Un tema tortuoso, che si dipana tra molteplici interpretazioni giuridiche e sentenze spesso in contraddizione tra di loro. Stiamo parlando della punibilità della coltivazione e della vendita di semi di cannabis, in questi giorni tornate al centro della discussione in seguito ad una sentenza della VI sezione penale della Corte di Cassazione.

COSA HA STABILITO LA CASSAZIONE
La sentenza in questione si esprimeva sul ricorso presentato dall’avvocato di un imprenditore avellinese nei confronti del sequestro di “91.000 semi di cannabis, attrezzature per la coltivazione della canapa e depliants” informativi sulla coltivazione di cannabis e alla conseguente accusa per “istigazione alla coltivazione di sostanze stupefacenti”. La Corte di Cassazione ha giudicato legittima l’azione del Tribunale di Avellino, e questo è bastato ad alcuni media per concludere che fosse stato stabilito che la vendita online di semi di cannabis, se affiancata da materiale illustrativo sulla marijuana, configuri sempre un reato penale.

IL REATO DI ISTIGAZIONE ALLA COLTIVAZIONE
Ma le cose non stanno così, come spiega a Dolce Vita l’avvocato Carlo Alberto Zaina, tra i massimi esperti del tema e autore del libro “Gli stupefacenti. Legislazione, dottrina e giurisprudenza”: «La Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi solo sulla astratta legittimità del sequestro ed a stabilire se la condotta in questione poteva essere oggetto di un eventuale processo. Non era, quindi, una pronunzia che attenesse all’esito di un processo. La Corte, quindi, non ha affatto stabilito che la vendita di semi sia un reato, ma ha solamente confermato che è legittimo che un magistrato ponga questa condotta sotto indagine per verificare se è presente un reato presente nell’ordinamento italiano, nella fattispecie quello di istigazione alla coltivazione». Quella relativa alla vendita di semi di cannabis è una pratica che già diverse volte in passato è finita al centro di processi per “istigazione”, praticamente sempre conclusisi positivamente per gli accusati. «I semi di per sé non hanno alcun principio attivo e il loro commercio non configura nessun reato – specifica Zaina – tuttavia è sempre consigliabile che i rivenditori evitino di allegare opuscoli o materiale pubblicitario sulla marijuana perché è proprio questa concomitanza che porta alcuni giudici ad avviare procedimenti per istigazione alla coltivazione di sostanze stupefacenti».

NESSUNA PENA AUTOMATICA PER LA COLTIVAZIONE
Un capitolo a parte lo merita poi quanto affermato sul portale giuridico “laleggepertutti.it” che in un articolo sulla sentenza ha allargato il discorso alla coltivazione di cannabis, affermando che «la coltivazione di sostanze stupefacenti è sempre un reato […] anche se le piantine sono acerbe» in quanto «per far scattare il reato non conta la pericolosità delle piantine di cannabis al momento dell’arrivo delle autorità, ma ciò che esse possono diventare in potenza». Queste, secondo l’avvocato Zaina, «sono affermazioni fortemente inesatte, in quanto sono molteplici i casi in cui i tribunali hanno assolto imputati che avevano allestito coltivazioni di cannabis ad uso evidentemente personale, negando l’offensività della condotta coltivativa>>. La coltivazione di cannabis è una condotta che spesso ha portato sentenze anche opposte da parte dei magistrati, ma non è vero che sia sempre considerata un reato a prescindere dal numero di piante coltivate e dal loro stato di maturazione. Anzi questa visione è ormai fortemente superata e non può bastare una isolata sentenza. (tema che abbiamo già approfondito in questo articolo).





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