E’ una sentenza che potrebbe aprire una nuova epoca, ma al momento gli interrogativi sono ancora molti. Parliamo di una recente pronuncia delle sezioni unite della Corte di Cassazione che ha stabilito che coltivare poche piante a casa non costituisce reato.

Non è un orientamento nuovo nella nostra giurisprudenza, che ha sempre considerato la coltivazione di cannabis in due modi: o “un’offesa” a prescindere, nel senso che il solo fatto di coltivare equivale e introdurre “materiale drogante” nel sistema e quindi rappresenta un reato, o l’idea invece che coltivare cannabis a scopo personale, per non rifornirsi dagli spacciatori e dalla criminalità, non venga considerata una condotta penalmente rilevante. Come sappiamo in diversi processi gli avvocati hanno ottenuto assoluzioni per i propri assistiti, basandosi proprio sulla non offensività della coltivazione personale di cannnabis.

La novità è che secondo l’AGI per la prima volta le sezioni penali unite della Cassazione, che sono il massimo organo della corte, si sono schierate, sottolineando che: “Il reato di coltivazione di stupefacente è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza” ma che però: “Devono però ritenersi escluse in quanto non riconducibile all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate i via esclusiva all’uso personale del coltivatore”.

La svolta, come ha ricostruito l’AGI, sta tutta qui, in questa sentenza del 19 dicembre della quale devono ancora essere pubblicate le motivazioni.

Intanto l’avvocato Zaina predica calma. “Non vedo questa enorme novità, anche perché qualche sentenza della Cassazione (delle sezioni semplici e non delle sezioni unite, ndr) in questo senso c’è già stata, come ad esempio con la 36037 del 2017 o la 33835 del 2014. Poi la sentenza del 19 dicembre bisognerebbe leggerla e per questo prima di fare ulteriori commenti bisogna attendere le motivazioni”.

Se così fosse da domani non sarà più reato coltivare cannabis in casa?
“Assolutamente no”, sottolinea Zaina, “non cambierebbe niente perché le sezioni unite danno soltanto un’indicazione di principio. Bisognerà vedere in che senso la danno e cosa dicono. Non è che il legislatore ha stabilito delle nuove norme, c’è una sentenza che darà delle nuove indicazioni, ma bisogna leggerle”. Bisognerà ad esempio capire cosa si intende per “minime dimensioni”, per le “rudimentali tecniche”, “scarso numero di piante” e altri principi espressi nella massima provvisoria emessa dalla Corte dopo l’udienza del 19 dicembre.

Come al solito i mass media generalisti hanno lanciato la notizia in modo superficiale cercando di sfruttare l’entusiasmo che si è creato, mentre noi, in nome dello slow journalism, abbiamo come ultimo fine quello che i cambiamenti in atto e la loro portata siano ben compresi dai lettori.

Se da una parte è quindi una notizia positiva per tutto il movimento antipro, dall’altra, abituati alle giravolte delle nostre istituzioni, è meglio aspettare a cantare vittoria e vedere come si svilupperà la situazione. Sottolineando che, ancora una volta, il cambiamento può arrivare da una sentenza e non dalla nostra politica, che in fatto di cannabis ha ancora poco coraggio.





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