L’operazione del fondo canadese LGC Capital, che ha acquisito il 47% delle quote di EasyJoint con un investimento di 4,8 milioni di euro, ha mostrato a tutti l’interesse a livello internazionale che il nostro paese sta suscitando per quello che riguarda i diversi settori della canapa.

Non è un mistero che in Italia, da nord a sud, ci siano le perfette condizioni pedoclimatiche per la coltivazione di questo vegetale, in pieno campo, in serra o anche in indoor, per chi voglia poter procedere con più cicli di coltivazione l’anno. Inoltre visto che i nostri prodotti agroalimentari sono rinomati in tutto il mondo per la loro qualità, dall’olio a frutta e verdura, passando per vino e cibo in genere, perché i frutti della pianta di canapa dovrebbero essere da meno? E un esempio delle capacità dei nostri canapicoltori è già stato ampiamente dato in passato, quando la nostra fibra si è affermata come la migliore per qualità, e veniva esportata per poi crearne vele, cordami e prodotti tessili in genere. Non solo: perché in giro per il mondo non si sono dimenticati, come sembra abbiamo fatto noi, che fino agli anni ’40 del secolo scorso eravamo i secondi produttori mondiali per quantità, con oltre 100mila ettari coltivati a canapa nei primi del ‘900.

Quello che bisogna tener presente è che si tratta di un vero e proprio mondo, con filiere che potrebbero funzionare in modo integrato lavorando le diverse parti della pianta.

Ci sarebbero gli spazi per avviare veri e propri settori industriali ma sono operazioni che andrebbero concertate dall’alto con grandi investimenti, mentre il movimento che sta portando alla creazione delle varie filiere è tutto spinto dal basso, con le difficoltà che ne conseguono.

Per questo quando è nato il fenomeno cannabis light, noi, che siamo stati i primi a renderne conto e a scriverne in Italia, l’abbiamo da subito sostenuto, sia per il valore antiproibizionista dell’operazione sia per il suo valore economico, con la speranza che i soldi potessero essere lo strumento per lavorare finalmente sulle filiere che potrebbero cambiare l’impatto ambientale di diversi settori, dalla bioedilizia alla bioplastica, passando per carta e biocarburanti, giusto per fare degli esempi.

La nostra idea era quella che i soldi guadagnati dalle aziende che si occupano di coltivare canapa da fiore, potessero poi essere riutilizzati per concentrarsi sui nuovi mercati da aprire, una sorta di investimento per il futuro e per l’ambiente. Il problema attuale è che non solo questo processo non sta avvenendo, ma si sta andando nella direzione opposta. Le coltivazioni di cannabis light non stanno diventando il volano per sviluppare le altre filiere, anzi: oggi continuano a nascere aziende che vogliono coltivare canapa da fiore, allettate dai facili guadagni che si paventavano un anno fa, ma che si sono già molto ridotti per l’aumento della competizione e dell’offerta di materia prima, mentre quelle che presidiavano gli altri settori diminuiscono.

La filiera della bioedilizia, per la quale erano stati fatti grossi passi in avanti, avrebbe bisogno che venissero creati dei nuovi centri di trasformazione per la produzione di canapulo, riuscendo magari a valorizzare anche la fibra tecnica e in futuro la fibra lunga a scopo tessile. Bisognerebbe concertare un’operazione che parta dalle aziende che si occupano di bioedilizia per arrivare ai coltivatori, stabilendo ad esempio degli standard delle caratteristiche del canapulo affinché sia ideale per essere impastato con acqua e calce, in modo che gli agricoltori abbiano delle specifiche precise su come e quali varietà coltivare a questo scopo.

Si sente spesso parlare della possibilità del ritorno di una produzione tessile italiana, ma anche qui ci si muove a macchia di leopardo, senza concertare operazioni che per la loro complessità andrebbero pensate a livello nazionale, prevedendo degli investimenti mirati.

Nel settore della bioplastica, nonostante potrebbe essere una svolta epocale per il valore ambientale di un prodotto biodegradabile da utilizzare per il packaging o per le bottiglie di plastica, ad esempio, non abbiamo fatto nessun passo avanti, ad eccezione dei ragazzi di Kanèsis che continuano a sfornare filamenti per la stampa 3D ricavati dagli scarti agricoli, canapa in primis. Ma la stampa 3D non può sostituire i volumi di produzione della plastica a iniezione, per cui bisognerebbe, come sta accedendo nel resto del mondo, sviluppare dei nuovi processi che la rendano un’operazione possibile.

Lo stesso potrebbe essere fatto con i biocombustibili, come sta facendo la Polonia con una società partecipata dal governo, o con la carta, per la quale ad oggi abbiamo solo piccole produzioni artigianali.

Sarebbero operazioni che, oltre al valore economico e occupazionale, visto che sono processi che dalla progettazione alla realizzazione coinvolgerebbero intelligenze, università e forza lavoro, avrebbero un valore inestimabile per l’ambiente e per il futuro di tutti.

Intanto, il paradosso tutto italiano, vede gli sforzi di cittadini, aziende e associazioni tesi a lavorare per migliorare la situazione, mentre la politica rema contro. Il ministro Fontana, con la delega alle politiche antidroga, ha lanciato la sua personale battaglia contro la cannabis light, rispolverando la “tolleranza zero” inaugurata da Nixon con la guerra alla droga. Solo che Nixon la sosteneva negli anni ’70 e non aveva dietro di sé 50 anni di politiche proibizioniste fallimentari che hanno mostrando al mondo intero quanto sia un approccio completamente sbagliato. Nel frattempo il ministro dell’Interno Salvini, invece che concertare delle norme chiare e condivise con il ministero della Salute, ha messo a punto una circolare che non ha fatto altro che spaventare gli operatori di settore, senza chiarire i punti necessari.

Mentre c’è chi punta ad aprire l’ennesimo growshop o azienda per coltivare cannabis light, bisognerebbe ragionare su progetti originali, perché una cosa che bisogna tenere ben presente è che siamo agli inizi di un nuovo mondo per la cannabis: si stanno aprendo spazi enormi per chi ha la capacità di innovare e immaginare un futuro diverso.

Il nostro consiglio è naturalmente quello di continuare a seguire Dolce Vita e i nostri canali social, di iscrivervi alla nostra newsletter e di partecipare agli eventi di settore. Un’importante risorsa può essere il forum di Enjoint, la più grande comunità italiana di grower dove trovare centinaia di spunti, riflessioni e discussioni su ciò che sta accadendo.

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