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Tutti sappiamo che ogni pianta ha i suoi luoghi di origine, di diffusione e di coltivazione. Per restare in linea con la missione della nostra rivista, naturalmente, parliamo di un “certo tipo” di piante. Piante che da secoli gli uomini raccolgono, coltivano ed assumono per scopi diversi dall’alimentazione fisica: piante che hanno permesso all’uomo di nutrire la mente, di spogliarsi del corpo fisico per avvicinarsi alla spiritualità. Piante sacre che da sempre l’uomo assume per andare oltre i propri limiti fisici e mentali. Poi arrivano le civilizzazioni moderne e contemporanee che cominciano progressivamente a proibirne l’uso; questo avviene per diverse ragioni, una tra tutte il fatto che chi si libera attraverso l’uso consapevole e spirituale delle piante magiche può mettere in discussione i poteri costituiti e minare, alle basi, il controllo sociale. Ciò non vuole essere un elogio tout-court di tutte le piante magiche né, tanto meno, delle sostanze che da esse si ricavano.

Vorrei precisare la mia posizione una volta per tutte: io credo che ogni pianta magica sia utile all’uomo così come la natura, attraverso processi lunghissimi, la concepisce nell’ambiente, nel clima e nel luogo in cui cresce spontaneamente. Questa posizione, che mi rendo conto essere estrema, mi porta a pensare che sia sbagliato, anche se non condannabile, l’uso di tutte quelle sostanze che vengono sintetizzate, attraverso processi chimici, a partire dal vegetale per concentrarne il principio attivo e per accrescerne la potenza e gli effetti. Tanto per semplificare mi riferisco a sostanze come l’eroina, proveniente dalla raffinazione del papavero da oppio, e alla cocaina o meglio il cloridrato di cocaina, che come molti sanno, proviene dalla raffinazione
delle foglie della coca. La cocaina (metil-estere di benzoil-ecgonina) in se è la sostanza presente naturalmente nelle foglia della pianta della coca: in pratica la cocaina sta alla pianta di coca come la caffeina sta al chicco di caffè.

Da tempo si fa un gran parlare di quanto sia diffuso l’uso della cocaina in Italia, così ho pensato di scrivere questo articolo con l’intenzione di mettere in luce i risvolti sociali che la coltivazione della coca genera nei paesi produttori. Parlerò quindi della Colombia e della Bolivia, che insieme producono la quasi totalità della coca mondiale e che rappresentano due modalità opposte di affrontare la questione della sua produzione. La Colombia esemplifica come la coltivazione della coca possa creare gravi ed immensi problemi sociali, la Bolivia, al contrario, sta dimostrando come questa pianta, se adeguatamente valorizzata, possa rappresentare una risorsa utile ad attenuare la povertà dei contadini andini.

2015-07-09 02.50.15 pmLa pianta della coca (Erythroxylon coca) cresce sulle pendici amazzoniche delle Ande, in genere tra i 600 ed i 2000 metri di altitudine. L’uso delle foglie di coca, attraverso la masticazione, è una pratica molto antica, che sembra risalire al duemila A.C. Le popolazioni andine da sempre ne conoscono i principi attivi e ne fanno uso; si pensa che prima dell’avvento degli spagnoli l’uso delle foglie di coca fosse una pratica riservata ai sacerdoti Incas e delle altre civiltà precolombiane, furono però gli spagnoli che contribuirono a diffonderne l’uso presso le popolazioni indigene.

Attualmente i maggiori, se non unici, produttori della pianta della coca sono i contadini della Colombia, del Perù e della Bolivia. Girando per le montagne peruviane e per gli altopiani della Bolivia, come anche nelle sue città, è molto frequente vedere uomini e donne masticare le foglie di coca. L’uso tradizionale della coca è così diffuso tra le genti di questi due paesi che la sua coltivazione e il suo consumo sono ampiamente tollerati, al contrario di quanto avviene in 2015-07-09 02.50.26 pmColombia. Dalle montagne alle città, i contadini peruviani e boliviani trasportano a spalla le foglie di coca riposte in grossi sacchi. Al mercato vengono scelte ed acquistate le foglie migliori a prezzi molto bassi e congiuntamente si compra una sostanza -detta catalizzatore- anch’essa naturale. Le foglie di coca, private della parte dura ovvero della nervatura centrale, si ammorbidiscono con la saliva e la masticazione fino a costituirne un bolo. Quando questo è pronto si prende il catalizzatore, simile ad un sasso di colore grigio, se ne stacca con i denti un pezzetto e lo si mette al centro del bolo stesso che così composto viene tenuto in bocca tra la dentatura e la guancia. Piano piano il catalizzatore si scioglie consentendo l’estrazione delle sostanze presenti nella foglia, che entrano in circolo nel corpo attraverso la mucosa della bocca.

E’ indubbio che il controllo del mercato della droga abbia un ruolo importante nei conflitti che affliggono molte regioni del mondo. L’esempio dell’Afghanistan, il più grande produttore mondiale di papavero da oppio, è sotto gli occhi di tutti. Alcuni analisti sostengono che gli U.S.A., nel conflitto contro i Talebani, abbiano ottenuto un valido e massiccio aiuto dai signori della guerra che, a loro volta, ricavavano grandi fortune dalla coltivazione e dalla vendita del papavero da oppio, precedentemente bandite dal governo talebano. Sebbene susciti scarsa attenzione da parte dell’opinione pubblica, non meno importante e problematica risulta la “guerra della droga” che si combatte in Colombia. In questo paese, da quaranta anni, si protrae un conflitto a bassa intensità. Questa guerra vede contrapporsi l’esercito colombiano e la guerriglia formata da diversi gruppi: Farc, Eln, M19, oltre al fatto che all’interno di questo scontro si inseriscono altri attori quali i paramilitari, i narcotrafficanti, la lunga mano degli Stati Uniti d’America e la proverbiale corruzione colombiana. Al centro di questo scontro c’è la popolazione civile, costituita per lo più di contadini che si trovano letteralmente tra due fuochi. La coca è il motore economico che mantiene in piedi questa guerra.

Il conflitto colombiano è stato una questione totalmente interna fino a quando gli Stati Uniti d’America non hanno deciso, con uno specifico piano d’intervento chiamato Plan Colombia, di intervenire, dapprima economicamente e successivamente con l’invio di mezzi e consiglieri militari presso l’esercito colombiano. Con il tempo, il Plan Colombia si è rivelato sempre più un aiuto economico che nascondeva, dietro una facciata ufficiale di lotta alla guerriglia ed al narcotraffico, una strategia puramente neocolonialista volta a spianare la strada allo sfruttamento ed al controllo delle risorse naturali colombiane da parte delle multinazionali statunitensi.

L’intento dichiarato degli Stati Uniti era e rimane quello di estirpare la coltivazione della coca, che una volta raffinata viene immessa a tonnellate nel mercato nord americano. Parallelamente a tale scopo, gli U.S.A. hanno finanziato la lotta contro la guerriglia per scongiurare il pericolo che una sua vittoria sfociasse nell’instaurazione di un regime, simile a quello cubano, in Colombia. Nella realtà molti dei soldi impegnati per la lotta alla coca venivano paradossalmente utilizzati dal corrotto esercito e dalle formazioni paramilitari, i cui capi spesso sono i più importanti narcotrafficanti, per incrementare la coltivazione della pianta stessa. Anche la guerriglia, terminati gli aiuti internazionali, ha spesso ricavato il denaro, per le armi e per il proprio mantenimento, dalla coltivazione della coca. In mezzo a questo campo di battaglia e a questi giochi di potere, si trovano i contadini colombiani. Questi ultimi sono costretti, dalla povertà e dall’assenza di un’alternativa valida, a coltivare la coca per i narcotrafficanti o per la guerriglia, per finire perseguitati sia come narcotrafficanti che come guerriglieri. La situazione è ingarbugliata e i confini non sono mai netti e definiti, e tutte queste persecuzioni, le deportazioni e le uccisioni che i contadini quotidianamente subiscono da parte dell’esercito, sono necessarie a dimostrare agli americani ed ai politici colombiani che quest’ultimo si adopera per sconfiggere i produttori.

Negli ultimi tempi la strategia del governo colombiano e dell’amministrazione nord americana è cambiata, attualmente si ricorre prevalentemente alle fumigazioni aeree di diserbante sulle coltivazioni di coca. Si tratta dello spargimento tramite aerei di potenti diserbanti sopra le piantagioni: questa pratica provoca effetti deleteri sulla popolazione. Infatti, se da un lato i diserbanti sono nocivi per la salute umana, dall’altro il loro uso indiscriminato distrugge le piante diverse dalla coca che i contadini coltivano per nutrirsi. Questa tremenda guerra -che vede coinvolte con ruoli diversi e sovrapposti politica, esercito, guerriglia, aiuti nord americani e narcomafie di tutto il mondo, ‘Ndrangheta calabrese compresa- continua giornalmente ad ingarbugliarsi, sgretolando progressivamente la società colombiana e provocando un lacerante vortice di morte e sofferenza.

In Bolivia la situazione è molto differente, se non completamente opposta. In questo Paese l’impiego della coca è da sempre largamente diffuso tra la popolazione. L’uso delle sue foglie viene praticato presso le popolazioni indigene per scopi medicinali; oltre a ciò la masticazione della coca consente di sopire il senso di fame, nonché di sopportare le fatiche dell’estenuante lavoro che contadini, minatori ed operai svolgono sulle elevate quote degli altopiani andini, luoghi in cui l’ossigeno é tanto rarefatto da rendere anche il più semplice movimento estremamente faticoso. Queste antiche pratiche non sono solo consentite, ma di recente sono anche divenute legali. La svolta in tal senso, è arrivata quando i contadini si sono sindacalizzati e riuniti nella Federazione dei Sindacati del Tropico che accorpa i cocaleros boliviani, cioè i coltivatori di coca stessi.

Il leader di questo sindacato, Evo Morales, da poco più di un anno è diventato il Presidente della Bolivia. Morales, figlio di minatori ed ex coltivatore, è il leader del MAS (Movimento al Socialismo) e, oltre ad essere il primo presidente indio dopo 500 anni di “dominazione” straniera, ha le idee molto chiare per quanto riguarda la politica economica e sociale del suo Paese. Appena eletto Presidente è stato capace di stupire la Bolivia ed il Mondo intero con iniziative eclatanti, volte a creare più equità sociale e a combattere la povertà, piaga che affligge più del 70% della popolazione boliviana. Nell’ambito della coltivazione della coca Evo Morales ha dichiarato di voler avviare un processo di graduale legalizzazione per uso medicinale e personale, combattendo, di pari passo, il narcotraffico che si arricchisce sulle spalle dei contadini.

Lo scorso settembre il presidente boliviano è intervenuto all’assemblea delle Nazioni Unite a New York ed ha estratto dalla tasca una foglia di coca suscitando così un clamore internazionale, prontamente amplificato dai media di tutto il mondo. Di fronte agli illustri ospiti, presidenti ed ambasciatori di tutte le nazioni del mondo, l’indio Evo Morales ha tenuto una lezione sulla coca spiegando a tutti che “la foglia di coca è di colore verde, il colore rappresentativo della cultura andina e della speranza delle popolazioni indigene. Non è bianca come la cocaina”. Egli ha inoltre domandato all’illustre platea perché la coca sia ammessa nelle bevande, ma la sua coltivazione venga vietata; ha quindi ricordato come la pianta di coca sia coltivata ed utilizzata dalle popolazioni indigene per combattere la fatica e attenuare la fame. Al termine della sua lezione il presidente boliviano ha chiesto all’ONU di cancellare la coca dalla tabella delle piante proibite, annunciando al mondo che la Bolivia intende espanderne e valorizzare la coltivazione di questa pianta tradizionale.

Da questa pianta infatti è possibile ricavare un’ampia varietà di prodotti alimentari, farmaceutici e cosmetici. Successivamente alla riunione dell’ONU, in Bolivia si è proceduto a sviluppare il settore economico legato alla innovativa concezione della coca. Tale iniziativa si pensa possa essere capace di dare un futuro migliore alle migliaia di contadini che da sempre coltivano questa pianta. Lo scopo, infatti, è quello di permettere che le produzioni dei cocaleros trovino dei canali legali di commercializzazione, impedendo così che essi siano ricattati e sfruttati dal narcotraffico. Con questa nuova politica, Morales intende combattere il narcotraffico non attraverso l’utilizzo dell’esercito o delle fumigazioni aeree di diserbante, bensì offrendo un’alternativa legale e redditizia ai contadini boliviani.

La nuova Bolivia di Morales rappresenta un intelligente esempio di come una politica antiproibizionista sia l’unica vera soluzione per combattere la povertà e le mafie che si arricchiscono sfruttando i più poveri. In questo piccolo e remoto Paese, un semplice ed umile indio sta dando un’importante lezione ai potenti del mondo con una politica semplice e rivoluzionaria: una politica ANTIPROIBIZIONISTA.

Marco Mattiuzzo





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