Coltivazione domestica in Parlamento, l’opinione dell’avvocato
La legge sulla coltivazione domestica è arrivata alla Camera dei deputati per la discussione in aula, ecco cosa ne pensa l’avvocato Zaina
L’arrivo alla Camera della proposta di legge sull’autoproduzione di cannabis potrebbe legittimare la speranza, per dirla coloritamente con Nino Manfredi, che «fusse che fusse la vorta bbona».
In realtà, diversamente da quanto taluni sostengono (e auspicano), siamo, purtroppo, ancora ben lontani dell’epilogo di un vero e proprio tormentone legislativo.
Nonostante le pastoie burocratiche e le tattiche patitocratiche, per fotografare la situazione del procedimento normativo in corso, si potrebbe attingere, con un minimo di realismo, ad una citazione di Galileo indubbiamente più solenne: «Eppur si muove».
Sul piano tecnico-giuridico, diciamo subito che il testo proposto, al netto di eventuali emendamenti, costituisce una discreta e realistica base in senso riformista. Certamente, si tratta di un passo avanti ne lungo cammino da percorrere, anche se ogni entusiasmo mi pare fuori luogo.
L’ANALISI DELLA PROPOSTA DI LEGGE
Intanto, a mio avviso, appare importante la riformulazione del progetto di legge C 2307, laddove la coltivazione acquisisce quel ruolo di centralità e di traino all’interno dello stesso, che prima, invero, non risultava avere.
La previsione dell’art. 1, che innova il sistema delle autorizzazioni – di cui all’art. 26 dpr 309/90 – introducendo il comma 1-bis, conferma la chiara volontà di depenalizzare la coltivazione domestica, a precise condizioni. È palese il rilievo che il numero di piante coltivabili, sancito come limite massimo per escludere la valenza penale della condotta, attestato nel progetto di legge, sulle quattro unità, appare frutto di un compromesso al ribasso, rispetto all’indirizzo della giurisprudenza di rito (su tutte la sentenza 12348/20 SSUU) e soprattutto di merito, venutasi a creare in questi anni.
L’orientamento prevalente ha, infatti, ritenuto di potere fare rientrare nel concetto di inoffensività della condotta coltivativa anche piccole piantagioni composte da 6/7 esemplari (V. ex plurimis, addirittura sin dal 2007 sentenza GIP Cremona dott. Salvini). Sicché non è dato modo di comprendere la timidezza del legislatore nella determinazione della quantità-limite delle piante coltivabili, che avrebbe potuto essere maggiore.
Indubbiamente corretto appare, però, il richiamo correlato (al citato art. 26 che è norma caposaldo del regime delle autorizzazioni) operato dalla lett. d) dell’art. 2, che modifica il comma 4 dell’art. 73 dpr 309/90, specificando espressamente – una volta di più – la non punibilità della coltivazione di 4 piante femmine di cannabis.
Importante mi pare, sul piano scientifico e botanico – la precisazione relativa all’indicazione del sesso delle piante, la cui coltivazione è ammessa. Ulteriormente correlata alla norma principale è, indi, la disposizione dell’art. 5, la quale integra il novero delle circostanze, già declinate come idonee ad accertare la destinazione ad uso personale della sostanza stupefacente. Viene, così, introdotta – dopo le lett. a) e b) – una lettera c) al comma 1-bis dell’art 75 –
La previsione valorizza, tra i vari parametri che possano indicare la destinazione del prodotto per il fabbisogno personale del coltivatore «…le infiorescenze e le resine, quale prodotto estratto da una coltivazione domestica di cannabis di minima dimensione per la rudimentalità delle tecniche usate», nonché «lo scarso numero di piante, anche se superiore al limite di cui al comma 1-bis dell’art. 26, e la mancanza di indici di un inserimento dell’attività nell’ambito del mercato degli stupefacenti».
Anche se la volontà del legislatore è certamente apprezzabile, non si può non rilevare che, con questa, norma, presenta profili superflui e contiene indicazioni viziate da indeterminatezza e genericità, caratteri che spesso connotano l’attività legislativa. È indubbio, infatti, che i paradigmi precisati, in deroga al limite delle 4 piante (estrazione della sostanza detenuta da una coltivazione domestica di cannabis di minima dimensione per la rudimentalità delle tecniche usate), creano una situazione di incertezza e di inutile confusione, lasciando molto spazio ad una discrezionalità interpretativa in capo al giudice.
Ritengo, invece, davvero rilevante ed utile la previsione della «… mancanza di indici di un inserimento dell’attività nell’ambito del mercato degli stupefacenti».
Si tratta di un accertamento di carattere soggettivo, che si incentra sulla personalità del detentore e che permette sicuramente anche alla difesa di potere proficuamente applicare il principio del difendersi provando, attraverso forme di allegazione e produzione a discarico. In questo contesto di parziale riordino della struttura incriminatrice del TU Stup. si inserisce anche la previsione dell’abrogazione dei commi 5, 5 bis e 5 ter dell’art. 73, che vengono sostanzialmente ricompresi nell’art. 3, che concepisce ex novo l’art. 73 bis.
LA NECESSITÀ DI UNA RIFORMA STRUTTURALE
Pur dovendo ribadire che la materia degli stupefacenti andrebbe, infatti, affrontata con una riforma organica e strutturale, che non si limiti ad un maquillage involgente e ristrutturante qualche norma precettiva e sanzionatoria, come avviene nel progetto n. 2307, non si può, però, tacere il lodevole intento di prevedere una norma – l’art. 73 bis – la quale disciplini autonomamente l’istituto della lieve entità.
Esso, è stato ritenuto, finalmente ed espressamente dalla L. 79/2014, una ipotesi di reato autonoma, superando, così, quell’interpretazione che lo relegava a mera circostanza attenuante, con tutti i relativi limiti di operatività emersi negli anni. È quindi, indubbiamente, apprezzabile la distinzione, operata in punto di pena, fra fatti di lieve entità concernenti sostanze appartenenti a tabelle tra loro differenti.
La attuale pena (6 mesi – 4 anni di reclusione) rimane applicata per le sostanze pesanti, mentre per la cannabis il quadro sanzionatorio scende ad un range che va da un minimo di 2 mesi ad un massimo di 2 anni.
Ancora troppo generici ed ondivaghi risultano i criteri definitori i canoni applicativi del comma 5 e la campagna di criminalizzazione di condotte minimali, che un certo ceto politico da sempre agita, può fare presa anche in giurisprudenza, dove molti sono sensibili ad una visione repressiva in punto a sanzioni.
LE MISURE ALTERNATIVE ALLA PENA
La scelta di pene diverse attesta, comunque e giustamente, un differente disvalore, una differente offensività, una strutturale diversità di effettivo pericolo sociale e sanitario, nonché di antigiuridicità fra condotte aventi ad oggetto gli stupefacenti cd. pesanti rispetto a quelli cd. leggeri, (recependo le indicazioni dei più approfonditi studi di tossicologia mondiale).
Merita giudizio positivo, anche la previsione contenuta nel comma 3, laddove si prevedono misure alternative alla pena, in situazioni di non concedibilità della sospensione condizionale della pena, sul modello dell’utilizzo dei lavori socialmente utili (applicato proficuamente sia con la messa alla prova, che con l’art. 186 co. 9 bis e 187 co. 8 bis CdS).
Ciò premesso, si deve affermare che è indubbio che l’originario progetto di legge è stato seriamente modificato e migliorato. È stata, così, superata la locuzione «un numero limitato di piante di cannabis, idonee e finalizzate alla produzione di sostanze stupefacenti o psicotrope destinate a un uso esclusivamente personale» che era stata concepita quale risposta rispetto ad un tema così scottante propone.
Questa impostazione, infatti, avrebbe potuto legittimare ogni giudice ad offrire risposte differenti, situazione che ritengo sia stata sventata.
L’individuazione di un numero esatto di piante – ferma restando la perplessità sul numero adottato – permette agevolmente di affermare che la norma in questione dovrebbe risolvere il tema delle indagini preliminari e dovrebbe impedire perquisizioni, sequestri e denunzie.
Questi sono i presupposti, staremo a vedere se da auspici, diverranno realtà.