Il cervello è tutt’altro che un pacifico contenitore di dati, concetti e immagini. Il cervello è un instancabile produttore di ipotesi su ciò che il nostro corpo troverà lì fuori.

Questo è un concetto difficile da far nostro perché ci sembra che il mondo sia qualcosa di “dato”, fermo e immobile, che giunge a noi così come ci si presenta, ma i fatti contraddicono totalmente questa visione semplicistica. Infatti, non solo il mondo deve sempre passare per il filtro dei nostri sensi, che già di per sé, in un certo qual modo, “distorcono” quello che è il dato che la realtà ci presenta (non abbiamo idea se il colore rosso che vediamo su quel vestito sia qualcosa che esiste nella realtà in sé oppure se è un modo con cui il cervello codifica un dato sensibile, presentandocelo in modo intellettualmente “commestibile”), ma soprattutto il cervello svolge un ruolo estremamente importante per la nostra sopravvivenza e al tempo stesso per la nostra comprensione del mondo.

Una delle più recenti teorie in fatto di rapporto tra mente e corpo, cervello e realtà, dimostra infatti che il nostro cervello è un efficientissimo e instancabile produttore di ipotesi. Questa teoria, chiamata “Attention Schema Theory” (AST), afferma che il ruolo principale del nostro cervello è di anticipare in continuazione la realtà di pochi millisecondi. Si tratta di un meccanismo che permette di comprendere come mai, anche in stato di riposo, il cervello venga attraversato da più di trecentomila impulsi elettrici, pensieri e stimoli in ogni secondo, anche se noi siamo consapevoli al massimo di due o tre di quegli stimoli.

Il nostro livello di coscienza infatti non ci permette di accedere al funzionamento fisico del cervello, il quale diviene accessibile solo grazie alla tecnologia, che ci mostra la sua incessante attività. E quell’attività risulta essere tutt’altro che superflua, anzi: senza di essa probabilmente non sopravvivremmo nemmeno un secondo nel mondo lì fuori.

Gli autoinganni
Le ipotesi che il cervello in continuazione produce hanno lo scopo di prepararci all’incontro con la realtà, ipotizzando quello che ci si presenterà di fronte. Spesso noi ci dimentichiamo che il cervello è “cieco” al mondo circostante, nel senso che non vede in diretta quanto avviene, ma deve rielaborare sempre con una piccolissima frazione di secondo in ritardo tutto quanto riceve dagli organi sensoriali. Questa cecità del cervello gli impone di arrivare un po’ in anticipo sugli eventi al fine di non farci trovare impreparati.

Per fare un esempio concreto, pensatevi alla guida di un’auto su una strada che non conoscete. Il ruolo del cervello non è solo quello di rielaborare gli stimoli che riceve dai vostri occhi (l’andamento della strada, le altre auto, i pedoni) o dal tatto (la resistenza del volante, la collocazione del cambio, la pressione di un tasto), al fine di farvi agire in consonanza a quanto riceve, ma anche e soprattutto quello di produrre ipotesi su quanto avverrà nel millisecondo successivo al presente. Il cervello, mentre voi siete su un rettilineo, ipotizza tutte le possibilità che ancora non potete vedere: la strada svolterà a destra, un pedone attraverserà la strada, un semaforo diverrà rosso, un dosso ci farà sobbalzare, il motore si romperà, un insetto colpirà il parabrezza, e così via. Tutte quelle ipotesi preparano il nostro corpo, in modo quasi completamente inconscio, a reagire il più in fretta possibile a quello che poi la realtà ci presenterà di fronte: siamo pronti a secernere adrenalina, nel caso un pedone attraversasse di colpo la strada, al fine di farci frenare quasi senza pensare; siamo pronti a muovere i muscoli delle braccia per svoltare a destra, in caso ci fosse una brusca curva; siamo pronti a suonare il clacson in risposta ad uno scatto d’irritazione, nel caso un’auto ci tagliasse la strada, etc.

La percezione è quindi un miscuglio, che spesso emerge alla nostra coscienza poco ordinatamente, di percezione e ipotesi: le due cose non sono separate poiché percepiamo anche sulla base di quello che il nostro cervello ipotizza, e ipotizziamo anche sulla base delle nostre percezioni passate. È un meccanismo che definiremmo un circolo virtuoso, il quale può essere riassunto con la parola “esperienza”.

Ma accade, alcune volte, che le ipotesi prodotte dal cervello sopravvivano anche senza che la realtà abbia confermato la loro veridicità. Come se guidando ci convincessimo che la strada stia svoltando a sinistra anche se in realtà il rettilineo è continuo, e in questo modo lo schianto sarebbe inevitabile. Questo è il regno dell’autoinganno del cervello, che sfocia addirittura nell’allucinazione: continuare a seguire un’ipotesi molto forte e credibile che contraddice ciò che i sensi ci restituiscono, ma che ci fa comportare in coerenza a quell’ipotesi e non alla realtà. Questo è il caso in cui le aspettative (le ipotesi del cervello, ovvero ciò che il nostro cervello “si aspetta” dal mondo) soffocano la percezione e distorcono la nostra visione del mondo. Tragico è anche il destino di chi crede di non avere aspettative, ipotesi, ma di essere sempre a contatto con il mondo “così com’è”: costui si troverà così terribilmente contraddetto dal mondo da rimanere senza fiato, quando le ipotesi della sua mente, che vengono prodotte anche senza il suo consenso, prenderanno il sopravvento. Disciplinare la percezione significa perciò comprendere questo intricato rapporto tra mente e corpo, tra cervello e realtà: riconoscere il ruolo produttivo della mente è il primo passo per far pace con il mondo.

Il secondo passo è saper dare giusta importanza ai nostri pensieri, che partoriscono la realtà percepita, e alla realtà, che ci fornisce il materiale per l’esperienza.

La gente senza cervello è pericolosa tanto quanto la gente senza realtà.





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