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Dopo la laurea in medicina ho atteso alla cerimonia del “giuramento di Ippocrate” c/o l’ordine dei medici. «Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento, rifuggendo da ogni indebito condizionamento, di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale».

Con in mente queste parole, mi sono trovato a leggere un’intervista al dottor Massimo Nabissi (ricercatore): «le sperimentazioni cliniche sono eseguite in strutture ospedaliere pubbliche o in private autorizzate e il finanziatore è di solito un’industria farmaceutica, mentre raramente un organismo di ricerca pubblico finanzia lo studio. […] si attende che lo facciano all’estero e poi il nostro paese […] si adeguerà alle regole dell’investitore. […]pronto a sviluppare la tua l’idea, magari avviando una sperimentazione clinica ed eventualmente brevettando la terapia». 
È ormai chiaro che nel computo dei benefici apportati da un nuovo farmaco, capitolo molto importante sia il profitto di brevetto/vendita. La “libertà individuale” del medico è sottilmente compromessa. Il ritorno economico enorme della Cannabis guida e fomenta la disputa tra utilizzo ricreativo e terapeutico (dividi et impera). Sia da medico, che da paziente, riconoscendo di essere entrambi, vorrei porre una riflessione. La “malattia” non è solo una condizione prettamente fisica, lambisce, in maniera differente, anche la nostra sfera psicologica e sociale. Per “guarire” e ritornare nello “stato di Salute”, infatti, non si deve solo riparare il corpo (l’essere umano è una macchina molto più complessa di quelle che lui stesso è in grado di creare con l’intelletto razionale) ma si dovrebbe, a mio avviso, ricreare la propria vita adattandola alle “nuove condizioni” che lo stato di malattia ci impone.

Molte patologie, ad oggi, trovano ancora scarso riscontro di efficacia nei protocolli terapeutici tradizionali. Per questo, i pazienti, hanno iniziato ad utilizzare autonomamente Cannabis. In qualche maniera apportava loro un contributo positivo. Queste persone, però, rimangono confinate nella zona grigia del “dobbiamo capire meglio”. Alla luce dei recenti studi reputo questa “eccessiva precauzione” contraria al principio fondamentale della medicina “primum non nocere”. L'”uso ricreativo” è un uso medico incompreso. La mia speranza è che sempre più colleghi sviluppino le alte dosi di coraggio e senso di libertà personale necessarie a risolvere questa incomprensione.





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