Zuckerberg

Facebook è ancora sotto la lente d’ingrandimento della stampa specializzata, e non solo, per il modo in cui tratta la privacy dei suoi utenti, anche minorenni. Il comportamento del più grande social network del pianeta è –per usare un eufemismo– molto poco trasparente. La fame di dati riguardo le abitudini di tutte le persone che utilizzano i suoi servizi sembra non avere più confini.

Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica e le ancora poco chiare “infiltrazioni russe” durante la Brexit e nelle elezioni americane, ecco che arriva un’altra tegola sull’indaffaratissimo ufficio che cura le pubbliche relazioni di Facebook. Il social, infatti, ha segretamente pagato alcuni utenti per installare un’applicazione, Facebook Research, che informa l’azienda riguardo a tutto quello che fanno sul proprio telefono, dalle applicazioni installate (e quello che viene fatto all’interno di esse) al registro delle chiamate. Tecnicamente, l’aspetto più controverso è che l’applicazione, che funziona come una VPN, aveva i permessi per accedere al root del traffico di rete. Questo permetteva a Facebook di decrittare e analizzare ogni attività dello smartphone di chi l’aveva installata.

Come raccontato in esclusiva da TechCrunch, Facebook ha pagato alcuni utenti di età compresa tra i 13 e i 35 anni fino a 20$ per vendere la propria privacy installando l’app Facebook Research su sistemi iOS e Android. Addirittura, Facebook ha anche chiesto agli utenti di effettuare screenshot della pagina della cronologia dei propri acquisti su Amazon.

L’intermediario di Facebook, uTest, ha pubblicato annunci su Snapchat e Instagram, attirando gli adolescenti al programma di ricerca con la promessa di denaro

L’iniziativa è stata gestita tramite servizi di beta testing come Applause, BetaBound e uTest in modo da occultare il coinvolgimento diretto di Facebook. Gli sforzi dietro a Facebook Research sono indicati in alcuni documenti interni come “Project Atlas”, denominazione che evidenzia lo sforzo di Facebook di mappare le nuove tendenze e i propri competitor in tutto il mondo e in maniera capillare.

Niente di illegale, almeno non in modo plateale, in quanto chi ha scaricato l’app avrebbe volontariamente accettato gli ampi margini di manovra dei relativi termini di utilizzo. A intervenire, tuttavia, è stata Apple, che ha rimosso dal proprio store l’applicazione per una possibile violazione delle sue policy.

Ed è proprio in questo frangente che si dimostra, se non un comportamento apertamente al di fuori della legge, almeno una condotta ambigua portata avanti con malafede.

Poche ore dopo la pubblicazione dell’articolo, infatti, Facebook ha dichiarato a TechCrunch che avrebbe spontaneamente ritirato la versione iOS della sua app Research in seguito alle rivelazioni. Ma un portavoce di Apple, dopo aver confermato la violazione dei termini dell’AppStore da parte di Facebook, ha dichiarato che l’app è stata bloccata dalla Mela prima che il social network apparentemente la ritirasse di sua volontà. Farebbe sorridere la goffaggine con cui il team di Zuckerberg continua a gestire ogni crisi che gli passa davanti, se non fosse che in ballo ci sono questioni di privacy che riguardano un’azienda che dichiara di avere oltre 2 miliardi di utenti.

A peggiorare la situazione è il fatto che Facebook Research è il rebranding di Onavo, azienda acquistata nel 2014 per 120 milioni di dollari. Onavo aveva già fatto notizia. BuzzFeed News aveva rivelato che dietro l’acquisizione di Whatsapp da parte di Facebook c’era proprio l’app Onavo. Essa aveva permesso di evidenziare come l’utente medio inviasse via WhatsApp più del doppio dei messaggi rispetto a quelli inviati attraverso Facebook Messenger. Onavo ha permesso, dunque, a Facebook di individuare la crescita di WhatsApp e di giustificare la gigantesca cifra di 19 miliardi di dollari per l’acquisizione del 2014. Da allora WhatsApp ha triplicato la sua base di utenti, dimostrando come le analisi di Onavo fossero accurate.

Lo slogan utilizzato in passato da Zuckerberk annunciava con la sbarazzina arroganza della Silicon Valley: “Move fast and brake things”. È stato più volte ripreso dai critici nella variante “Move fast and brake privacy”. Il caso sollevato da TechCrunch rientra perfettamente in questa categoria.





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