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In galera i detenuti lavorano; non tutti di solito si tratta di una stretta minoranza a rotazione. Iniziamo da un elenco: lavorante di cucina, MOF (servizio di piccola manutenzione interna), scopino, bibliotecario, portavitto e scrivano.

Questi sono i principali lavori che l’amministrazione penitenziaria permette di svolgere all’interno delle carceri avvalendosi della prestazione d’opera dei reclusi. Non ho idea di quanto sia l’attuale paga, comunque molto, molto, molto inferiore a quelle, già miserabili, che si percepiscono all’esterno.

Tuttavia, poiché la maggior parte di quelli che ci finiscono e soprattutto che ci restano sono poveri, il poter contare su 100 euro fa la differenza, oltre che permettere di impiegare il tempo in modo più umano che restare in un’inedia che spesso affoga nelle benzodiazepine.

Se tutti i “lavoranti” che prestano opera nelle carceri smettessero di svolgere il loro compito, tutti assieme ed in tutte le galere, il sistema imploderebbe. Ovviamente non succederà, perché nessuno è disposto a rinunciare alla propria misera condizione di “privilegiato”, perché quando si è tenuti sotto ricatti vitali non ci è permesso scegliere, ma questo vale anche fuori e per un numero sempre maggiore di persone.

Il progetto del carcere globale senza sbarre è ormai una realtà, una società che scarica anche le proprie responsabilità di tutela nei confronti dei propri membri grazie alla sempre maggiore domanda di un posto da schiavo, a fronte di una produzione stabile perché governata a monte.
Nessuno più sfugge e se lo fa è solo una questione di tempo.





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