Manca poco al primo lancio di piante di canapa nello spazio: non è una trovata per cercare vita aliena nell’universo e verificare se anche altre forme di vita possano cedere al fascino millenario di questo vegetale, ma un metodo per studiare le reazioni della pianta in assenza di gravità.

Le piante raggiungeranno la distanza di circa 400 chilometri dalla terra per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) della NASA e orbitare intorno alla terra per capire le reazioni a queste condizioni ed osservare quali principi farmacologici vengono sviluppati.

“Quando spediamo le piante alla Stazione Spaziale Internazionale, eliminiamo un nucleo, una forza costante, a cui le piante sono ben adattate – la gravità”, ha spiegato il dottor Joe Chappell, un membro del team di consulenza scientifica Space Tango, che è uno specialista nello sviluppo e nella progettazione di farmaci. “Quando le piante sono stressate”, continua, “utilizzano il bacino genetico per produrre composti che consentano loro di adattarsi e sopravvivere”.

La strategia di Space Tango di condurre test su piante di canapa piuttosto che su piante di marijuana ha a che fare con la designazione federale della canapa come contenente meno dello 0,3% di THC.

Come racconta Forbes la NASA prevede già dei programmi di coltivazione di piante nello spazio come il Vegetable Production System, soprannominato Veggie, che è stato lanciato nel 2014 per produrre verdure commestibili e “fornire all’equipaggio una fonte appetibile, nutriente e sicura di cibo fresco e uno strumento per supportare il relax e la ricreazione”, spiega la NASA. “Veggie è anche usato per esperimenti fondamentali di biologia spaziale come la serie Advanced Plant Experiments e le attività di biologia spaziale educativa”.

Atalo Holdings, un’azienda con sede nel Kentucky, fornirà i semi di canapa ed il know how necessario, per la missione prevista per il mese di febbraio 2019. “Capire come le piante reagiscono in un ambiente in cui viene rimosso il tradizionale stress gravitazionale può fornire nuove informazioni sul modo in cui gli adattamenti avvengono e su come i ricercatori potrebbero trarre vantaggio da tali cambiamenti per la scoperta di nuove caratteristiche ed applicazioni biomediche”, conclude Chappell.

 





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