«Se tenere in mano una canna serve a farne parlare e discutere, passatemene un’altra. Non la fumerò, ma la terrò in tasca finché non ci sarà una legge sulla legalizzazione».

Così parlò il 4/20 del 2015 l’allora deputato del PD Giuseppe Civati. A rigor di logica, quindi, quel joint sta ancora aspettando di essere acceso. Se e quando accadrà mai lo abbiamo chiesto al diretto proprietario che all’argomento ha anche dedicato un libro “Cannabis. Dal proibizionismo alla legalizzazione” pubblicato da Fandango nel 2016.

Nel 2018 la cannabis è stata protagonista di un cambiamento epocale nei suoi confronti, penso a quanto accaduto in Canada e negli Stati Uniti. Era prevedibile?
Lo era, certo, perché il processo è in atto da tempo. Un processo “dal basso”, peraltro, espressione cara alla retorica politica, pochissimo praticata, in verità, qui da noi. Un percorso che ha visto protagonisti, movimenti e operatori che sono partiti dalle loro comunità. Fino alla mossa canadese: per la prima volta un candidato a guidare il Paese ha inserito la cannabis e la sua legalizzazione nel programma elettorale. E una volta eletto è stato coerente. Una rarità.

Con quali conseguenze per il resto del mondo?
Le conseguenze sono numerose. Non si può più far finta di non sapere di che cosa si tratta, c’è un modello a cui far riferimento, si può ragionare sulle conseguenze e sull’impatto della legalizzazione senza farsi travolgere dai pregiudizi e dal sentito dire, anche perché negli Stati americani, ad esempio, si verifica periodicamente come procedono le cose. E poi c’è il punto di vista commerciale, perché gli investimenti sulla cannabis sono esplosi e questo non può non avere conseguenze per tutto il mondo. Ragioni culturali, politiche ed economiche si intrecciano.

Nel vecchio continente il Lussemburgo sta lavorando per legalizzare l’uso ricreativo. Che sia la crepa che permetterà ai paesi europei di aprirsi sul tema?
Certo, ed è un vero peccato che l’Italia, dove i consumatori sono numerosi e la mafia è così potente non colga l’occasione per giocare, per una volta, d’anticipo. Mi pare che si perderà un’altra legislatura, nonostante l’impegno di chi come Matteo Mantero ha avuto il merito di tenere viva la questione.

È in corso un cambiamento globale. Cosa dovrebbe accadere affinché l’Italia non perda anche questo treno?
Non so, Salvini, che è il vero dominus della politica attuale, legalizza tutto quanto, a cominciare dalle armi, potremmo dire, ma sulla cannabis ha un punto di vista da esponente dell’estrema destra bigotta e ultraconservatrice. Così Fontana, che se si può è ancora più retrogrado. Per loro vale il modello della guerra alla droga che prese il via decenni fa e che ha già fallito, sotto ogni punto di vista. Se loro, come pare, rimarranno al governo, ci sarà poco da fare.

A che percentuale di elettorato rispondono i consumatori di cannabis in Italia?
Beh, se fossero un partito se la giocherebbero ai massimi livelli. Sono milioni di persone. E sono in gran parte più giovani dell’italiano medio, per età, delle statistiche. Sono consumatori moderati e credo vivrebbero come una liberazione e come un elemento di maturità, anche, il fatto di essere liberi di consumare un prodotto certificato, meno dannoso per la salute, senza finanziare le mafie e i circuiti criminali che da esse dipendono.

Perché a livello di immaginario uno spinello fa più paura di una sigaretta o di un cocktail?
Solo ed esclusivamente per una ragione culturale, noi siamo abituati ad alcune cose e ad altre no. A Verona, dove vivo, si beve molto vino, ma non è considerato dannoso, nell’immaginario. Fa parte del paesaggio. La cannabis, che pure cresceva rigogliosa in questa e molte altre parti del paese, dal paesaggio è stata “strappata”. E poi c’è quell’aspetto fondamentale: la cannabis è sempre vissuta come eversiva nella retorica politica, ragione per la quale è diventata protagonista di tutte le cacce alle streghe dell’ultimo secolo.

Non crede che in Parlamento, anche su questo tema, regni una profonda ipocrisia?
Totale, ridicola, caricaturale. Nel libro riportai gli interventi dei miei colleghi contrari alla legalizzazione della cannabis. Erano impressionanti. Sciocchi, infondati, eccessivi. Tutto il contrario di ciò che dovrebbe fare la politica, che dovrebbe assumere analisi e dati, valutare le conseguenze, ragionare su costi e benefici, in un sistema di legalità. Ed è curioso che tutti parlino di legalità. Sulla cannabis la legalità è negata, distorta, rovesciata. C’è una legge che di fatto non rispettano fino in fondo migliaia e migliaia di italiani. Eppure la si difende come fosse un baluardo contro chissà cosa.

Tre motivi per legalizzare l’autoproduzione di cannabis subito.
Togliamo i miliardi di fondi neri per le mafie e li investiamo nella sanità, che ne ha tanto bisogno, e nella prevenzione, per un consumo consapevole di qualsiasi sostanza (anche quelle legali). Che già basterebbe a spiegare perché si deve legalizzare: sarebbe una manovra ingente ed epocale. E poi evitiamo di criminalizzare comportamenti diffusi, evitiamo che i danni aumentino per via delle vicende giudiziarie e dello stigma sociale. E, ancora, puntiamo sulla qualità del prodotto, perché non sia alterato da altre sostanze, schifezze che fanno più male di tutto il resto.

I nostri lettori (e noi in primis) vorremmo vedere qualche fatto concreto messo in atto dai politici che come lei si definiscono antiproibizionisti e a favore della legalizzazione della cannabis. Abbiamo qualche speranza o dobbiamo continuare ad accontentarci di slogan elettorali e promesse campate in aria?
Quando ero in Parlamento mi sono battuto molto e non smetto certo di farlo ora. Sono stato anche preso in giro parecchio, per via della sigaretta di cannabis che ho conservato nella tasca della giacca, fino a legalizzazione avvenuta (che non è avvenuta, ahinoi). Abbiamo raccolto le firme in calce alla legge di iniziativa popolare, che abbiamo consegnato alla Camera, con i Radicali, Possibile e molti altri movimenti. Partecipato all’intergruppo che promosse l’iniziativa parlamentare per la legalizzazione. Promosso mille incontri, indagato il fenomeno della cannabis light, difeso la libertà di scegliere in uno schema regolamentato. Contro stupidi divieti che non rispetta nessuno e fanno più male che bene, come è ampiamente dimostrato. Credo che tra qualche anno ci diranno che avevamo ragione. È un peccato, però: avremmo potuto essere i primi in Europa, evitare che la questione della cannabis diventi solo un affare delle multinazionali, che tutto diventi industriale e consumistico ancora prima di cominciare, potremmo dire. Quella ipocrisia di cui abbiamo parlato è alla radice della nostra miopia. E dei nostri ritardi. Ecco, se c’è un divieto che andrebbe introdotto, è il divieto di ipocrisia.

a cura di Livia Mordenti
Giornalista, vive a Roma e Milano. Spesso in treno, dove tasta il polso del Paese reale

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