Nella classifica mondiale 2020 sulla libertà di stampa l’Italia è al 41° posto. Davanti a noi, tra gli altri, Ghana, Sud Africa, Burkina Faso e Botswana. Tra i parametri che Reporters Sans Frontières prende in considerazione ai fini della graduatoria – oltre a quelli diretti e violenti come le minacce, le incarcerazioni o le violenze contro i giornalisti – vi sono anche meccanismi di censura più sottili e indiretti, ma comunque efficaci. Come quello dell’autocensura: si tratta dei casi in cui i giornalisti non scrivono determinati fatti per non contraddire la linea editoriale del proprio giornale o per paura di ritorsioni lavorative. Sui media non passa giorno nel quale non si parli dell’allarme fake news. Tuttavia la libertà dell’informazione è messa in discussione anche da altri fattori, primo tra tutti il conflitto di interessi. Il tema è completamente scomparso, come se il declino politico e anagrafico di Silvio Berlusconi lo avesse risolto di colpo. Invece il mondo dell’informazione italiana, mai come oggi, è in mano ad una oligarchia di pochi grandi gruppi.

Il 23 aprile 2020 il presidente di Fiat Chrysler, John Elkann, ha rilevato il controllo della società editoriale Gedi. Si è completato così un gruppo che possiede una concentrazione mediatica senza precedenti. L’erede della famiglia Agnelli gestisce ora 17 quotidiani, 10 periodici, 3 radio e 3 giornali online. Elkann è certamente un imprenditore avveduto, ha curato la fusione tra Fiat e Chrysler creando uno dei colossi globali dell’auto e ha portato la società finanziaria di famiglia (la Exor) all’impressionante fatturato di 144 miliardi di euro nel 2019. Per controllare La Repubblica e le altre testate del gruppo, Elkann ha speso 102 milioni e per la prima volta sembra non aver fatto un buon affare. Il gruppo Gedi, infatti, è in caduta libera. Nel 2019 ha chiuso il bilancio con una perdita di 129 milioni e nell’arco di pochi anni il suo valore in borsa è passato da 1,20 euro ad appena 28 centesimi per azione.

John Elkann è in buona compagnia, sembra infatti che tra i magnati d’Italia vi sia una certa passione per accumulare il possesso di quotidiani e riviste anche a costo di perderci una montagna di soldi. Anche Gaetano Caltagirone è uno che i conti li sa fare. Con il resto della sua famiglia possiede la Caltagirone Spa, colosso del cemento e dell’edilizia con bilanci da 1,5 miliardi di euro l’anno e interessi anche nel business dell’acqua e della finanza. E anche lui perde soldi solo in un settore, quello dell’editoria. Negli anni ha acquistato sei quotidiani – tutti nella sua zona di interesse economico, il centro-sud Italia – continuando a investirci nonostante i bilanci della divisione editoriale di famiglia siano una via crucis: perdite di 360 milioni di euro negli ultimi dieci anni con un solo bilancio chiuso in attivo dal 2008 a oggi. E poi c’è Antonio Angelucci: parlamentare di Forza Italia, re della sanità privata (oltre 3mila posti letto principalmente tra Lazio e Puglia) e collezionista di procedimenti giudiziari con accuse che vanno dalla truffa alla corruzione. Angelucci è un altro che a livello imprenditoriale non sbaglia un colpo, tranne quando si tratta di carta stampata. Possiede Libero, Il Riformista, Il Tempo e diversi altri giornali locali dell’Italia centrale, tutti con i conti perennemente in rosso. Da notare come Libero sia un quotidiano di area salviniana, mentre Il Riformista è politicamente vicino a Matteo Renzi, contando che è parlamentare di Forza Italia, Angelucci si è praticamente coperto le spalle con mezzo arco costituzionale.

Per quale ragione Elkann, Caltagirone e Angelucci perdono milioni senza battere ciglio quando si tratta di investire sull’informazione? Evidentemente il lato economico non è essenziale nel valutare l’importanza di possedere un giornale. A chi investe sui media sembra non importi molto di quante copie si vendono. Infatti queste sono ogni anno di meno. Avere dei giornali è però un ottimo modo per fare arrivare quotidianamente la lista delle proprie priorità sopra alle scrivanie che contano, per coltivare relazioni politiche, per avere accesso ai salotti tv e per comunicare con i milioni di follower che le testate hanno sui social. Provate a cercare sulla stampa di Elkann una riflessione critica sul prestito garantito dallo stato da 6,3 miliardi appena ottenuto da Fca, su quella di Caltagirone un’inchiesta sugli effetti idrogeologici della cementificazione, o sui giornali di Angelucci un articolo imparziale sulle malefatte di certe cliniche private. Difficilmente ci riuscirete. È questo il conflitto di interessi che ha infettato ormai irrimediabilmente il giornalismo italiano.

Questi giornali, che quotidianamente sono pieni di omissioni, distorsioni e approssimazioni sono gli stessi che troviamo attivissimi nella denuncia delle fake news. La nuova “emergenza” contro la quale i media ogni giorno ci mettono in guardia. Non che non sia un problema, sia chiaro: effettivamente ne girano una marea. Ma l’idea che queste siano da cercare solo su pagine Facebook e blog è falsa. Quello delle bufale costruite ad arte per orientare l’opinione pubblica è un genere giornalistico con ormai un secolo di storia. Negli Usa degli anni ’30 del secolo scorso veniva chiamato yellow journalism e venne inventato sui quotidiani del magnate William Hearst: titoli strillati, notizie ingigantite o del tutto inventate per portare avanti le battaglie politiche del capo, innanzitutto contro la cannabis (era il periodo in cui negli Usa iniziava il proibizionismo) e le minoranze etniche. Un secolo dopo non sono pochi i casi che potremmo definire di “yellow journalism” nel giornalismo di casa nostra.

Come per la graduatoria sulla libertà di stampa, il pericolo dell’informazione oltreché negli attacchi diretti, come le bufale, sta in quella terra di mezzo fatta di interessi privati, omissioni, autocensura e punti di vista parziali. Quello delle fake news è spesso un meccanismo grossolano, la maggior parte di quelle che girano sui social sono così grossolane da essere smascherabili con poche ricerche su internet. Chi le prende sul serio è solitamente uno che vuole crederci perché le trova funzionali a confermare il suo punto di vista, oppure ha evidenti deficit di alfabetizzazione funzionale e di comprensione delle basi logiche di un testo. E questo dovrebbe fare riflettere più sullo stato della nostra scuola pubblica che sull’informazione in sé.

Più pericoloso è il fenomeno che viene definito framing. Framing significa, letteralmente, “incorniciare”. Nel senso di scegliere un punto di vista anziché un altro per influenzare l’interpretazione di chi legge. È una strategia nota a tutti i pubblicitari e purtroppo anche ai direttori dei giornali. Ad esempio, nel raccontare la costruzione di un nuovo quartiere residenziale si possono utilizzare cornici molto diverse: si può mettere l’accento sulla cementificazione crescente della città e sui rischi ambientali connessi, si può metterne in dubbio la qualità estetica e il suo essere un eco-mostro rispetto alla realtà circostante, oppure si può utilizzare come frame l’importanza dell’opera per lo sviluppo e l’economia del territorio. Quale chiave di lettura saranno portati a utilizzare i giornali di proprietà del palazzinaro Gaetano Caltagirone? Certamente l’ultima, almeno quando si tratta di opere per le quali il capo ha ottenuto l’appalto, mentre se il lavoro gli è stato soffiato dalla concorrenza l’occhio si farà più critico. È questo, nella sua essenza, il conflitto di interessi. L’avversario numero uno di un’informazione libera e al servizio dei cittadini.

Il miglior meccanismo di autodifesa verso questo tipo di informazione è l’attitudine a coltivare il dubbio. Non credere per partito preso alle verità che si danno per scontate, così come cercare di verificare i post che si trovano sui social per evitare di abboccare alla prima fake news.

Il caso della pandemia da Covid-19 è un buon esempio. È un argomento del quale tutti parliamo da mesi, normale quindi che attorno alla pandemia si siano scatenate vere e proprie bufale, in alcuni casi capaci anche di ottenere enorme popolarità, come quella che collega la diffusione del virus alla rete 5G. Una teoria a supporto della quale non esiste uno straccio di ricerca con attendibilità scientifica. Chiarire questo non significa però prendere per oro colato ogni verità ufficiale e nemmeno negare che dietro allo sviluppo della rete 5G esistano dubbi sensati legati ai possibili effetti nocivi. Non è semplice districarsi e mantenere il proprio baricentro quando ci si trova stretti tra le opposte tifoserie dei complottisti e degli anticomplottisti. Perché anche i media ufficiali hanno dato informazioni di dubbia attendibilità. C’è il caso del primo morto ufficiale di coronavirus a Vo’ Euganeo che in realtà secondo l’autopsia non è morto di Coronavirus. C’è il professore che esce dal coro e viene prontamente zittito, perché sostiene che il Covid-19 abbia ormai una carica virale non preoccupante (il direttore dell’unità di rianimazione dell’Ospedale San Raffaele di Milano, Alberto Zangrillo).

C’è poi il caso più preoccupante di tutti, scoperto da un’inchiesta del quotidiano inglese The Guardian che ha provato come molte ricerche pubblicate sulle principali riviste scientifiche mondiali e poi utilizzate dai governi per fissare le linee guida contro la pandemia, siano state prodotte a partire dai dati taroccati di un’azienda americana di nome Surgisphere, che ha come caporedattore scientifico uno scrittore di fantascienza. Il Guardian è un quotidiano serio, che spesso si sporca le mani in inchieste scomode e le conduce con affidabilità. Non a caso è l’unico grande giornale mondiale che non è di proprietà di qualche magnate, ma di una fondazione non profit nata appositamente per tutelarne l’indipendenza.

L’argomento Covid, come e più di altri, è di certo difficile, ma niente viene fatto da parte dei media e dei governi per dare alle persone i mezzi per farsi un’idea. Ci si limita a dire cosa deve essere pensato, senza dare spazio al confronto. E mica si parla di quelli che pontificano citando il cugino che conosce uno che lavora in ospedale, si parla di ricerche serie, con la sola colpa di mettere in dubbio alcune verità ufficiali. In tutto questo il governo italiano ha ben pensato di inventarsi la task force contro le fake news. È capeggiata da un professore dell’Università Cattolica e da diversi giornalisti delle grandi testate e il governo le ha conferito il pomposo nome ufficiale di “Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al covid-19 sul web e sui social network”. Sulla carta stampata e sulle televisioni per il governo, evidentemente, è tutto a posto. L’importante è controllare ciò che non passa per i filtri dei grandi gruppi editoriali.





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