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Cannabis terapeutica per via inalatoria, vaporizzazione o combustione?

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le evidenze scientifiche che suggeriscono la possibilità di un uso efficace e sicuro dei derivati della cannabis per il trattamento del dolore cronico in alcune patologie come sclerosi multipla, dolore neuropatico, per mitigare nausea e vomito associati alla chemioterapia

Vaporizzatore e ganja

Nonostante le evoluzioni scientifiche in tema di cannabis il personale medico è ancora molto restio nel prescrivere medicamenti a base di cannabis, soprattutto per la scarsa conoscenza in merito al dosaggio da utilizzare e alla via di somministrazione da preferire. Il dosaggio rappresenta, in effetti, un aspetto critico per via della difficoltà di standardizzazione derivante:

  • dalla variabilità del contenuto di attivi a seconda della cultivar;
  • dell’elevata variabilità della risposta individuale;
  • delle differenze nella biodisponibilità dei principi attivi a seconda della somministrazione (orale, inalatoria, topica).

L’approccio generale suggerito dai clinici esperti in materia è quello di partire dal dosaggio minimo e aumentare gradatamente, monitorando le reazioni individuali, senza avere fretta se l’effetto non dovesse manifestarsi subito (può richiedere da 30 minuti a 2 ore). In caso di inalazione il paziente dovrebbe attendere almeno 15 minuti dopo una prima assunzione e proseguire con le successive ogni 15-30 minuti, fino all’attenuarsi della sintomatologia dolorosa. Per quanto riguarda l’utilizzo della cannabis a scopo terapeutico, due sono le principali vie di somministrazione, quella orale e quella inalatoria. Come per qualsiasi altro principio attivo assorbimento, distribuzione e metabolismo sono i principali fattori che determinano l’inizio e la durata dell’azione farmacologica: di questi il più condizionante è l’assorbimento, che dipende dalle caratteristiche del prodotto somministrato – in particolare dal grado di lipofilia/idrofilia e dalla sua biodisponibilità. I derivati della cannabis sono lipofili, scarsamente solubili in acqua, e quindi vanno assunti in presenza di olii, grassi o solventi polari come l’alcol etilico. Dal punto di vista dell’inalazione, invece, i fattori condizionanti per l’insorgenza dell’effetto possono essere la durata e la profondità dell’inspiro e la temperatura di combustione o vaporizzazione del preparato – fattori che possono far oscillare l’entità dell’assorbimento dal 10 fino al 60%. L’assunzione della cannabis per via inalatoria può avvenire sostanzialmente in due modi, per combustione o per vaporizzazione. La combustione è la via più comune ma non è raccomandata dal punto di vista terapeutico perché:

  • il raggiungimento di temperature di 600-900°C comporta la formazione di sottoprodotti tossici, quali monossido di carbonio, ammoniaca e soprattutto idrocarburi policiclici aromatici, potenzialmente cancerogeni;
  • l’uso cronico può causare problemi respiratori come asma, bronchiti e tosse cronica;
  • i pazienti associano spesso la cannabis col tabacco, aumentando il rischio di patologie polmonari;
  • il 30-50% dei principi attivi è perso come fumo passivo.

Al contrario la vaporizzazione presenta diversi vantaggi per l’uso terapeutico:

  • il riscaldamento raggiunge temperature di 160-230°C, riducendo il quantitativo di monossido di carbonio prodotto;
  • la formazione di sottoprodotti tossici risulta inferiore rispetto al fumo;
  • si riduce il rischio di problemi respiratori associati all’utilizzo continuativo;
  • i principi attivi non vengono dispersi col fumo passivo.

È importante sottolineare che, per il trattamento di patologie croniche la via di assunzione orale resta quella preferita, sotto forma di olio o capsule a lento rilascio, per un più facile controllo e un effetto più duraturo; la vaporizzazione rappresenta invece un buon rimedio in caso di dolore acuto, in ragione della rapida insorgenza dell’effetto terapeutico, oppure in affiancamento alla terapia orale cronica, in caso di temporanea esacerbazione dei sintomi. 

L’utilizzo del vaporizzatore sta diventando sempre più popolare, e ad esso si affiancano nuove modalità di assunzione per inalazione, come il dabbing, che consiste nel vaporizzare un estratto concentrato tramite un dispositivo apposito, “dab ring”. La differenza rispetto alla vaporizzazione consiste nell’utilizzo del concentrato, che risulta più ricco di cannabinoidi, terpeni e flavonoidi, con arricchimento di aroma e sapori. Contrariamente alla vaporizzazione, però, non esistono al momento studi scientifici sugli effetti dell’inalazione tramite dabbing. 

A cura di Sonja Bellomi
www.laboratorioextracta.com


BIBLIOGRAFIA 

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