Avrete letto la frase: “non sei ciò che dici, sei ciò che fai”. Ed è molto efficace: le parole sono dopotutto solo rappresentazioni di volontà, le azioni ne sono attuazione. Insomma, a parole si può desiderare, promettere, giurare di essere qualcosa, qualcuno, ma sono i fatti a definire quel che siamo. Eppure, a mio parere nemmeno i fatti dicono davvero chi sei. Quel che dice chi sei, in modo molto più sottile, è *la decisione* di ciò che dici, di ciò che fai – la decisione di ciò che sei. Quel livello di cui quasi nessuno sa assolutamente niente.

E non sto parlando di teorie filosofiche, capiamoci, sto parlando di momenti concreti, sto parlando di scelte e di responsabilità, sto parlando della vostra identità. Vediamolo con un esempio semplice: puoi dire “sparecchio io la tavola”. Oppure puoi alzarti e sparecchiare la tavola. Certamente, se lo dici e non lo fai, si rileva una incoerenza, e fin qui ci siamo. Ma anche quando lo fai, la domanda è: chi ha preso questa decisione? E in che modo è stata presa? Nella maggioranza dei casi, non abbiamo idea del perché diciamo quel che diciamo e nemmeno del perché facciamo quel che facciamo. Ad esempio, molti risponderebbero: “sparecchio per aiutare nel lavoro di casa”, oppure “sparecchio per fare posto sul tavolo”, oppure “sparecchio per rimettere ordine”, ma di fatto queste sono tutte motivazioni funzionali accessorie, non essenziali. E in questo il più delle volte sono fondamentalmente degli alibi. In termini più semplici: qualsiasi azione, anche sparecchiare, racconta qualcosa di te stesso a te stesso, prima ancora che agli altri. Tu sparecchi perché l’atto di sparecchiare ti definisce. Sparecchi perché vuoi essere “colui che in quel contesto e momento sparecchia”. Il dramma è che non lo sai affatto. Per cui magari dici “sparecchio io la tavola”, e non sai perché lo hai detto, visto che non ne hai voglia o sei stanco o ti fa male una gamba. E poi lo fai, o non lo fai, convinto di stare svolgendo una azione funzionale a un processo (sistemare la cucina), o persino raccontandoti di stare aiutando altri a risolvere loro problemi, di nuovo senza mai sapere che cosa stai davvero facendo né perché.

Quel che puoi davvero fare è osservare, capire e gestire *la decisione* di sparecchiare la tavola. Ed ecco che arriva l’artiglieria: tutto ciò che fai, ogni singolo gesto, parola, pensiero o azione, serve a te, per definire te stesso agli occhi tuoi – e altrui. Serve ad assomigliare all’idea che hai adottato di chi vuoi essere. E qui si pone il problema: chi ha deciso *chi* vuoi essere? Che modelli mentali costruiscono l’idea che vivi di te stesso? Insomma, da chi è stato deciso, e come è stato deciso, all’inseguimento di quale idea di te stesso tu debba passare tutta la vita declinando le tue decisioni? Lo ha deciso un regista? I tuoi genitori? Tuo fratello maggiore? Un libro? Dei fumetti? Una serie TV? La pubblicità? Una religione? Una cultura? Una ideologia? E ancora, come è stato deciso? Quando è stato deciso?

Non saperlo, non esserne coscienti, significa passare la vita a dire e fare cose senza nemmeno sapere perché. Passare la vita a cercare di diventare una idea di persona che nemmeno sai di avere adottato, come, o quando sia successo. Significa passare la vita ubbidendo a parametri, regole e leggi di cui nemmeno sospetti l’esistenza.

Pensi che siano tutte seghe mentali, vero? 🙂

Bravo, ora infilati addosso abiti che non sai perché hai scelto e corri a sgomitare per ottenere un lavoro che poi farai senza sapere perché lo stai facendo; corri ad aprire un mutuo e ottenere soldi che nemmeno esistono per poi metterti in fila a comperare un televisore grosso come una parete che trasmette programmi di cui non capisci quasi niente, oppure un orologio senza lancette che non segna nessuna ora, o l’ultimo modello di smartphone a 5g con cui potrai scambiarti alla velocità della luce opinioni che non hai pensato tu, storie di gente che non conosci, foto di cibo che non sai perché mangi e di luoghi che non sai perché visiti.

E ricordati di sparecchiare la tavola.





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