2015-06-05 12.53.26 pmNegli ultimi mesi si è parlato molto di droghe e, in particolare, di cannabis. Questa, che di per sé avrebbe potuto costituire una favorevole circostanza al fine di accrescere la conoscenza sull’argomento, si è rivelata in realtà un’occasione per riproporre, con una recrudescenza che non si vedeva da decenni, tutto l’armamentario della peggiore propaganda proibizionista. Nonostante si siano verificati durante questo periodo alcuni fatti di grande rilievo, soprattutto dal punto di vista giurisprudenziale, si è spostata completamente l’attenzione dell’opinione pubblica su alcuni tristi fatti di cronaca sui quali tutta l’informazione istituzionale (dai telegiornali ai grandi quotidiani, passando per i cosiddetti “contenitori”) e con essa la totalità del mondo politico (inteso nel senso dei soggetti rappresentati in Parlamento) si sono buttati a capofitto.

In un clima tutt’altro che sereno a causa di una campagna elettorale in corso (quella per le elezioni amministrative) e grazie al supporto di alcuni personaggi – presentati come “esperti” – disposti a testimoniare qualunque cosa pur di trarne un personale beneficio, si è scelto di diffondere una straordinaria mole di notizie tendenti ad affermare un’aumentata quanto non dimostrata pericolosità della cannabis, capace, secondo questa tesi, di generare gravi disturbi psichici tra cui la schizofrenia. Nei giorni immediatamente precedenti al voto (un caso?) si è arrivati al punto di lasciare intendere persino che questa sostanza fosse in grado di provocare la morte mediante una singola assunzione (notizia, questa, che verrà smentita poco più tardi, ma non con altrettanta enfasi).

Nel frattempo, siamo stati costretti ad assistere ad un altro fenomeno singolare, che ha visto protagonisti numerosi esponenti della coalizione di governo, i quali – dopo aver condotto una campagna elettorale all’insegna di un loro presunto e promesso impegno contro le politiche proibizioniste – sono stati improvvisamente assaliti da una “profonda” crisi di coscienza che li ha portati ad avanzare proposte fino a quel momento giudicate improponibili anche dai più accesi sostenitori del fronte opposto. In alcuni casi (il più rappresentativo è quello che riguarda Livia Turco, nel suo ruolo di Ministro della Salute) ciò si è manifestato in maniera talmente imponente da creare non pochi imbarazzi anche all’interno della sua stessa maggioranza.

Volendo applicare il metodo scientifico nella stessa maniera in cui questa classe politica l’ha utilizzato negli ultimi tempi, non sarebbe difficile dimostrare la significanza statistica alla base del rapporto tra schizofrenia e incarichi di governo. Pare infatti che, dopo aver speso l’intera giovinezza all’opposizione, nel momento stesso in cui questi illuminati esponenti della sinistra si sono trovati a governare il Paese (così come anche le istituzioni locali) siano stati vittima di un processo di slatentizzazione che ha fatto emergere la loro “metà oscura”, rispetto alla quale anche i vecchi e tanto biasimati ex-governanti democristiani della cosiddetta Prima Repubblica appaiono oggi ultra-progressisti.

In questo clima delirante, nessuno ha resistito alla tentazione di commentare le questioni più insulse. Stranamente, però, non una voce si è alzata in seguito agli unici fatti che potevano avere una qualche rilevanza concreta. Nessuno, ad esempio – né dalla maggioranza, né dall’opposizione – ha ritenuto degno di nota che la Suprema Corte di Cassazione (prima sezione penale, sentenza n. 19056), abbia ordinato la scarcerazione del titolare di uno smart shop (indagato per morte come conseguenza di altro delitto e di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente, per aver venduto dei semi di rosa hawaiana essiccati a un ventenne, poi suicidatosi) avendo rilevato che non è spaccio vendere sostanze non tabellate, ma nessuno ha considerato opportuno commentare un fatto come questo: molto meglio azzuffarsi sull’ipotesi di mandare i Nas nelle scuole.

Ancora: sempre la Cassazione (sesta sezione penale, sentenza n. 17983), appena una settimana dopo, con un provvedimento rivoluzionario, annulla la condanna ad un uomo che aveva coltivato cinque piante di marijuana, dichiarando la irrilevanza penale di quel comportamento, perché «il fatto non sussiste». Si supera dunque in maniera netta e inequivocabile la classificazione che fino a quel momento aveva considerato la coltivazione, in quanto tale, come reato di pericolo, ampliando così il concetto di uso personale. Una decisione di portata storica, a maggior ragione se si considera lo stallo politico che si è creato su questa delicata materia. Ci saremmo aspettati, a questo punto, un elenco interminabile di commenti da parte del cosiddetto mondo politico, e (anche per favorire la ripresa del dibattito) abbiamo scelto di tenere questa notizia in primo piano su www.antiproibizionisti.it per intere settimane. Eppure, silenzio totale. Le priorità erano già state decise, ed erano altre: le ipotesi sul futuribile Ddl del Governo, i kit antidroga della Moratti (che però piacciono tanto anche alla Turco), la proposta di Chiamparino di punire i consumatori di sostanze stupefacenti.

Passano pochi giorni e il giudice monocratico della sezione di Licata del Tribunale di Agrigento, sulla scorta dell’autorevole decisione della Suprema Corte, assolve un quarantenne accusato di aver coltivato 27 piante di marijuana e stabilisce che «coltivare marijuana sul proprio terrazzo per uso personale non è più previsto come reato». Anche in questo caso, tutto tace. I giornali e i telegiornali – che pure solo fino a qualche ora prima avevano dedicato i titoli di apertura alla “marijuana assassina” – preferiscono occuparsi d’altro.

È evidente che tutto questo avrebbe una rilevanza relativa se riguardasse soltanto la cannabis o, più in generale, “le droghe”. In realtà si tratta di una questione estremamente più importante, che concernere il diritto a un’informazione corretta e pone in discussione la nostra stessa libertà. La libertà di tutti, anche di chi non ha mai fatto (né pensa di fare in futuro) uso di sostanze, più o meno stupefacenti. Fintanto che si continuerà ad affrontare i problemi non sulla base della loro effettiva urgenza e delle loro reali implicazioni, ma in funzione della loro utilità contingente, avvalendosi di criteri di valutazione basati esclusivamente sull’emotività e sulla ricerca del consenso immediato, sarà impossibile tornare a confrontarsi sulle soluzioni, ma si proseguirà necessariamente a battibeccare sui dati di partenza (alimentando in tal modo una costante disputa pseudoscientifica tra non-scienziati).

Così l’attuale ceto politico, nell’abdicare al suo ruolo naturale (quello che sta alla base della formazione dei processi decisionali che consentono di assicurare un assetto realmente democratico, all’interno del quale sia possibile esercitare un’azione di governo efficace e responsabile), lascia inevitabilmente un vuoto incolmabile. Ecco perché è necessario intervenire subito per invertire questa tendenza, ed ecco perché anche un fenomeno apparentemente “marginale” come quello qui descritto merita la massima attenzione.

Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it





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