L’idea che la cannabis sia una “droga di passaggio”, e cioè una sostanza che, se utilizzata, predisporrebbe il consumatore all’utilizzo di droghe pesanti come cocaina ed eroina, nasce direttamente dalla campagna infamante andata in scena in America all’inizio del secolo scorso, che ancora oggi pesa in modo decisivo sull’approccio culturale che molti Paesi occidentali hanno rispetto a questa sostanza ed ai suoi derivati.

Parliamo della vergognosa campagna di stampa fortemente voluta da Henry Aslinger, che si spingeva ben oltre, sostenendo che “appoggiare una sigaretta alla marijuana alle proprie labbra”, avrebbe potuto trasformarvi in un pazzo o addirittura in un assassino.

Per chi è cresciuto negli anni ’80 le campagne mediatiche massive contro l’uso di droghe pesanti non sono una novità (come dimenticare il claim della pubblicità che recitava: “Se ti droghi, ti spegni”), ma non sono in molti a sapere che è proprio in quegli anni che, anche nella comunità scientifica, iniziava a farsi strada l’idea che il consumo di cannabis potesse aprire le porte all’uso di droghe più pesanti. Una delle prime studiose in tempi moderni a formulare questa teoria è stata la dottoressa Denise Kandel nel 1975, l’ultimo a pubblicare uno studio che va in questa direzione è il marito, Eric Kendel, neurologo e premio Nobel, che ha realizzato uno studio su cavie da laboratorio in collaborazione con l’Università di Cagliari e la moglie che sta facendo molto discutere.

SOSTANZE, DIPENDENZA E RESPONSABILITA’ COMUNE
Ciò che la comunità medica conosce della dipendenza si è evoluto in modo significativo dagli anni ’30, quando un gruppo di ricercatori ha introdotto una versione anticipata del concetto di “sostanza di passaggio”. Conosciuta come “Stepping Stone Theory”, si basava sull’osservazione dei ricercatori secondo cui il 100% dei dipendenti da eroina che avevano intervistato, aveva fatto precedentemente uso di cannabis. La loro conclusione: la marijuana conduce inesorabilmente all’uso di eroina.

Versioni successive della teoria si focalizzarono di più su come stabilire un ordine o una “tipicità” in cui i tossicodipendenti si muovono attraverso le sostanze. “Non sei mai veramente in grado di stabilire una chiara connessione causale perché ci sono così tanti fattori per i quali non puoi controllare”, ha scritto Denise Kandel, in un primo studio sull’argomento del 1975. “Tutto quello che puoi dire è che esiste un’associazione tra l’uso di queste sostanze e che tende ad esserci una sequenza”.

Ma quel genere di distinzioni andò in fumo quando Robert L. Dupont, ex zar della droga della Casa Bianca e direttore del National Institute on Drug Abuse (NIDA), coniò nel suo libro del 1984 il termine “gateway drug”, “appunto “droga di passaggio”, nel titolo “Getting Tough on Gateway Drugs: A Guide for the Family. Con la “guerra alla droga” lanciata da Nixon vicina al suo apice, legislatori e gruppi di attivisti si focalizzarono sull’idea che impedire ai bambini di essere coinvolti con alcol o cannabis avrebbe potuto salvarli da una vita segnata dall’abuso di droghe.

Oggi si è fatta strada la teoria della responsabilità comune, che afferma che alcune persone, in virtù della biologia, dell’ambiente o di entrambi, sono semplicemente più propense di altre a diventare dipendenti da sostanze. Una teoria che spiega perché così tante persone usano le cosiddette sostanze di passaggio (alcool, sigarette e cannabis), senza diventare mai dipendenti. “La teoria del “passaggio” si occupa solo dell’inizio dell’uso di varie sostanze e questo ordine non significa esattamente nulla”, ha detto Michael M. Vanyukov, professore di scienze farmaceutiche all’Università di Pittsburgh e coautore di uno studio del 2012 che paragona la teoria del “passaggio” alla teoria della responsabilità comune. “Ciò che è importante è il motivo per cui le persone iniziano a usare droghe e le responsabilità comuni che stanno dietro a questa scelta”.

COSA DICONO GLI STUDI RECENTI
Uno studio della Columbia University pubblicato a novembre del 2017 su Science Advances ha dimostrato che i ratti esposti all’alcool avevano probabilità più alte degli altri ratti nello spingere una leva che rilasciava cocaina. I ricercatori hanno anche scoperto che l’alcool sopprimeva due geni che normalmente fungono da limitatori per gli effetti della cocaina, creando un “ambiente permissivo” per la sostanza all’interno del cervello dei roditori.
Uno studio simile del 2011 – condotto da alcuni degli stessi ricercatori, in particolare Denise Kandel, che ha contribuito a formulare la teoria del gateway nel 1975 – ha prodotto risultati comparabili usando nicotina e topi.

I critici sono pronti a sottolineare le carenze in questi studi, compresa l’ipotesi che i roditori e gli esseri umani rispondano in modo simile ai narcotici. “Penso che sia un tentativo relativamente zoppo di resuscitare una teoria che è stata ampiamente ridimensionata”, ha commentato Ethan Nadelmann, fondatore ed ex direttore esecutivo della Drug Policy Alliance. “Il semplice fatto che stanno coinvolgendo studi sui topi” per affermare verità sulle persone è “una vera e propria forzatura”, ha detto.

Il Dr. Nadelmann ha anche fatto notare che molti studi precedenti hanno contraddetto la teoria del passaggio. Uno studio del 2008 ha rilevato che, assumendo cannabis, chi soffre di dolore cronico potrebbe ridurre le dosi di oppioidi che alleviano il dolore, per esempio. E le persone che combinano la marijuana con gli oppioidi da prescrizione non hanno più probabilità di abusare di alcol o di altre droghe, ha dimostrato la ricerca.

Un altro colpo alla teoria del “passaggio”: in Giappone, dove l’uso di marijuana è molto più basso che nella maggior parte dei paesi occidentali, secondo un’indagine del 2010 l’83% dei consumatori di droghe illegali non ha iniziato fumando cannabis. E ora ci sono prove crescenti che fattori come la povertà e l’ambiente sociale sono un fattore predittivo maggiore del consumo di droghe pesanti rispetto all’esposizione precoce alle droghe leggere.

Nel 1999, in una relazione sui pericoli della cannabis medica per il Congresso, l’Istituto di Medicina della National Academy of Sciences dichiarò “non ci sono prove conclusive che gli effetti della cannabis siano causalmente legati al successivo abuso di altre droghe illecite”. La relazione non ha riguardato la nicotina o l’alcol.

Tornando ai giorni nostri è da poco stato pubblicato lo studio dell’Università di Cagliari realizzato proprio in collaborazione con il dottor Eric Kandle, a supporto della teoria di passaggio. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno somministrato un cannabinoide sintetico simile al THC, e quindi non cannabis, ad un gruppo di ratti, pubblicando il lavoro sulla rivista internazionale “Cell Reports” con il titolo “Cannabinoid Modulation of Eukaryotic Initiation Factors (eIF2a and eIF2B1) and Behavioral Cross- Sensitization to Cocaine in Adolescent Rats”. Nello studio viene spiegato che l’uso dei cannabinoidi sintetici utilizzati, sostanze psicoattive che mimano gli effetti del THC, modulano i livelli di due fattori di iniziazione eucariotica (eIF2a e eIF2B1) importanti per la sintesi di proteine, processi di memoria e di sensibilità alle droghe. In particolare, i cambiamenti vengono osservati in animali esposti al cannabinoide in adolescenza e che dimostrano una maggiore sensibilità alla cocaina.

Da non dimenticare che sono diversi gli studi scientifici moderni che identificano la cannabis ed i cannabionidi come sostanza d’uscita, e non di entrata, nei confronti di diverse dipendenze come quelle da oppio e derivati, cocaina, alcool e sigarette.
Intanto in Canada la catena di dispensari Eden, che attualmente ha due sedi autorizzate e regolamentate a Vancouver e tre in Ontario, ha dato il via a un programma di sostituzione degli oppiacei. In collaborazione con Zach Walsh, psicologo clinico e professore associato di psicologia all’Università della Columbia Britannica (UBC), è possibile usufruire di questo servizio a titolo gratuito. Entrambi i dispensari di Vancouver hanno esaurito la disponibilità di posti all’interno dei progetti in pochi giorni, a riprova di quanto sia urgente il problema degli oppiacei. La diffusione è davvero immensa. Basti pensare che gli americani consumano l’80% dell’offerta mondiale di oppio.

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