Nel dedicarci alle nostre amate piante in atmosfera protetta è chiaro che il primo passo è comprendere le caratteristiche del substrato che abbiamo deciso di utilizzare. Che sia terra (soil) o idroponica (DWC-RDWC-COCCO) cio che dobbiamo sapere è che i parametri fondamentali sono sempre gli stessi.

L’ossigenzione del substrato
Questo paramentro è fondamentale per il sano sviluppo dell’apparato radicale e tanto più ossigeno riusciremo a fornire tanto più il suo sviluppo sarà vigoroso. L’ossigeno può essere apportato al substrato mediante irrigazione nel caso di cocco e terra e mediante areatori in caso di sistemi idroponici DWC o RDWC. Ma quanto ossigeno occorre? Ebbene l’acqua che è il mezzo comune di apporto per tutti i substrati, può saturarsi di ossigeno disciolto fino a un limite dettato dalla sua temperatura. Per le nostre piante ci sarà bisogno di apportare acqua a una temperatura che da una parte non provochi shock termico, rispetto alla temperatura del substrato, e dall’altra sia utile ad apportare la maggior quota di ossigeno. Il parametro ideale di temperatura è 19-20 gradi dove la saturazione di ossigeno oscilla attorno a 9mg/l che diminuirà progressivamente con l’innalzamento della temperatura e aumenterà fino a 14 mg/l con temperatura prossima allo 0. Iniziamo dunque a considerare di gestire la temperatura dell’acqua irriga per poter ottenere il miglior risultato sullo sviluppo radicale. Se siete maniacali, sappiate che sui market place più noti esistono kit economici con diversi reagenti per poter verificare quanto ossigeno disciolto è presente nelle vostre vasche.

Radici in ottima salute grazie un substrato in fibra di cocco, irrigato con acqua in riserva ossigenata con agitatore e ossigenatore (bubbler)

L’acqua e l’importanza della sua salubrità (la più importante tra tutte le variabili)
Se stiamo utilizzando acqua di rete (tap water) dobbiamo accertarci che questa venga decantata 24 ore in un contenitore non sigillato al fine di permettere la completa evaporazione del cloro che se ancora presente al momento dell’innaffiatura andrà a distruggere la vita microbica del substrato. La miglior scelta a mio avviso resta sempre l’acqua da osmosi, anche se purtroppo non è la scelta più ecosostenibile, riportata a un valore di EC pari a 0.4 con un buon fertilizzante di calcio e magnesio, possibilmente con un rapporto tra essi di 5/1. Acqua in movimento equivale ad acqua sana e ossigenata, un agitatore a supporto dei classici areatori all’interno delle vostre vasche sarà ben ripagato.

La fertilizzazione, EC e pH
Scegliere i fertilizzanti più adatti non è cosa assai complicata, esistono molti brand che hanno specializzato le loro formule sulle necessità della cannabis. Ciò che è importante comprendere è come gestire l’apporto seguendo le tabelle EC facilmente scaricabili online. Ovviamente le indicazioni di etichetta dovranno sempre essere il nostro primo riferimento.
Quando rileviamo l’EC, non facciamo altro che conoscere la concentrazione di sali (puri e non organici) disciolti in acqua. Con tale dato e le tabelle a supporto potremmo individuare facilmente il dosaggio personalizzato migliore.


Attenzione all’azoto organico!
Alcuni elementi fondamentali come l’azoto (N) in forma organica non vengono rilevati con la lettura dell’EC, quindi se siete appassionati di fertilizzanti organici badate bene a questo fattore che rischia di farvi apportare molto più azoto. Al rovescio, i sali per le soluzioni tamponi, presenti in alcuni prodotti con formulazioni particolari per ottenere un pH autoregolato dalla sola miscelazione di fertilizzante, porteranno un valore EC assurdamente alto rispetto ai parametri ottimali delle tabelle anche se si segue correttamente l’indicazione da etichetta. Nessun timore, in questo caso sebbene l’EC sia elevatissimo sappiate che non essendo sali NPK non andranno a bruciare le vostre amate piante. Personalmente non li gradisco per via dell’obbligo di dover rispettare rigidamente l’etichetta senza avere possibilità di tarare l’alimentazione a seconda della varietà.

EC per cannabis propriamente più utile in caso di ibridi o indica, mentre per gli strain con componente sativa dominante si dovrà ridurre leggermente il valore massimo di 0.2 o 04.

Il pH ideale
È sufficiente sapere che determina la capacità di scambio cationico (CSC) del substrato relativamente agli elementi in esso disciolto rendendoli più o meno assimilabili dall’apparato radicale.
La struttura del substrato determina il suo CSC e avremo valori ottimali di pH a seconda del substrato che abbiamo deciso di utilizzare. Per le coltivazioni in terra, il valore ideale di pH è compreso tra 6.2 e 6.8, mentre per i sistemi idroponici e soilless DWC-RDWC e COCCO è invece compreso tra 5.8 e 6.2.

Potete considerare il valore minimo come quello più utile durante la fase vegetativa e il secondo, come quello più favorevole nella fase di fioritura. Potete inoltre utilizzare prodotti a a base di acido nitrico per la vegetativa e a base di acido fosforico in fioritura.

Biostimolanti! Non rinunciate ai migliori boost in assoluto!

I silicati


Utilissimi per intensificare il pigmento della clorofilla e migliorarne l’efficienza. Funzionali per intensificare la risposta immunitaria ad attacchi patogeni come muffe e virus e inspessire le pareti cellulari migliorando la difesa ad attacchi meccanici (morsi) di fitofagi come i tripidi.

Zuccheri mono e polisaccaridi (melasse) per nutrire la flora batterica del substrato che instaura una simbiosi con le radici migliorandone l’efficienza. Micorrize (glomus intraradicens), bacillus (subtilis, megaterium etc), tricoderma invece dovranno essere la base microbica del vostro terreno di coltura specialmente in coltivazioni in terra. Sarete egregiamente ripagati da una crescita esplosiva!

Aminoacidi, auxine e citokinine naturali presenti in prodotti a base di alga bruna (ascophyllum nodosum) migliorano anch’esse l’efficienza dell’apparato radicale oltre che rendere più attiva ed efficace la risposta a stress abiotici (ambientali).

La fonte luminosa
Oggi la tecnlogia LED sta pian piano rimpiazzando le vecchie lampade HID.
Il grower millenials ha familiarità con il PAR (Photosynthetic Active Radiation) e il PPFD (Photosynthetic Photon Flux Density) quest’ultimo più importante per la scelta del nostro LED in quanto indica la quantità di flusso luminoso emessa su una determinata area per ogni secondo, la sua unità di misura è espressa così μmol/m2/s.

Quantum Board

L’ultimo ritrovato in campo LED che sta riscuotendo maggior successo sono le cosiddette quantum board, in grado di sviluppare un elevatissimo PPFD per la grande efficienza dei LED che convertono i watt assorbiti in flusso fotonico senza generare calore e dispersione. Il loro layout permette di avere una superficie di emissione luminosa molto ampia per via dei molteplici punti luci e il minor consumo, unitamente alla sua maggior efficienza stanno dando a questi ultimi ritrovati un grandissimo gradimento nelle comunità dei grower. I primordiali LED blu/red oggi molto economici restano tuttavia molto utili nelle fasi di germinazione, attecchimento e vegetativa peccando tuttavia nelle rese in fioritura per uno spettro non completo e a bassa penetrazione. La strada intermedia tra le prime e le ultime tecnologie sono invece i LED COB, ad alta efficienza, ma che rispetto alle quantum board diminuiscono l’ampiezza dei punti luci e sfruttano lenti con diversi gradienti per diffondere al meglio sul canopo la loro emissione.
Basti sapere che senza arricchimento carbonico le piante di cannabis con un PPFD di 800 μmol/m2/s raggiungono il livello massimo utilizzabile per la fotosintesi. Dare una potenza maggiore può portare bruciature e al blocco dello sviluppo.

Areazione e apporto di CO2
Quando si allestiva un setting con lampade, la prima preoccupazione era la dissipazione del calore. Il modo più semplice per sopperire all’innalzamento delle temperature era il corretto proporzionamento dell’estrazione dell’aria che ci permetteva di dissipare il calore in eccesso. Accessori come il cooltube hanno ulteriormente reso più semplice la risoluzione di questo problema. Il proporzionamento ideale per l’estrazione era così calcolato: volume della growbox (area della base x altezza) moltiplicato per 50 o 70 e il numero derivante esprimeva i m3/h che doveva essere in grado di espellere l’estrattore. Determinato questo, bastava inserire una immissione pari a 1/3 e il gioco era fatto.

L’avvento dei LED ha un po’ cambiato le regole dovendo considerare che il fattore temperatura non è più una nostra prerogativa, ma resta fondamentale esclusivamente il ricambio di CO2 e la depressurizzazione per rendere efficiente il nostro immancabile filtro ai carboni attivi. I moltiplicatori 70-50 possono essere ridotti a 50-30 mantenendo la regola sulla proporzione per l’immissione ed il corretto apporto di CO2 sarà garantito.

Valori di temperatura e umidità ideali
Nella fase di germinazione o di attecchimento la temperatura ottimale oscilla fra i 21 e i 23 gradi mentre per l’umidità possiamo avere valori abbastanza alti tra 80 e 90% dove la più alta è da ritenersi per i cloni in fase di attecchimento.
In fase di sviluppo vegetativo, dopo circa 2-3 settimane dalla germinazione o 7-10 giorni per i cloni, possiamo iniziare a seguire le tabelle VPD facilmente reperibili (approfondimento su DV 85 novembre/dicembre 2019).

Fioritura
È abbastanza complesso ridurre in poche righe i dettami necessari a una fioritura perfetta ed esplosiva, pertanto questo fatidico momento di vita delle nostre piante lo tratteremo come argomento a sé assieme alla descrizione dettagliata di tutti i singoli aspetti già menzionati in quest’articolo!

Stay tuned and grow your best

a cura di Daniele Agata
THC university certified grower





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