Spagna e Olanda sono i due unici stati europei dove è legale acquistare e consumare cannabis. Due modelli profondamente diversi, accomunati dal fatto di muoversi in una cornice legale non troppo definita.

In Olanda i coffee shop sono sotto attacco da tempo, sono diminuiti di numero, ma continuano a funzionare e a vendere cannabis a turisti di tutto il mondo, in Spagna i Social Club sono una realtà ancora in via di consolidamento e divisa tra quelli fedeli allo spirito originario (senza alcuno scopo commerciale e attenti alla qualità del prodotto e alla socialità dell’esperienza) e quelli pubblicizzati con i volantini sulle Ramblas, dove non vi sono problemi ad acquistare qualche grammo anche per chi è appena arrivato in città dall’estero.

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L’ESPERIENZA PIONIERISTICA DEI COFFEE SHOP OLANDESI

Anno 1976, mentre in tutto il mondo le politiche sulle droghe si irrigidiscono e la Convenzione Onu definisce l’uso di tutte le sostanze come un flagello sociale da eliminare, in Olanda si sceglie una clamorosa strada controcorrente: nascono i Coffee Shop.

Locali dove chiunque può entrare, acquistare e consumare alcune droghe (innanzitutto marijuana ma anche altre sostanze come i funghetti allucinogeni). Una scelta nata come tentativo di combattere la diffusione dell’eroina che in quegli anni stava colpendo Amsterdam così come tutte le città europee.

La cannabis non è tecnicamente legalizzata. La produzione rimase – e rimane ancora oggi – illegale ed anche la vendita rimane tecnicamente un reato. Ma ai Comuni viene appunto data possibilità di concedere l’apertura di Coffee Shop sul proprio territorio, con alcune regole: massimo 5 grammi a persona; divieto ai minorenni; nessuna pubblicità; massimo 500 grammi presenti nel negozio.

A queste prescrizioni si è aggiunto negli ultimi anni in moltissimi Comuni il divieto alla presenza di Coffee Shop entro i 250 metri di distanza dalle scuole.

Il risultato è stata una drastica diminuzione del numero di Coffee Shop, ad Amsterdam oggi sono circa 160, la metà di una decade fa. Una diminuzione che ha portato alcune conseguenze negative, misurabili nel sovraffollamento degli shop rimasti, nell’aumento dei prezzi e spesso nella diminuzione della qualità della cannabis venduta.

La mancanza di regole sulla produzione inoltre rende incontrollabili alcuni criteri, come la presenza o meno di pesticidi e nega l’approvazione di standard qualitativi.

Inoltre è un dato di fatto che dal da 40 anni il sistema dei Coffee Shop finanzi di fatto le strutture criminali, visto che la produzione rimane illegale e si continua nel paradosso che la cannabis diviene legale solo nel momento in cui oltrepassa la porta del magazzino del Coffee Shop. Una problematica ampiamente conosciuta come il “backdoor problem” e che rimane il più grande paradosso del modello olandese (a questo link un’interessante analisi del fenomeno).

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IL MODELLO DEI CANNABIS SOCIAL CLUB SPAGNOLI

La genesi dei Cannabis social club (CSC) spagnoli è stata molto diversa. Innanzitutto non sono nati come esperimento da parte del governo, ma sono nati dal basso, in aperta sfida alle leggi nazionali e sfruttandone i punti deboli.

La legge spagnola infatti non punisce la coltivazione di cannabis a scopo personale e vieta il consumo di cannabis in pubblico, ma non quello in luoghi privati. Da qui l’intuizione: se un gruppo di consumatori si associano e fondano un club dove l’ingresso è consentito solo ai soci stessi significa che la coltivazione rimane a uso personale (ogni pianta è per un membro) e il club rimane un luogo privato dove il consumo non è perseguibile.

I primi esperimenti in questo senso sono ormai di oltre dieci anni fa, e nacquero con criteri di autoregolamentazione rigorosi: nessun scopo di lucro; club da intendere come luoghi dove fare cultura e informazione e non solo consumo; prezzi al minimo e qualità al massimo possibile.

La svolta pochi anni fa: in tanti iniziano a fiutare il business e a partire da Barcellona (ma non solo) i club iniziano a nascere come funghi, rimangono non-profit solo sulla carta, mentre in realtà distribuiscono volantini pubblicitari ai turisti, arrivano ad avere anche cinquemila soci ognuno.

Nel 2014 si contano circa 400 club nella sola Catalogna, e si stimano mezzo milione di iscritti nel paese. Una situazione che ha spinto il governo catalano prima a bloccare l’apertura di nuovi club per un anno e poi ad approvare un regolamento definitivo che ne regolamenta l’attività.

Una modificazione genetica del fenomeno che ha finito per fare assomigliare molto i due modelli, seppur nati sotto auspici opposti.

La differenza rimane nel fatto che la in Spagna anche la coltivazione è di fatto legale, e gestita dai club anziché da organizzazioni illegali, e la qualità è in parte più sicura. Anche se spesso l’accesso non è semplice, e per farsi accettare da un club (o anche solo per trovare un club) possono essere necessarie molte peripezie.





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