Dopo la controversa sentenza della cassazione, che ha messo a rischio l’intero settore della cannabis light, centinaia di negozianti hanno coraggiosamente continuato ad alzare ogni mattina la saracinesca del proprio growshop. Nonostante la sentenza non sia affatto chiara, nonostante le possibili grane, nonostante ci siano denunce e sequestri in corso, tanti piccoli negozi stanno continuando a tenere aperto, dimostrando attivamente cosa significa lottare contro i rigurgiti del proibizionismo più bieco che stanno investendo il nostro paese mentre in tutto il resto del mondo soffia tutt’altro vento.

Tra i pochi growshop che hanno preferito chiudere c’è il Mr. Nice di Milano, aperto in pompa magna poco più di un anno fa e da subito diventato famoso non fosse altro per la popolarità dei tre proprietari: il rapper J-Ax, il fratello Grido e il produttore Takagi.

Mr. Nice ha chiuso i battenti, da un giorno all’altro, con un avviso scritto su un foglietto di carta appiccicato alla saracinesca abbassata a spiegare che: “Preso atto della stringata informazione provvisoria della Corte suprema di Cassazione, Mr Nice store ha deciso, al fine di evitare indebite speculazioni, di astenersi, per il momento, dalla vendita dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa”.

Una decisione che non ci saremmo sentiti certo di discutere né tantomeno condannare se fosse stata presa da un qualsiasi negozio “normale”. Ma quello di J-Ax e soci non è un negozio qualsiasi. Noi stessi, nell’aprile dello scorso anno, trattammo la sua apertura su Dolce Vita, andando anche all’inaugurazione. Nel suo ingresso nel settore avevamo visto un barlume di quella che gli americani chiamano la “normalizzazione” della canapa e il suo ingresso nel “main stream” culturale.

Grido. J-Ax e Takagi in posa all’apertura di Mr. Nice

J-Ax in persona aveva voluto sottolineare il carattere politico dell’apertura, dichiarando nell’intervista rilasciata a Dolce Vita che aveva deciso di aprire il Mr. Nice per “cambiare l’immagine che si ha della cannabis in Italia”. E ora che fa? Chiude con un banale e sconclusionato comunicato in seguito a una sentenza che tutti gli avvocati del settore hanno definito contraddittoria e priva di conseguenze univoche. Il tutto mentre centinaia di negozianti decidono coraggiosamente di continuare ad aprire le saracinesche ogni mattina, non solo per difendere la propria attività economica ma come atto di antiproibizionismo consapevole.

Di più, della scarna comunicazione di Mr Nice ci ha colpito un passaggio, quello in cui si dice di chiudere per “evitare indebite speculazioni”. Cari J-Ax, Grido e Takagi, le speculazioni, la cattiva stampa, gli attacchi frontali della politica, sono da mettere in conto se si sceglie l’antiproibizionismo. Ad occhio e croce dovreste essere i negozianti del settore che meglio di tutti possano permettersi eventuali processi e sequestri della merce, e chi combatte per una causa che ritiene giusta deve essere pronto a prendersi anche i rischi che comporta. Se no è solo business. Se no è aprire un growshop con la stessa attitudine con la quale si apre un negozio di vestiti o di scarpe. E l’antiproibizionismo non funziona così.

La rivoluzione non è un pranzo di gala, recitava un vecchio adagio. E neppure quella della legalizzazione della canapa lo è. Per fortuna dimostrano di saperlo bene centinaia di attivisti e commercianti del settore, che pur avendo risorse economiche e mediatiche ben più modeste rischiano in prima persona ogni giorno.





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