Conosciamo Walter De Benedetto da circa un anno. Da quando cioè la sua storia è diventata testimonianza di quanto in Italia il diritto alla cura, nei casi in cui questa sia rappresentata dalla cannabis, resti in realtà solo sulla carta e di come, cercando sollievo al proprio dolore, ci si possa ritrovare invischiati in fastidiosi provvedimenti giudiziari.

Ora l’uomo di 48 anni che soffre di artrite reumatoide è indagato per “Coltivazione di sostanza stupefacente in concorso”, a seguito del sequestro delle piante coltivate nella sua serra nella periferia di Arezzo con l’aiuto di amici. Un caso di autoproduzione a fini medici per sopperire a un quantitativo di cannabis, regolarmente prescritto, ma insufficiente per sopportare il dolore. “Sono 10 anni che chiedo di aumentarmi la prescrizione, che è di 1 grammo al giorno, senza che nessuno mi ascolti. In Italia ti spingono all’autoproduzione, perché il sistema così com’è non funziona”, spiegava in un’intervista rilasciata a Dolce Vita a pochi giorni dall’intervento dei carabinieri.

L’attenzione mediatica ricevuta dalla sua vicenda, sostenuta fin da subito dall’Associazione Luca Coscioni, lo portò a Montecitorio per incontrare il presidente della Camera, Roberto Fico, dopo il suo appello a Conte in cui chiedeva di “prevedere ulteriori finanziamenti” per assicurare la cannabis ai pazienti.

Oggi che De Benedetto è chiamato ufficialmente ad affrontare l’iter giudiziario, ci sembra necessario ricordare che, come lui stesso ha detto una volta, “Questa è una storia di negazione di diritto alla cura e di accesso a terapie consentite nel nostro Paese per curare il dolore grazie alla cannabis. Un dolore che non aspetta.





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