2015-08-23 06.28.30 pmAvevo promesso al nostro editore che questa rubrica non avrebbe mai trattato l’argomento coltivazione; ma fondamentalmente io nasco come un grower, ed è grazie a questa passione se oggi sono arrivato fin qui e sinceramente nell’oceano di cazzate che si sentono raccontare fra i siti internet , i negozi, i giornali e i libri non ho potuto resistere nel disattendere la promessa fatta. Per ovvi motivi di spazio non mi sarà possibile spiegare in maniera compiuta le tecniche di coltivazione, essendo questo un argomento vasto e delicato. Quest’articolo (chiarisco) è infatti mirato a dissuadere, mettere in guardia i malcapitati coltivatori dai cattivi suggeritori proliferati in questi ultimi anni; cercherò intanto di suggerire come “non si coltiva” prima ancora di sapere “come si coltiva”.

Scelta del seme e Germinazione
Premesso che conosciate la differenza tra un seme “F1” ed “F2”, come già riferito da Shantibaba su questo giornale, ci sono compagnie di semi più e meno affidabili. Se è pur vero che creare una razza e stabilizzarla è impresa lunga e ardua, è giusto che la qualità venga pagata, ma attenzione a non farsi abbindolare da splendide foto artistiche sui cataloghi o descrizioni seducenti, vere e proprie espressioni di re e regine del marketing.

I semi costano troppo; molte compagnie emergenti lo hanno capito e stanno cambiando politica sui prezzi ottenendo comunque degli ottimi risultati, in virtù del fatto che alcune di loro riescono a lavorare outdoor o in serra. Già perché dovete sapere che stabilizzare un seme outdoor significa perdere più tempo essendo legati alle stagioni; ma altresì dare un “vigore ibrido” ed una stabilità allo strain che non ha pari. Ciò che mi preme suggerire, soprattutto ai novizi: non cercate la pianta dell’anno o con le particolari sfumature di colore e sapore. Esigete invece da una compagnia la stabilità, l’omogeneità tra i soggetti, la forza e la resistenza. Doti indispensabili per uno strain di qualità soprattutto se si è alle prime armi. La germinazione come già sappiamo richiede un ambiente umido(50/70%) . Giffy di torba, rockwool, direttamente in terra sono metodi comprovati purché ben bagnati e con ph stabile6-. Vorrei sfatare la leggenda metropolitana per il quale il seme va posizionato con la punta verso il basso, altrimenti cresce storto o al contrario. Ma volete che un vegetale non senta la forza di gravità e non capisca qual è il sotto e il sopra?! Non usate alcun tipo di nutriente o stimolatore nella primissima fase di radicamento.

Idro, Cocco, Terra, quale substrato è il migliore? La disputa che non conosce fine.
Una delle dispute più frequenti tra i coltivatori è certamente quella tra il partito dell’idroponìa e gli oltranzisti dell’intifada biologica. Vere e proprie battaglie a colpi di sarcasmo ed ironia si consumano nei forum, nelle fiere o nelle manifestazioni quando il popolo cannabico italiano si raduna. Questa simpatica battaglia è facile intuire che non vedrà mai un termine ed un vincitore, dacché ogni grower del mondo è fermamente convinto che idro o terra, il proprio prodotto sia migliore… Sono fermamente convinto che si potrebbe abbozzare una teoria Socio-antropologica per la quale: l’acerrima competizione tra i growers è dovuta dal fatto che essendo le cime un simbolo fallico, per ogni animale in natura (compresi i growers) ha sempre caratterizzato simbolo di predominanza. Ciò potrebbe spiegare questa severa concorrenza.

Ma qual’è il prodotto migliore? La mia personale visione è che, meglio è ciò che fa al caso vostro, sono le esigenze personali che influenzano la scelta. Non si dovrebbe mai suggerire una tecnica senza prima aver esposto le sostanziali differenze, che molto semplificatamene si possono così schematizzare.

L’idroponica assicura esplosività e velocità nella crescita (circa 30% in più della terra), pulizia, relativa facilità di manutenzione, con un prodotto finale mediamente più abbondante e resinoso. Tutto ciò a discapito però della naturalità e soprattutto del gusto risultante al palato. Inoltre l’investimento iniziale è mediamente più alto.

Terra: coltivare in terra è da sempre stato il metodo più accessibile; ciò non significa che sia più facile e meno laborioso. Il costo iniziale è sicuramente più abbordabile. Tendenzialmente assicura un prodotto più gustoso, con una più ampia gamma di sfumature percettibili al palato, ma altresì comporta una più lenta e laboriosa maturazione, e mediamente una minor produttività per soggetto. Inoltre se si vuole mantenere la biologicità durante tutto il ciclo sarà ancor più difficile arrivare ad un buon prodotto finale in termini di resa/qualità. (Ma parleremo più avanti di questo tema).

La scelta della terra è fondamentale; molti grower purtroppo cadono nell’errore di procurarsi terriccio a buon mercato nei vivai o nei supermercati. Esso è scadente, quasi sempre troppo acido, troppo poco poroso e drenante. Pagare 4/8 € in più per un sacchetto di terra non è poi cosa grave se il 10/15% di raccolto in più è assicurato. Qualsiasi marca di terra troverete nei negozi specializzati è certamente 10 volte migliore di quelle dei vivaisti (tranne qualche rara eccezione). È possibile creare un buon substrato da soli comprando qua e là i vari elementi; ma con tutto il rispetto per i decani del purismo biologico o degli oltranzisti anti-canapaio, non vedrei bene un grower d’appartamento impastare terra e “merda” nel terrazzo della madre o in camera da letto.

Cocco: coltivare in cocco è una sorta di ibrido tra idro e terra. Questo substrato può essere utilizzato sia con i concimi minerali sia con quelli biologici, ma non è facile trovare l’equilibrio nutrizionale, causa frequenti eccessi o carenze di fertilizzanti. Non è semplicissimo e richiede un po’ più di attenzione.

Soil miixxx

Concludendo appare chiaro che la tecnica migliore è quella che si adatta maggiormente alle vostre esigenze personali. Anche la vostra personalità influenzerà la scelta. Se vi sentite più tecnici chimici tutto camice e bisturi, se volete tutto e subito con poca fatica e perseveranza allora l’idroponica farà al caso vostro. Se altrimenti vi piace sporcarvi le mani, siete disposti al sacrificio e la fatica, avete più pazienza e costanza di aspettare, godendo del “poco ma buono” e raffinato, allora la terra si associa più a voi.

Anche qui vorrei sfatare il mito per cui coltivare in terra è più facile. Raggiungere un “buon prodotto” è sostanzialmente cercare di trovare l’equilibrio tra potenza, quantità e qualità. Ma credetemi realizzare un prodotto in terra coltivato biologicamente senza “aiutini stimolanti,” bonificato da sgradevoli odori residui è tutt’altro che impresa facile. (parleremo in seguito più dettagliatamente anche di questo aspetto).

Nutrimenti biologici, biominerali e biofanfaroni; la guerra del marketing e della competizione.
Forum, siti internet, negozi, libri e giornali; benché tutti questi mezzi siano utili avendo spianato la strada alla nascita della cultura cannabica in Italia, a volte purtroppo sono i principali responsabili dell’enorme confusione sull’argomento coltivazione. Tutto ciò è vero anche se vanno considerate le dovute eccezioni. Prima di tutto i Canapai non dovrebbero fondare la loro conoscenza sui concimi in base alle etichette o le brochure di presentazione. In questa maniera si rischia di conoscere molto superficialmente la materia e di confondere i malcapitati coltivatori. L’empirismo è il miglior maestro. Provate a differenziare spesso il “feeding” (concimazione) tra i soggetti, con un po’ d’occhio e di naso, imparerete presto a conoscere cosa avete sotto mano.

Le tabelle di concimazione che le ditte mettono in circolazione potrebbero essere utili, ma le nostre piante reagiscono in maniera molto differente ai nutrimenti; in base alla razza, lo strain e molti altri fattori, quindi non fateci troppo affidamento. Ognuna di esse dovrebbe essere adattata al caso. È abbastanza noto infatti che le razze tendenti alle indiche, sopportano dosi più elevate di concime rispetto alle sative dominanti. Tutto ciò è vero con le dovute eccezioni.

Biologico o minerale? C’è da procurarsi un mal di testa, tra le innumerevoli bottiglie colorate che si trovano sugli scaffali dei Growshop. Non è facile chiarire il concetto tra biologico e minerale anche per motivi di spazio. Molto semplicisticamente si potrebbe dire che: quando sentite parlare di concime minerale significa che il Micro o Macroelemento (n-p-k) che potrebbe avere matrice organica o non, ha subito un processo di mineralizzazione e liofilizzazione per renderlo più concentrato ed efficace. Tale processo lascia dei residui inorganici detti “Nitrati” che trasformandosi in “Nitriti” non potranno essere opportunamente, diciamo così, “digeriti” ed assimilati dal vegetale e dal vostro organismo. Appare scontato che le cose organiche, ci hanno insegnato essere le migliori e su questo non c’è dubbio; ma bisognerebbe chiedere ai “bio-oltranzisti”, quante volte al mese vanno a mangiare da Mac Donald’s o quante scatolette di tonno e di pelati consumano a settimana. Sicuramente gli esaltatori di sapidità e i conservanti, sono molto più dannosi dei concimi biominerali. Ad oggi i concimi sono quasi tutti uguali e di discreta qualità, anche se alcune ditte sono più attente cercando di mettere in commercio prodotti più naturali ed organici. Fate attenzione a chi giura di aver scoperto la biopozione magica del secolo, promettendo miracoli per le vostre piante in realtà non ha inventato niente di nuovo. Come dicono a Roma: “ma c’hai scoperto l’acqua calla”.

La mia personale esperienza mi fa osservare che tutti quanti gli ammendanti in forma liquida che ad oggi si trovano in commercio, ripeto e sottolineo tutti, lasciano residui nitrati e ferrosi nei vostri frutti e quindi cattivi odori. Quella famosa “puzza di chimico” che ogni Grower buongustaio detesta. Anche quei nutrimenti certificati dal marchio di comprovata biologicità (omri eko skall).

Risciacquo, miglioramento del gusto e ditte irresponsabili…
Ci sono prodotti che promettono di migliorare il gusto finale se usati gli ultimi 15 giorni di maturazione nella fase di “flushing”. Questo credo non sia molto responsabile da parte di alcune ditte produttrici di concime, le quali non dovrebbero anteporre le logiche del profitto alla salute delle persone ben sapendo che qualsiasi vegetale da frutto necessita di un periodo di spurgo di risciacquo dall’eccessivo carico di nitrati degli ammendanti. Apporre sulle etichette dei concimi questo “vademecum” sarebbe un gesto di responsabilità utile alla salute dei fruitori di questi prodotti. Per fortuna molti growers già praticano questa operazione, ma spesso in maniera parziale e frettolosa.

Un risciacquo efficace è cosa lunga e abbastanza faticosa. Si opera sempre in luna crescente, si calcola che per 15/30 giorni è suggerito irrigare con acqua pura per un volume tre volte superiore a quello complessivo della terra (es. vaso 6 litri = 18 litri d’acqua ogni irrigazione). La fatica è certamente ricompensata da un gusto più rotondo e con maggiori sfumature di sapore, oltre ad ottenere un prodotto più sano e “digeribile”. È molto utile in questa fase analizzare l’E.C. (o salinità) dell’acqua che fuoriesce dai vasi. Questo metodo garantisce un prezioso riscontro non solo sulla salinità della zolla di terra, Ma è anche una sorta di chek up per la salute delle vostre piante.

I buoni i brutti ed i cattivi suggeritori…
Sebbene nessuno abbia la verità in mano, né la “biopozione” magica per creare la pianta dell’anno, bisogna fare molta attenzione quando si danno certe informazioni forvianti o si scrivono certe cose… Ancora purtroppo si sente asserire da certi canapai (romani e non solo) che è possibile utilizzare lampade H.p.s. (rosse 2000-4000k) per la fase vegetativa. Roba da non credere! Se lo sentisse l’ammiraglio novello dottore in illuminotecnica, gli si contorcerebbero le budella. Non di meno su un autorevole libro si suggerisce una distanza tra le lampade e gli apici della pianta di (120-150 cm): ciò allungherebbe le piante in maniera sconveniente e improduttiva per le tecniche indoor.Su un forum di un sito si asseriva che acqua e zucchero nella fase di flushing, avrebbero reso più dolce il risultato. Altro mito metropolitano che i growers dovrebbero considerare come tale. Alcuni distributori non dovrebbero mettere in circolazione certe tabelle recanti istruzioni su come riconoscere carenze od eccessi riscontrabili dalle foglie. Per quanto questa sia un’ottima idea, fate attenzione a queste tabelle che risultano essere superficiali e forvianti. La diagnosi di carenze od eccessi attraverso le foglie è cosa assai delicata che meriterebbe casomai delle foto, ma soprattutto un’attenta valutazione dei gambi, dei meristemi e della parte sottostante delle foglie.

Concludendo: siti internet, negozi, giornali e libri sono mezzi utili per imparare a coltivare, ma fate attenzione, ci vuole una discreta dose di sensibilità per riconoscere un cattivo suggeritore mascherato da buon marketers. Ripeto, l’empirismo è il miglior maestro. L’esperienza si raggiunge senza fretta. In Italia ci sono circa 120 canapai di cui forse solo una decina conoscono appropriatamente questo mestiere, gli altri probabilmente prima di aprire un growshop non hanno mai neanche innaffiato il basilico sul terrazzo. Ciò non significa che bisogna demonizzarli o screditarli, come usano fare certi Decani della coltivazione o i puristi anti-business. Molti negozianti stanno facendo esperienza diventando coscienziosi suggeritori. Bisognerebbe infatti ringraziarli anziché demonizzarli; perché è sulla loro pelle e libertà se si sta spianando la strada a questa nuova cultura cannabica. Alcuni per questo lavoro-passione hanno perso la libertà, altri addirittura la vita… E’ necessario preservare ed alimentare questa “razza”, i growers, affinché sopravviva a lungo. Siamo tanti ed è stato fatto tanto, ma l’ascesa e la continuazione di questo fenomeno si regge sul filo di una lama di rasoio. AVANTI CANNAPIONIERI.





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