Prezzi bassi, offerte vantaggiose e massima disponibilità: almeno all’apparenza, perché per diverse persone, l’esperienza con CBD Shop franchising è stata disastrosa sotto diversi punti di vista.

Dopo diverse segnalazioni arrivate in redazione, abbiamo deciso di approfondire la questione, e vi riportiamo qui di seguito il quadro che ne è uscito. Dalla grande delusione di diverse persone che hanno aperto con loro dei punti vendita, chiudendoli dopo poco tempo per le diverse problematiche emerse, siamo entrati in contatto anche con un coltivatore, che sta ancora aspettando che gli vengano pagati i 70 chilogrammi di infiorescenze che ha venduto loro.

Le due donne che si presentano come responsabili della società, Stefania Scialabba e Claudia Ottone, sembrano essere tanto convincenti prima che l’affare si concretizzi, quanto sfuggenti una volta che iniziano i primi problemi, per lo meno dalle testimonianze che abbiamo raccolto.

Comunque, riavvolgiamo il nastro e iniziamo a raccontarvi questa storia.

“Io e la mia ragazza avevamo avviato una coltivazione di canapa e, dopo aver fatto un giro online cercando dei compratori per il prodotto che sarebbe stato pronto di lì a poco, siamo venuti in contatto con CBD shop franchising e siamo andati a conoscerli”. Dopo i primi incontri di rito: “Sembravano persone serie, che ci hanno dato diverse rassicurazioni soprattutto sul quantitativo di prodotto che avrebbero potuto ritirare, dicendo che avrebbero potuto assorbirlo tutto, e quindi abbiamo pensato di firmare con loro un contratto”. Da quello che sapeva la giovane coppia, loro si erano presentati come una nuova realtà che aveva aperto una linea di franchising e quindi avrebbero avuto bisogno di infiorescenze con continuità. Dopo un incontro preliminare, in cui gli viene consegnata la copia del contratto, i ragazzi lo fanno controllare da un legale di fiducia e si incontrano in uno studio legale di Torino per la firma.

Va tutto bene fino a quando, dopo un paio di mesi dalla firma, i ragazzi ricevono dall’azienda la richiesta di una partita di piante certificate già germinate, che prontamente preparano, e che l’azienda poi non acquista più senza specificare il motivo. “E’ stata la prima avvisaglia ma, avendo appena avviato un rapporto di lavoro credevamo che avessero avuto dei problemi che possono capitare”, e così continuano la collaborazione fino alla cessione delle infiorescenze che ad oggi, dopo 5 mesi, non sono ancora state pagate. Per 70 chilogrammi di infiorescenze era stato concordato un prezzo iniziale, ulteriormente ribassato in fase di contrattazione, “un prezzo basso, ma che ci avrebbe permesso di coprire i costi dell’avviamento e pensare al futuro della nostra azienda agricola”.

Pochi giorni dopo dall’invio della fattura, vedendo che nessuno rispondeva ai solleciti, “Abbiamo avviato un’azione legale nei loro confronti, arrivando a far emettere un decreto ingiuntivo di pagamento. I conti correnti sono introvabili o quelli che abbiamo trovato sono vuoti ed è una cosa incomprensibile, anche perché dalle notizie che avevo erano arrivati ad aprire una 15ina di punti vendita. Tra l’altro, almeno da quello che scrivono su internet, sembrano avere diverse società all’attivo, anche in altri settori. Io sono stato fregato e probabilmente i miei soldi non li rivedrò più, però almeno voglio evitare che freghino altri ragazzi giovani”. Tutto confermato dall’avvocato che li assiste, che riguardo al decreto ingiuntivo ha spiegato che nell’ultimo giorno a disposizione c’è stata l’opposizione della società, eccependo la qualità della canapa.

Ed eccoci al capitolo dolente dei punti vendita. La prima testimonianza ce la fornisce un altro ragazzo, “uno dei primi ad aprire, e uno dei primi ad uscirne fuori”, del quale anche in questo caso non renderemo pubblico il nome, che ci racconta: “Dopo qualche mese sono riuscito ad aprire un negozio con loro ed è stato l’inizio dei problemi. Ho avuto problemi di ogni tipo: dalla fornitura ai prezzi, per arrivare alla SCIA, documento necessario per aprire l’attività”. L’investimento iniziale è stato di 6mila euro più Iva per l’affiliazione, più il primo ordine di 10mila euro di merce “arrivata a spizzichi e bocconi e con prezzi assurdi. Per farle capire io pagavo alcuni prodotti ad un prezzo più alto di quello di mercato”. Insomma, “un’avventura partita male e finita anche peggio, quando ho chiuso perché ho scoperto di non essere nemmeno in regola con i documenti. Quando già avevo deciso di chiudere è arrivata la polizia municipale a farmi un controllo: per fortuna avevo già le serrande abbassate ed è solo per questo motivo che l’ho scampata, perché mi ero accorto che c’erano problemi con la SCIA e la pratica dell’insegna, ma sinceramente non so nemmeno se il mio contratto sia stato registrato, visto che ho saputo che quelli di altri punti vendita non lo erano. Ho rischiato di passare dei guai seri, perché non era stata fatta nemmeno la SCIA, che certifica l’inizio di un’attività commerciale, nonostante io avessi pagato per farla fare da loro”.

Anche lui ha fatto mandare due lettere dall’avvocato, la seconda per uscire dal franchising, senza mai ricevere risposta. “L’ultima persona che ho sentito è il geometra che mi aveva montato l’insegna: mi ha chiamato per dirmi che non è stato pagato nemmeno lui”.

Diverso il posto, dinamiche simili. Un giovane ragazzo, che crede da tempo nelle proprietà della canapa, molla il lavoro e decide di lanciarsi in questa avventura. Perché non farlo con un franchising, che oltretutto sembra offrire anche corsi di formazione ad hoc? E così si mette in contatto con CBD Shop. “Ero un lavoratore dipendente e lavoravo per una grossa azienda, ho deciso di mollare tutto per buttarmi in questa avventura e, essendo un percorso che immaginavo complicato, la scelta del franchising mi sembrava essere la migliore. Quindi ho pagato la quota associativa di 6mila euro più Iva e firmato il contratto – mai registrato, anche perché le spese sarebbero state a carico mio – che prevedeva tra l’altro l’esclusiva di zona, l’assistenza pre e post apertura e i corsi di formazione, mai fatti. Altra cosa: sul contratto era scritto che mi sarebbe stato garantito un guadagno medio del 40% sui prodotti, ma non è mai stato così. Anche perché gli stessi prodotti che mi venivano forniti, erano presenti anche in altri negozi, ma a prezzi molto più bassi. Io ho poi scoperto che per la fornitura dei prodotti, loro facevano da filtro aggiungendo un ricarico sui prodotti stessi. Ed è una cosa che ho verificato di persona con un determinato prodotto, per il quale mi sono registrato come rivenditore, accorgendomi che i prezzi erano di molto inferiori a quelli che venivano fatti a me da CBD Shop. Loro avevano un ricarico su ogni prodotto che io acquistavo e in totale io sarò arrivato ad ordinare 15/20mila euro di merce”.
I problemi proseguono anche per le spedizioni della merce stessa: “Arrivava spesso merce sbagliata: io ordinavo un prodotto x e mi arrivava il prodotto y, che costava di meno, ma nessuno mi ha mai restituito la differenza dei prezzi, anche perché gli ordini io li pagavo in anticipo”. Mentre per le spedizioni: “Aspettavo settimane, a volte anche mesi. La merce non arrivava mai puntuale, sempre in ritardo e quando chiamavo mi veniva detto che era in viaggio. Ad esempio: io ho aperto il mio negozio a fine luglio 2018, e avevo fatto un nuovo ordine per non rimanere sprovvisto di merce nel mese di agosto, il più importante dell’anno anche per il turismo. Non mi è arrivato nulla e ho fatto tutto il mese con il negozio praticamente vuoto. Stessa cosa in previsione del Natale: ho fatto un ordine ai primi di novembre, che ho disdetto il 20 di dicembre perché non avevo ancora ricevuto niente. Loro mi rispondono che il prodotto che avevo ordinato era fuori produzione. Così contatto direttamente l’azienda che, non solo mi dice che la produzione andava benissimo, ma che per spedire il quantitativo che io desideravo, ci sarebbero voluti 3 o 4 giorni al massimo. Anche qui, visto che c’era la possibilità, mi sono fatto fare un listino prezzi da rivenditore, e non avevano nulla a che fare con quanto pagavo io al franchising. Altro esempio: ho fatto un ordine grosso di energy drink, che in genere hanno una scadenza di due anni, quando mi sono arrivati ho scoperto che avevano la scadenza a due mesi”.
Nessun problema per la SCIA “l’ho fatta fare da un amico”, ci ha spiegato sottolineando che però “molti degli allestimenti, che sarebbero dovuti essere a carico loro, non mi sono mai arrivati, avevo solo un bancone bianco e da loro mi è arrivata solo l’insegna, rotta, poi rimandata integra, e qualche adesivo, quindi l’allestimento me lo sono fatto da solo”.
Inoltre: “Mi avevano promesso il sito internet e il sito e-commerce, altre promesse mai mantenute, e tutte queste cose le ho fatte presente a loro tramite Pec, quando ho scritto loro per uscire dal franchising”.
Oggi il ragazzo ha creato un proprio brand e riavviato il negozio “piano piano mi sto riprendendo, anche se con la cattiva fama che mi sono fatto inconsapevolmente a causa dei prezzi e dei ritardi; sto facendo davvero fatica, spero nella stagione estiva, perché se no rischio di dover chiudere”.

Altra testimonianza, stessa storia, con protagonisti due fratelli che hanno aperto 2 diversi punti vendita. “Siamo andati a Torino a firmare con le due ragazze di CBD shop franchising un contratto presso uno studio legale. Dopo la firma ci hanno detto a più riprese che loro sarebbero stati il nostro fornitore esclusivo, e quindi di non contattare nessun altro. Ho capito dopo perché: il motivo è che speravano non venissimo a conoscenza dei prezzi di mercato dei prodotti, visto che ci fornivano di merce che noi pagavamo di più di quanto la pagavano i nostri clienti in altri growshop. Ad esempio io pagavo le infiorescenze a prezzi spropositati: 6 o 7 euro al grammo anche per ordini di 3 chilogrammi”. Non solo: “Anche per l’olio di CBD ci siamo accorti che il gioco era lo stesso. Noi ad esempio acquistavamo da loro un marchio di olio al cbd al 5%, che pagavamo 34 euro più Iva a confezione; tempo dopo ci siamo accorti che per i rivenditori il prezzo sarebbe stato 25 euro più Iva, perché 35 euro era il prezzo finale che l’azienda produttrice faceva ai clienti finali”. Da lì iniziano tutti i problemi, “anche perché i clienti non tornavano sia per la qualità bassa di alcuni prodotti, sia per i prezzi alti” e da CBD shop non rispondevano alle chiamate. “Inoltre avevamo fatto un primo ordine di 15mila euro, ma la merce faceva fatica ad arrivare”. Dopo un mese i due fratelli chiudono il primo negozio, mentre per il secondo decidono di cambiare insegna e aprire un proprio brand, “con la possibilità di rifornirci da chi volevamo noi”. Anche perché, “avevamo fatto fare un controllo al loro numero di partita Iva che appariva sul contratto, e avevamo scoperto che era nulla dal 2016”. Da lì il ragazzo è entrato in contatto con altre persone che avevano aperto franchising con loro, per scoprire che “anche le partite iva indicate sui loro contratti, erano intestate ad aziende che si occupavano di altro”. Da lì, anche su consiglio dell’avvocato e per evitare un’azione legale che difficilmente avrebbe portato al recupero dell’investimento, i due fratelli non proseguono per vie legali, nonostante in tutta l’operazione avessero perso 30mila euro. Con una parentesi felice: il negozio, oggi che è gestito in maniera autonoma, comincia a funzionare “e i clienti tornano perché sono soddisfatti”.

Anche Martina, nome di fantasia, ha voluto raccontarci la sua pessima esperienza. “In passato li ho trovati casualmente su Facebook come franchising a basso costo per poter aprire un negozio che vende articoli di canapa. Dopo vari accertamenti e dopo essermi messa in contatto con le due signore che si presentano come responsabili, mi convinsi di voler aprire questo negozio affiancata dal franchising. Subito dopo il pagamento del franchising mi resi conto della truffa. Non rispondevano più al telefono non erano più a disposizione come prima. Le risposte al telefono divennero scostanti e non più esaustive come una volta”.
Poi continua a raccontare che: “Per vari mesi rimasi in contatto con loro per poter sapere quando poter aprire il negozio e passarono 4 mesi! Nei quali io iniziai ad avere dei riscontri economici molto negativi”.

Il negozio viene aperto in ritardo, a luglio, “quando la gente naturalmente è in vacanza. Sono stata accusata di non saper vendere, che la colpa nel ritardo dell’apertura del negozio era solo ed esclusivamente a causa mia, nonostante gli ordini arrivavano in ritardo e quando arrivavano gli ordini erano tutti danneggiati”.

“Non sono l’unica ad essere stata truffata, e non sarò l’ultima”, continua Martina: “Spero che possiate aiutarci perché siamo tutti ragazzi molto giovani che non hanno le possibilità economiche di poter pagare degli avvocati”. Anche lei oggi è uscita dal franchising, e ha mantenuto il negozio aprendo il proprio brand e portandolo avanti in autonomia.

Poi c’è la storia di padre e figlio, anche loro usciti da tempo da questa spiacevole avventura: il padre aveva aperto lo shop con la fidanzata e il figlio l’altro punto vendita. “Eravamo andati a parlare loro con il cuore in mano, anche perché mio figlio era salito apposta da giù per questa avventura imprenditoriale, per la quale ci avevano anche assicurato che ci avrebbero fatto dei corsi di formazione, mai fatti”. Anche loro firmano il contratto nello studio legale, ma il loro contratto era sbagliato: “Noi abbiamo corrisposto subito 4mila euro a fronte dei 12mila richiesti per i due shop e c’eravamo fatti rateizzare il resto in rate da 250 euro. Appena usciti ci siamo accorti che l’importo delle rate, corretto e indicato a matita sul contratto, era sbagliato: abbiamo chiamato subito per segnalare la cosa e non ci hanno risposto. Dopo 3 giorni ci ricontattano dicendo che avevano avuto problemi di salute e siamo andati avanti dopo esserci chiariti, e comunque il contratto non è mai stato registrato”.

Così padre e figlio individuano i locali adatti per i negozi e iniziano i primi ritardi e i primi problemi. “Ad esempio ci chiedono di rifare le planimetrie dei negozi, nonostante in comune ci avessero detto che non fosse necessario e ci chiedono mille euro. Mi rivolgo ad un mio amico geometra e me le fa entrambe per 300 euro”.

Nonostante tutto si arriva all’inaugurazione, “in ritardo incredibile sui tempi previsti. E nella prima fornitura di 2500 euro di prodotti, la metà della merce arriva danneggiata. Loro danno la colpa al corriere, non rimpiazzano la merce e non inviano le fatture. Anche al secondo e terzo ordine manca della merce e non mandano la fattura, nemmeno dopo le nostre continue richieste. Non solo, perché ogni volta che chiamavamo per avere spiegazioni ci facevano terrorismo psicologico facendo sentire in torto noi”.
Il bilancio finale è una perdita di oltre 20mila euro, al che, decidono di far inviare una Pec dal proprio legale. “Quando abbiamo deciso di uscire, visto che il contratto prevedeva una penale di 1500 euro a negozio, abbiamo mandato un’altra PEC spiegando che uscivamo dal franchising per inadempienze contrattuali, dando loro 15 giorni di tempo per sistemare i problemi. Nonostante facessero finta di niente 2 giorni prima della scadenza abbiamo inviato una mail per sottolineare l’invio della precedente PEC, e ci hanno chiamato minacciandoci, dandoci degli incapaci e mettendoci anche paura. Siamo comunque usciti dal franchising, mantenendo un negozio con un altro brand che abbiamo creato appositamente”.
“Ho scelto di parlare con voi”, ci dice prima che ci congediamo, “perché non voglio che freghino altre persone. Dalle notizie che ho io continuano ad aprire negozi”.

Oggi il sito internet è ancora online e pubblicizza i propri punti vendita e le prossime aperture. Con un rapido controllo all’Agenzia delle entrate la partita Iva indicata ancora oggi sul sito www.cbdshop-franchising.it, risulta “cessata”, mentre da controlli che avevamo fatto la società, ancora attiva, ha come attività prevalente quella di impresa di pulizie e disinfestazione. Così abbiamo deciso di contattare Stefania Scialabba, che risulta essere la titolare di CBD shop franchising, facendo presente che diverse persone sostengono di essere state truffate da loro, di aver perso molti soldi e di essere usciti dopo numerose inadempienze contrattuali.

“L’unico obbligo di CBD Franchising era quello di acquistare dal nostro catalogo, non ce n’erano altri e non c’erano clausole scritte in piccolo nel contratto preparato dal nostro commercialista. Ci sono state delle problematiche sulle spedizioni, perché lavorando può capitare che arrivi il pacco danneggiato o la merce difforme dall’ordine e il catalogo è trasparente”. Sulla difformità dei prezzi sottolineata da diverse testimonianze la Scialabba puntualizza che secondo lei: “C’è stato solo un problema su un olio al CBD di un certo marchio, che tempo fa ha cambiato il prezzo sul proprio sito e di recente ci siamo adeguati anche noi”. Secondo la titolare, le testimonianze che abbiamo raccolto sono semplicemente persone che “non sono state capaci di fare il loro lavoro” e a questo proposito sottolinea che non solo ci sono negozi ancora attivi (10) e altri che stanno aprendo (13), ma che stanno iniziando anche una nuova avventura in Spagna, dove prevedono di aprire altri negozi.

Sul fatto che la partita Iva segnalata sul sito e che fa riferimento a CBD Shop franchising sia scaduta dal 2016, come è possibile verificare con un rapido controllo sul sito dell’Agenzia delle Entrate, la sua versione è che: “La partita Iva che risulta essere cessata è una cosa di cui sono venuta a conoscenza come i franchising, a cui è stata inviata una mail successivamente per informarli. L’ho scoperto dopo la segnalazione di una persona che si voleva affiliare con noi, dopo i tempi tecnici per capire cosa fosse successo, è stata legata ad una partita Iva esistente”. Alla puntualizzazione che ancora oggi, sul sito www.cbdshop-franchising.it risulti indicata ancora la partita Iva vecchia, la signora Scialabba spiega che: “Purtroppo ci sono delle cose che non siamo ancora riusciti a mettere a posto, il nuovo sito è online ma non sono in grado di darle l’indirizzo corretto”. Quando le viene fatto notare che tutti riferiscono che il corso di formazione, previsto da contratto, non sia mai stato fatto, ma ci sia stata solo una breve chiacchierata la Scialabba risponde che: “Il corso è stato fatto, non una chiacchierata”. La durata? “Tutto il pomeriggio, e hanno ricevuto anche delle dispense”.

Insomma, la signora respinge tutte le accuse, sottolineando che “ci sono dei procedimenti penali e civili in corso con le persone che ci hanno diffamato e si tratta di 10/15 persone complessive che si stanno fomentando a vicenda”. Quando le si fa notare che si parla di 10/15 persone, su un totale di 20/25 punti vendita tra quelli chiusi e quelli che secondo lei sono ancora aperti, non sono poi così poche, la risposta è che: “Sto parlando di 15/20 persone ma non punti vendita, comprendono anche i parenti”.

Insomma: noi abbiamo messo in fila i fatti così come li abbiamo raccolti, e ve li abbiamo raccontati dopo le opportune verifiche. A questo punto non vogliamo certo fare la parte di quelli che “ve l’avevamo detto”. Anche se, in effetti, l’avevamo scritto tempo fa in questo articolo.

Abbiamo voluto darvi le due versioni contrapposte in modo che chiunque possa farsi la propria idea.
Il nostro consiglio resta quello di affidarsi ad esperti e professionisti del settore, per una consulenza o per lo meno qualche indicazione utile, prima di avviare un’attività o un investimento. Perché è sempre meglio avere un dubbio e fare un controllo in più, che trovarsi in una situazione spiacevole.





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