarsi a un appuntamento se soltanto si scarica il cellulare. Ecco perché, quando un black out in una città dura più di dieci minuti, le crisi di panico e gli atti di violenza crescono a ritmi esponenziali. Succede poiché la scienza ha preso nel nostro inconscio il posto della religione. In essa cerchiamo le stesse risposte e poiché non è adatta a fornircele, la trasformiamo in un culto. Non vogliamo davvero che il medico ci spieghi cosa accade, col rischio di scoprire che semplicemente non lo sa: vogliamo che ci faccia stare meglio. Vogliamo che compia una magia, ci fornisca una pozione magica. Vogliamo che basti giurare obbedienza per liberarci dal male. Abbiamo trasformato la scienza in una fede, e senza di essa ci sentiamo indifesi, inetti, dispersi e disperati, preda del terrore.

La stoffa della SPERANZA
Questa trasformazione è stata più semplice e indolore di quanto si voglia ammettere perché credere in un dio barbuto che divida i probi dagli iniqui, separi il vero dal falso e faccia giustizia su tutto è un processo tessuto della stessa sostanza del credere che due più due faccia quattro o che il quadrato costruito sull’ipotenusa sia equivalente all’unione dei quadrati costruiti sui cateti. Il dio barbuto esiste in una mente, individuale prima, collettiva quando condiviso. Il teorema di Pitagora anche, allo stesso identico modo. Non esiste senza una mente che lo pensi, scompare quando nessuna mente lo ricorda, ricompare quando una mente lo riscopre, e così via. Vive SOLO dentro una mente e i suoi “archivi”. Ed esattamente come il dio barbuto, la scienza è divenuta per molti sinonimo di Verità Ultima, oracolo del senso di ciò che accade loro, e guida per le loro esistenze.
Ecco come la scienza viene trasformata in una religione, un culto dai tratti spesso fanatici, che trovo più onesto e corretto definire LaScienzah.

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