L’ultimo Prime Day, evento di grandi sconti dedicato agli iscritti Prime di Amazon, è stato il più proficuo della storia, non solo per il colosso dell’E-Commerce, ma soprattutto per le piccole-medie imprese che, da anni, si avvalgono della piattaforma per immettere i propri prodotti sul mercato e ampliare la propria clientela. I 20 paesi nei quali è possibile usufruire del servizio Prime hanno generato vendite ben superiori a quelle inizialmente poste da Amazon come traguardo, superando le aspettative di oltre 250 milioni di unità. Ma cosa succede ai prodotti non acquistati? E soprattutto, si tratta di un’operazione ancora sostenibile?

Nonostante l’enorme mole di beni acquistati tramite il sito, infatti, ogni anno, i prodotti che rimangono invenduti sono diversi milioni e la maggior parte di questi non sono nemmeno di proprietà di Amazon, bensì dei singoli produttori che si avvalgono della piattaforma di vendita, che però difficilmente ne otterranno la restituzione. A fronte di un costo di circa 25 centesimi a carico della compagnia per ogni prodotto reso, la distruzione dei beni invenduti, seppur nuovi e perfettamente funzionanti, è infatti un’operazione decisamente più economica, richiedendo una spesa di soli 10 centesimi per ogni prodotto nuovo invenduto.

A far suonare il primo campanello dall’allarme, è stata un’inchiesta di ITV, una delle più importanti emittenti britanniche a livello locale, che ha interessato principalmente il magazzino Amazon di Dunfermline, cittadina scozzese a nord di Edimburgo. I reporter, camuffati da impiegati, hanno documentato l’ingente quantità di prodotti nuovi o restituiti distrutti dalla compagnia: Macbook, Ipad, libri, elettrodomestici, arrivando fino a intere confezioni di mascherine chirurgiche inutilizzate, tutti riposti all’interno di scatole contrassegnate “distruggere”.Da venerdì a venerdì il nostro obiettivo era tendenzialmente quello di distruggere circa 130.000 prodotti a settimana” ha raccontato un ex dipendente del magazzino ad ITV, “Inizialmente ero sconcertato, non c’è una selezione per scegliere quali beni vengono distrutti”.

Le politiche di Amazon sulla gestione dei prodotti invenduti, a prescindere dalle condizioni in cui versano, non sono però una novità. Già nel 2019, un’inchiesta francese aveva rivelato come, nel paese, la compagnia destinasse circa 3 milioni di prodotti invenduti alla distruzione ogni anno, e anche in Italia, un’inchiesta realizzata per il premio Mani Tese, ha documentato come il gigante dell’e-commerce distrugga oltre 100.000 prodotti invenduti o resi nei poli logistici locali.

I dati ricavati dalle diverse inchieste avvalorano ulteriormente i dubbi che da anni vengono mossi al colosso di Bezos e che mettono in discussione la sostenibilità del modello Amazon, già considerato carente nella tutela dei lavoratori e dell’ambiente, facendo dunque sorgere diversi interrogativi sul futuro della compagnia, ufficialmente intenzionata ad adottare delle politiche più sostenibili e vicine ai diritti dei lavoratori, politiche il cui arrivo concreto continua però a tardare.





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