Le SS.UU con la sent. 12348 sono state chiamate ad affrontare per l’ennesima volta il tema della liceità penale della coltivazione di piante di cannabis.
La soluzione proposta dalla Corte di legittimità, al termine di un percorso esegetico anche troppo complesso ed articolato – come si può ricavare sia dalla lettura che dalla ampiezza della sentenza – appare nel senso di superare la distinzione dicotomica fra coltivazione agraria e coltivazione domestica, negata dalla precedente giurisprudenza di Cassazione.
Primo di affrontare i passaggi fondamentali della pronunzia in commento giovino due notazioni preliminari.

Come si è arrivati alla sentenza?

In primo luogo, si osserva una circostanza assai singolare.
Originariamente, il ricorso per Cassazione della difesa, che ha provocato questa decisione, era stato assegnato alla Settima Sezione Penale, vale a dire a quella sezione che usualmente riceve i ricorsi qualificati come palesemente inammissibili dopo un primo sommario controllo rescindente.
Non è dato sapere come, ma, fortunatamente, qualcuno (probabilmente la difesa) si è speso affinché il ricorso fosse esaminato in concreto ed in udienza, senza che venisse sommariamente ed erroneamente dichiarato inammissibile ed a ragione, visto l’esito ottenuto.
Certo questo episodio induce a riflettere – senza vis polemica – su come troppo spesso, però, vengano qualificati ex ante inammissibili, con assegnazione alla Sezione costituita ad hoc (e con un giudizio estremamente superficiale), ricorsi che, invece, viene dimostrato che tale carattere non presentano.
In secondo luogo, è, altresì, interessante notare dalla lettura della prima pagina della sentenza, che il PG aveva concluso per l’accoglimento del ricorso difensivo, in quanto aveva richiesto l’annullamento della sentenza della Corte di Appello di Napoli, senza rinvio. In altre parole, il rappresentante dell’accusa aveva ritenuto che, in relazione al reato di coltivazione di piante di cannabis, l’imputato dovesse essere, comunque, mandato assolto.
Si tratta di una circostanza particolarmente importante, in quanto, formulando queste conclusioni, la Procura Generale – l’organo di accusa – ha espresso, sullo specifico punto del più complessivo ricorso, una posizione interpretativa di evidente e più ampio respiro ed apertura rispetto a quella che, poi, si rivelerà la decisione delle SSUU.
In effetti, in sentenza si dà atto che il PG ha aderito alla tesi (una delle due in contrasto) più liberal, la quale presuppone necessariamente la verifica (tossicologica) dell’idoneità della coltivazione a ledere i beni giuridici tutelati (salute ed ordine pubblico).
Si deve, pertanto, constatare che, paradossalmente, nella fattispecie, l’accusa ha mostrato maggiore acutezza concettuale, rispetto a quella che si paleserà come decisione finale del Collegio giudicante.
Esaurite queste considerazioni, che, però, permetteranno al lettore di comprendere meglio talune perplessità che si andranno ad esprimere, passiamo all’esegesi più stretta della sentenza.

La sentenza: parte introduttiva

Come avviene sovente in materie che presentino profili di controversia giuridico-dialettica radicale, quasi di natura ideologica (come gli stupefacenti e la cannabis in particolare) o comunque, di particolare significato e ricaduta sociale, la sentenza, nella sua parte introduttiva, opera una lunga e retorica rassegna delle ragioni e delle considerazioni che sostengono gli opposti indirizzi, che hanno legittimato la remissione della questione alle SS.UU. .
Essi si possono e devono sintetizzare in due principali
A) l’uno che non ritiene sufficiente la coltivazione – in sé – di una pianta conforme al tipo botanico vietato e che risulti contenere un quantum di sostanza idonea a produrre un effetto drogante, ma che, invece, sollecita la verifica dell’offensività concreta della condotta, quale lesione od attentato ai beni giuridici tutelati dalla norma: la salute e l’ordine pubblico;
B) l’altro che configura l’offensività della condotta, facendola coincidere con la astratta idoneità della pianta a produrre la sostanza, poi, destinata al consumo e la sua appartenenza al tipo botanico vietato.
Così non assumono rilevanza né la quantità di principio attivo ottenibile all’atto della scoperta della piantagione, bensì la conformità della pianta al tipo botanico vietato dalla legge e la sua tendenza a giungere alla maturazione.
La tutela dei beni giuridici protetti rimane solo un importante corollario, ma non costituisce elemento essenziale per la valutazione della illiceità (o meno) della condotta.

Il concetto di offensività

Muovendo da queste premesse, la sentenza si impegna diffusamente in una approfondita disamina del concetto di offensività, (nullum crimen sine iniuria) che costituisce “principio… di necessaria lesività, corollario del principio di legalità, che considera come condotte penalmente rilevanti quelle idonee ad offendere, o a porre in uno stato di pericolo, un bene giuridico tutelato dall’ordinamento, non essendo concepibile un reato senza offesa”. 
In questo sforzo ermeneutico, la Corte, costantemente ed a piene mani, ricorre all’utilizzo della bussola data dalla giurisprudenza costituzionale.
Così, vengono evidenziate – tramite il richiamo, tra le altre, alle sent. 109/2016, 225/2008 – alcune peculiarità dell’istituto in questione (discrezionalità del legislatore nella configurazione di fattispecie criminose cui riconnettere una delle due cuspidi dell’offensività, quello in astratto, a fronte di quella in concreto riservata al giudice).
Come detto, l’operatività della offensività su due piani differenti costituisce un tratto essenziale dell’istituto, in quanto conferma l’autonomia decisionale del giudice cd. comune, che può e deve improntare la propria decisione su presupposti giuridico-fattuali, che non possono prescindere dalle emergenze del caso concreto in esame.
E’ chiaro, peraltro, che al legislatore viene attribuito e riconnesso il potere di stabilire “forme di tutela anticipata”.
Vale a dire fissare soglie di punibilità di taluni comportamenti anteriori rispetto a quello che potrebbe essere l’effettivo limite comportamentale e temporale, penalmente rilevante realmente.
Ciò avviene nella disciplina penale della coltivazione, che viene qualificata come configurante un reato di pericolo astratto.
Tutta questa discettazione, che agli occhi di numerosi lettori potrà apparire oziosamente tecnica e superflua, tale non lo è, però, del tutto.
E’ ben vero che le SS.UU. e le sentenze dalle stesse pronunziate sovente non godono del dono della sintesi (giacchè è evidente che i concetti sviluppati nel provvedimento avrebbero potuto essere esplicitati in modo maggiormente concentrato e sintetico).
E’, altresì, vero, però, che vi sono alcune premesse che non possono essere eluse, pena non comprendere giuridicamente e storicamente l’evoluzione del pensiero e le conclusioni cui la Corte perviene.
Quella sull’offensività è certamente tra queste.
Come già rilevato, nella disamina operata dalle SS.UU., che non pecca certamente per difetto del carattere dell’analiticità, emerge un costante riferimento alle posizioni assunte nel tempo dalla Consulta, connotate indubbiamente, (dopo la timida apertura della sentenza n. 443 del 1994 ), ad una sempre più progressiva e coastante ispirazione di chiusura e repressione del fenomeno coltivativo.
Il giudice di legittimità, in questa sua rassegna, pone, poi, al centro del proprio ragionamento la sentenza 360/1995, che respinse la prima questione di costituzionalità dell’art. 73 dpr 309/90 in relazione alla condotta di coltivazione.
Da questa scelta si comprende come la Corte di Cassazione, pur operando, come si vedrà, una cautissima apertura, non abbandoni mai una posizione rigidamente censoria, la quale suscita perplessità in ordine alla conoscenza fattuale – da parte dei giudici – dell’effettivo sistema della coltivazione della cannabis.

Coltivazione, detenzione e consumo

I capisaldi argomentativi, recepiti ed asseverati in sentenza, possono essere, in sintesi, essere ricondotti a quelli che seguono:
A) la detenzione (l’importazione e l’acquisto) di sostanze non viene sanzionata penalmente, di regola, in quanto “collegata immediatamente e direttamente all’uso stesso”;
B) la detenzione (e gli altri comportamenti espressamente previsti ex lege), può essere apprezzata dal giudicante, inequivocamente, con una valutazione prognostica, come condotta direttamente antecedente al consumo personale;
C) la detenzione attiene ad un quantitativo di sostanza ex se ed a priori stimabile sul piano quantitativo e come tale possibilmente ritenuto coerente con l’uso personale.
Differentemente dalla detenzione:
1) la coltivazione non sarebbe “collegata immediatamente e direttamente all’uso stesso” ;
2) la coltivazione non permetterebbe, comunque, quell’apprezzamento inequivoco di essere una condotta direttamente antecedente al consumo personale;
3) nella coltivazione non sarebbe possibile – con un grado di sufficiente certezza – operare la stima quantitativa del prodotto ottenibile, in funzione di una valutazione di compatibilità con il consumo personale del coltivatore-assuntore.
Pur volendo prescindere dalla evidente opinabilità di questi paradigmi, i quali paiono, più che altro, paraventi ideologici, mai rimossi – se è vero che essi persistono, anche se con sfumature formali differenti da quasi 30 anni – giovi evidenziare che essi appaiono del tutto strumentali al mantenimento della sanzionabilità penale della coltivazione, quale espressione di una apparentemente legittima applicazione dell’istituto dell’offensività, da parte del legislatore.
In questo modo, le SS.UU. ci dicono espressamente che è corretto e per nulla irragionevole ricondurre la condotta di coltivazione alla categoria di reati di pericolo presunto. 
Questa è un’affermazione che dimostra il fondamento puramente ideologico della punibilità della coltivazione, il quale opera in modo platealmente disarticolato da rilievi ed esperienze di carattere fattuale.
L’esperienza forense quotidiana, infatti, ci suggerisce qualcosa di assolutamente diverso da una sorta di presunzione contra reo, nella quale si risolve praticamente la scelta di collocare la condotta coltivativa nel contesto dei reati di pericolo presunto.
Ogni giorno, infatti, siamo chiamati – in procedimenti analoghi a quello oggetto del giudizio delle SS.UU. – ad accertare la effettiva idoneità psicoattiva, quantitativa e percentuale, delle sostanze sia detenute che frutto della coltivazione.
Ci si deve domandare, quindi, perchè il Supremo consesso giudiziario del nostro ordinamento (ed anche la Consulta) persistano nella difesa – ribadisco – ideologica di posizioni interpretative che non trovano applicazione concreta nella prassi forense.
Appare, infatti, evidente che, sostenendo che il reato di coltivazione sia già perfetto in origine – addirittura con la messa a dimora di semi -, l’effettuazione di consulenze tossicologiche nei procedimenti penali, rischi di divenire un’inutile e vuota liturgia, 
La sentenza della Corte, poi, giungerà, come vedremo, ad una soluzione che appare strabica, con una cauta e limitata apertura (destinata forse ad aumentare la confusione per i giudici di merito).
I principi fondamentali affermati non paiono, però, mutati né punto, né poco, rispetto a quelli espressi nella giurisprudenza del giudice delle leggi.
Questo passaggio della sentenza non è, purtroppo, l’unico che susciti perplessità.
Emerge, infatti, un altro significativo errore prospettico.
Esso riposa nella circostanza che le SS.UU. ritengano che la interpretazione proposta alla giurisprudenza onde addivenire alla depenalizzazione della coltivazione, si indirizzi obbligatoriamente nel senso di ricondurre e fare ricomprendere la condotta della coltivazione in quella della detenzione, onde sancirne la non punibilità.
Nulla di più errato.  
Coltivazione e detenzione sono condotte ontologicamente diverse, autonome, quindi, per nulla confondibili o mescolabili tra loro.
Ciò non di meno, la sentenza in esame si pone come epigone della ormai notissima e risalente pronunzia n. 26805 del 2008, delle stesse SS.UU., la quale già aveva affrontato la questione (invero un falso problema) la collocazione della coltivazione all’interno della categoria della detenzione, escludendola recisamente. 
In realtà, è necessario un chiarimento.
L’interpretazione giurisprudenziale, che propone l’accertamento del quantum di Thc, come condizione, a fini della valutazione dell’idoneità del prodotto della coltivazione a produrre efficacia stupefacente, intende qualificare la condotta coltivativa come non punibile, senza, peraltro, giammai sussumerla nel contesto della detenzione, che mantiene la propria (reciproca) autonomia.
Dunque, si tratterebbe, nella prospettazione difensiva, di collocare la condotta di coltivazione non già all’interno della detenzione, bensì della più ampia categoria di comportamenti non penalmente rilevanti declinati dall’art. 75 dpr 309/90, in analogia con le condotte in essa già ricomprese.
La questione, ad onor del vero, non pare affatto oziosa, perché potrebbe implicare, a cascata, precise conseguenze in ordine alla responsabilità dell’indagato, nel caso in cui si proceda penalmente per la detenzione di cannabis che derivi da una precedente coltivazione operata dal detentore-assuntore.
Sostengono, infatti, le SS.UU. a pg. 9 della sentenza (in linea con la giurisprudenza di legittimità prevalente) che in una simile situazione la condotta detentiva – che, in sé, concreterebbe un illecito amministrativo – dovrebbe essere, invero, assorbita nella precedente condotta coltivativa, che costituisce fattispecie di reato.
La detenzione dello stupefacente verrebbe, pertanto, qualificata come un post factum non punibile rispetto alla condotta di reato presupposta, vale a dire la coltivazione, la quale è tale, perché difetta – ad avviso dei giudici di legittimità –dell’elemento dell’immediatezza rispetto al consumo personale.
Questa tesi – ad avviso di chi scrive – stride, però, fortemente con il dato storico e logico, che, nella quotidianità forense, si raccoglie.
Essa viene, poi, parzialmente smentita dalle conclusioni prese in sentenza, di cui si scriverà infra.
Allo stato, è, infatti, importante sottolineare la infondatezza della tesi dell’assorbimento.
Ad una valutazione di merito, in un caso simile, appare evidente il nesso di pertinenzialità fra la coltivazione ed il successivo consumo della sostanza ottenuta, che rende il fatto detentivo un naturale e doveroso passaggio materiale tra i due momenti anteriore e posteriore .
E’ evidente che la teoria dell’assorbimento non può essere considerata di pregio in nessun caso.
Ove la condotta detentiva succeda ad una produzione coltivativa che risulti incompatibile – sotto i paradigmi che si vedranno – con un consumo personale dello stesso coltivatore, l’assuntore potrebbe, comunque, essere condannato per avere detenuto un quantitativo di sostanza eccedente il di lui fabbisogno.
Va, inoltre, affermato, che se il limite della coltivazione consista nella sua potenziale idoneità diffusiva nel circuito dello spaccio, appare evidente che, nell’ipotesi in cui l’agente (che sia consumatore) venga trovato nel possesso di sostanza proveniente da propria coltivazione pregressa, si possa ragionevolmente
A) riconoscere il fine di destinazione all’uso personale;
B) escludere quel pericolo astratto di diffusività del prodotto ottenuto dalla coltivazione.
In realtà, la sentenza in commento – come già detto – nelle proprie premesse ricostruttive pare porsi in una condizione di stretta ortodossia non solo alla giurisprudenza costituzionale, ma anche rispetto alla sentenza del 28605/2008.
Quest’ultima aveva, infatti, sancito la generale punibilità della coltivazione di piante in grado di produrre sostanze stupefacenti, anche se si sia in presenza di una destinazione del prodotto al consumo personale, nonché l’infondatezza della distinzione fra la coltivazione agraria e la coltivazione domestica , pur con riconoscendo la deroga consistente nella delega al giudice della cognizione della facoltà di verificare l’offensività della condotta.
Una volta segnato il territorio, con i riferimenti sopra indicati, credo sia poco appassionante proseguire in una ricognizione di opposte tesi, sovente basate su sfumature disancorate dalla realtà, salvo una breve osservazione.
Se fosse fondata la convinzione che l’offensività della condotta coltivativa può essere esclusa solo “se la sostanza ricavabile non sia idonea a produrre un effetto stupefacente in concreto rilevabile”, si perverrebbe a fortiori alla perversa conclusione che la coltivazione mai potrebbe essere ritenuta inoffensiva.
Coltivare per non ottenere un prodotto minimamente psicoattivo sarebbe null’altro che un ossimoro.
Ed ancora si dovrebbe rilevare :
A) l’improprietà del riferimento alla tutela della salute pubblica, quando la coltivazione per fini di produzione di sostanza destinata al consumo personale ha un carattere tassativamente individuale,
B) la paradossalità dell’evocazione della difesa dell’ordine pubblico, posto che chi coltiva per sé sottrae occasioni di spaccio alla criminalità, autoescludendosi dalla platea degli acquirenti e sottraendo risorse economiche alla stessa.
A conclusione di questa chiosa, al fine di comprendere l’approssimazione e l’imprecisione di talune affermazioni lette, giovi segnalare come in una pronunzia del 2013 della Sesta Sezione (Cangemi) si sostiene che il commercio dei semi di cannabis non configurerebbe il reato di cui all’art. 73 dpr 309/90 (nemmeno a livello di tentativo), bensì un’attività preparatoria non punibile, perché l’eventuale possesso degli stessi non permette di dedurre il loro effettivo impiego.
Chiunque sa che, invece, il commercio di semi di cannabis rientra nella legalità, in quanto i semi stessi non rientrano nella nozione legale di stupefacenti, che è il paradigma cui si ispira il nostro ordinamento, in conformità con la Convenzione di N.Y. del 1972.

Il cuore della sentenza

Navigate le procellose acque delle contrastanti pronunzie giurisprudenziali, le SS.UU., indi, si avvicinano al porto della soluzione del tema dibattuto.
Lo fanno, non prima di avere sottolineato come sussista una nozione univoca di coltivazione, circostanza che, da un lato, ha escluso una seria convergenza ermeneutica e, in pari tempo, ha, invece, favorito il proliferare di un florilegio di ipotesi ricostruttive (molte delle quali, mi permetto di rilevare a titolo personale, appaiono nel loro giustizialistico orientamento irragionevoli, se non addirittura illogiche).
Bisogna poi riconoscere che molto pertinentemente viene preliminarmente ribadita quella differenza sostanziale fra tipicità (riconducibilità della fattispecie al tipo disciplinato dalla fattispecie astratta) ed offensività (rilevanza penale della condotta con attentato al bene giuridico tutelato) della condotta.
Il concetto di tipicità diviene, pertanto, la chiave di volta dell’interpretazione fornita dalle SS.UU., in tema di punibilità e di offensività della coltivazione – e soprattutto in funzione di deroga alla sanzionabilità – perché individua due elementi fondamentali:
1) la idoneità in concreto della pianta a produrre sostanza stupefacente,
2) lo svolgimento di attività di coltivazione attraverso l’uso di strumentazioni agricole tecnicamente adeguate.
Nonostante, infatti, la riaffermazione della validità della collocazione della fattispecie nella categoria del reato di pericolo presunto, e l’opinabile riconoscimento della correttezza dell’equiparazione tra coltivazione agraria e coltivazione domestica, svolta dalla sentenza del 2008, solo al fine – peraltro superfluo – di ribadire l’autonomia concettuale della stessa riguardo la detenzione (giacché la sentenza smentisce alla pagina successiva – 19 – tale equiparazione), si compie il lungo e accidentato cammino esegetico.
Le SS.UU. pur riaffermando il discutibile principio generale della riconducibilità della coltivazione nell’alveo del reato di cui all’art. 73 dpr 309/90, individuano, però, una modesta deroga allo stesso, legittimando approdi giurisprudenziali di merito, ai quali mostrano di allinearsi.
Si tratta di una metodica non inedita e già utilizzata la scorsa estate – sempre dalla SS.UU. – con la sentenza n. 30475/19 in materia di commercio di canapa light.
In quell’occasione, infatti, il divieto generale e tassativo di commercializzazione di derivati della canapa, incontrò una deroga ( quella dell’inidoneità del prodotto a manifestare efficacia drogante) talmente timidissima, che viene sistematicamente disattesa dalla magistratura, con la incredibile conseguenza che prodotti inidonei a suscitare effetti droganti vengono confiscati come se fossero vere e proprie sostanze stupefacenti.
Questa politica giudiziaria, improntata ad un modestissimo (quasi impalpabile) temperamento di un irragionevole severità, pare riproposta quasi pedissequamente nella specie. 
A fronte dell’anatema giuridico-penale che colpisce l’attività coltivativa in sé e senza distinzioni di modalità della stessa e quantità di piante e di principio attivo ottenuto ed ottenibile, i giudici di legittimità, con un cauto (e quasi contraddittorio) revirement, finiscono poi per ammettere e riconoscere:
A) la effettiva distinzione intercorrente fra coltivazione domestica e coltivazione agraria, a fini sanzionatori;
B) la irrilevanza penale (rectius non punibilità) di coltivazioni 
– di minime dimensioni;
– finalizzate esclusivamente al consumo personale;
– che esprimano una produttività ridottissima ( non essendo tali da aumentare la possibile provvista di stupefacenti). Dunque, con realismo, è gioco forza affermare che questa sentenza non comporti nulla di nuovo o inedito.
Sul piano strettamente procedurale, poi, non si avvertono sostanziali modifiche all’iter investigativo.
Gli inquirenti, infatti, potranno – di iniziativa o su delega del PM o decreto del Giudice – procedere a perquisizioni e sequestri, che non potranno venire in alcun modo fermati o contestati in origine.
Ovviamente ogni valutazione – che possa portare al proscioglimento dell’indagato – suppone lo svolgimento di un’indagine tossicologica, e, eventualmente, il processo.
Diciamo che le SS.UU. aderiscono e ratificano semplicemente una regola di giudizio, invero, già da qualche anno divenuta patrimonio della giurisprudenza italiana, per l’apporto decisivo dei giudici di merito.
Dunque, le premesse sin qui svolte certificano che la eventuale non punibilità della coltivazione (e del coltivatore) sarà espressione di un giudizio ex post, mai ex ante, soluzione che non mette, affatto, l’interessato al riparo dal procedimento e dal possibile processo.
Soprattutto, deve essere ben tenuto presente il carattere di assoluta residualità ed eccezionalità che connota la scelta di non sanzionare eventualmente la coltivazione domestica condizionata, rispetto al generale indirizzo che prevede la punizione della coltivazione già di per sè.
In questo modo si ha contezza dell’effettiva portata concreta della pronunzia.
Deve ammettersi che, comunque, la sentenza in commento palesa un pregio.
Ess0 consiste nella individuazione sistematica di quei requisiti necessari per il giudizio di non punibilità, che le SS.UU. evidenziano come “oggettivi” e “tutti compresenti” (pg. 20).
L’elenco è il seguente :
minima dimensione della coltivazione,
– svolgimento in forma domestica e non in forma industriale,
rudimentalità delle tecniche utilizzate,
scarso numero di numero di piante,
– assenza di indici di inserimento del coltivatore nel mercato degli stupefacenti,
– destinazione del prodotto al soddisfacimento del consumo personale esclusivo del coltivatore che deve essere assuntore.
A dire il vero, alcuni degli indici, ancorchè tutti tassativi (ad esempio non pare sufficiente, in carenza di altri paradigmi la sola volontà di coltivare a fini personali), sopra declinati paiono piuttosto generici.
Cosa si intende per rudimentalità delle tecniche usate o per scarso numero di piante, ad esempio?
Questo difetto di genericità pare idoneo a suscitare le più disparate interpretazioni giurisprudenziale, con l’ovvia conseguenza di una patente incertezza e contraddizione giurisprudenziale, nonché di una possibile disparità di trattamento, legata alle differenti sensibilità ed ai diversi approcci culturali dei giudici di merito.
Ritiene, pertanto, chi scrive che debba essere criticata la posizione assunta, nella specie (e non solo) dai giudici di legittimità, i quali delegano al giudice di merito la soluzione dei singoli casi concreti, senza però indicare coordinate ermeneutiche sufficientemente precise e prive di vaghezza, come, invece, avviene nella specie.
D’altronde, il pertinente parallelismo con la sentenza del 30.5.2019 n. 30475/19, ci conforta nel convincimento che le SS.UU. persistono in affermazioni di principio che, però, non favoriscono una unità interpretativa ed un giudizio uniforme da applicarsi in sede di merito.
Una volta, infatti, stabilito il principio generale (condivisibile o meno), una pur apprezzabile e razionale delegazione alla soluzione, in deroga ad esso, della questione in favore del giudice del caso concreto (quello di merito), deve, però, informarsi e consistere in criteri che suscitino la minima incertezza possibile.
Ma, nella fattispecie, così non è. 
Ci si deve, pertanto, ridurre a meri auspici.
Dobbiamo sperare che, a differenza della sentenza n. 30475/19, la quale con la locuzione derogatoria “salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività”, non ha, affatto, contribuito certo a chiarire i termini del commercio dei derivati di canapa sativa L, la decisione, attualmente in commento, costituisca bussola che permetta all’itinerante giurista di seguire la strada corretta.
Ad abundatiam deve essere,poi, rilevato che, nel contesto della decisione il collegio individua la tutela della salute (sia individuale, che collettiva, al contempo) come unico effettivo bene giuridico non generico, meritevole di tutela, escludendo concetti come sicurezza ed ordine pubblico.
Resta il fatto che, un’eventuale assoluzione del coltivatore dal reato di cui all’art. 73, comporterà la sottoposizione del prosciolto al procedimento amministreativo ex art. 75 dpr 309/90.

In conclusione

Come detto, l’affermazione della possibile non punibilità di una coltivazione domestica, subordinata a specifiche condizioni, è solo una mera specifica eccezione di un indirizzo generale che ritiene, senza dubbi di sorta, la condotta in questione un reato ex se.
La posizione assunta dalle SS.UU. appare, poi, recuperare un orientamento estremamente restrittivo.
Essa si rifa a quell’orientamento che, non solo prescinde dalla quantità di principio attivo ottenibile nell’immediato, ma ritiene sufficiente l’appartenenza della pianta alla specie botanica vietata, la capacità della stessa di maturare e giungere a produrre stupefacente.
Ma vi è ancora di più.
Viene ritenuto reato anche solo il gesto della semina, della messa a dimora delle sementi.
Si verifica, così, un’anticipazione del momento di commissione del reato, che si riteneva da tempo superaa per il suo palese anacronismo.
Nella parte conclusive, poi, il Giudice di legittimità sostiene che l’indirizzo sanzionatorio, sancito sul piano generale, sia del tutto conforme con la direttiva UE 757/GAI/2004, perchè l’art. 2 di tale previsione normativa europea lascia libera scelta agli Stati Europei di qualificare o di non qualificare come reato la coltivazione.
Invero il testo dell’art. 2 al co. 2 prevede espressamente che: “Sono escluse dal campo di applicazione della presente decisione quadro le condotte descritte al paragrafo 1, se tenute dai loro autori soltanto ai fini del loro consumo personale quale definito dalle rispettive legislazioni nazionali”.
Vale a dire un significato certamente differente rispetto a quello riportato in sentenza.
Ovviamente la coltivazione cd. Illecita potrà essere qualificata ai senis dell’art. 73 co.5 dpr 309/90, e, ove il Giudice ritenga l’offensività sussistente, ma in termini di particolare tenuità, potrà essere riconosciuto – come d’altronde già avviene – l’istituto di cui all’art. 131 bis c.p..
L’unica certezza rimane, quindi, quella che si continua a coltivare a proprio rischio e pericolo, nella speranza di un’eventuale assoluzione.





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