Come nella peggiore tradizione italiana tutto cambia affinché niente cambi davvero. A guardare la cronologia delle date e di ciò che è stato fatto in Italia per i pazienti che utilizzano la cannabis per trattare le proprie patologie, sembra che, nonostante la buona volontà, i problemi siano sempre maggiori dei risultati ottenuti.

Facciamo un passo indietro. Era il 2007 quando il ministro della Salute Livia Turco autorizzò con un decreto l’utilizzo in medicina del THC e dei cannabinoidi più in generale. Sei anni dopo, nel 2013, quando il ministro della Salute era Renato Balduzzi, l’utilizzo fu esteso alla pianta di cannabis e ai suoi derivati. Nel 2015 arrivò invece il decreto della ministra Lorenzin, che fece parecchio discutere. Oltre a normare il progetto di produzione nazionale presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, partito nel 2014, stabiliva una serie di patologie per le quali la prescrizione di cannabis sarebbe stata più adatta, sottolineando però che, prima di cannabis e derivati, i pazienti avrebbero dovuto provare i trattamenti tradizionali. Ad ogni modo lo spartiacque per il settore è proprio qui. Sono passati ormai più di 5 anni da quando il progetto di produzione di cannabis medica è stato avviato. Era stato fatto per tempo, visto che all’epoca eravamo i secondi produttori in tutta Europa, dopo i Paesi Bassi che già esportavano le infiorescenze prodotte dalla Bedrocan. Avremmo potuto creare e ampliare un settore che si sta rivelando strategico a livello internazionale, ma, nonostante i progetti e gli investimenti messi in atto, a Firenze, ancora oggi, non si è mai riusciti a produrre più di 100/150 chilogrammi l’anno di infiorescenze, a fronte di un fabbisogno italiano che ha ormai superato la tonnellata.

Oggi, mentre la Germania ha dichiarato che avvierà la sua produzione nel 2020, puntando in 4 anni a produrre più di 10 tonnellate di cannabis l’anno, noi siamo ancora in larga parte dipendenti dalle importazioni dall’estero, come dimostra l’ultimo bando per un’importazione straordinaria di 400 chilogrammi di cannabis, che è stato assegnato a luglio 2019. Poco prima da Firenze avevano annunciato che per il 2020 la produzione avrebbe raggiunto i 300 chilogrammi l’anno: ancora troppo poco. E mentre altri paesi come Olanda, Canada e Israele, si organizzano per esportare cannabis in tutto il mondo, noi non riusciamo a garantire il fabbisogno nazionale nemmeno con le importazioni.

Sono anni infatti che ciclicamente in tutta Italia si verifica la carenza di cannabis, con i pazienti costretti a interrompere il proprio piano terapeutico. Non si contano più le storie di pazienti con le patologie più disparate che nella cannabis avevano trovato sollievo, un rimedio, uno strumento per poter tornare a vivere una vita dignitosa, che raccontano di aver interrotto le cure, di essersi rivolti al mercato nero, con tutto ciò che comporta, o di aver coltivato in autonomia le proprie piante, rischiando sequestri e processi.

Quello dell’autoproduzione per i pazienti è un tema molto dibattuto. Secondo diversi medici è un’operazione che rischia di essere controproducente perché per l’uso medico ci sarebbe bisogno di cannabis standardizzata con un quantitativo preciso di principi attivi, e coltivata e distribuita seguendo le pratiche GMP, che assicurano al prodotto finale di essere privo di sostanze contaminanti, muffe e batteri.

Dall’altro lato la carenza di cannabis e l’alto costo delle terapie ha portato diverse associazioni, come LapianTiamo e Cannabis Cura Sicilia, a chiedere la possibilità che i pazienti possano coltivare le piante di cui hanno bisogno in autonomia. In Canada è una prassi che è stata concessa dal governo anni fa per garantire il diritto di cura alle persone che non potevano permettere di acquistarla nei dispensari. E la stessa cosa avviene in diversi stati USA che hanno legalizzato la cannabis e permettono, con diverse regole che cambiano da stato a stato, la coltivazione di un numero preciso di piante. Di recente anche in Argentina un giudice ha dato la possibilità a un gruppo di mamme che lottavano per l’accesso a questo tipo di cure per i propri figli, di coltivare e produrre olio di cannabis insieme ai professionisti di un’università locale.

A giugno un paziente sardo che coltivava diverse piante per coadiuvare il trattamento del cancro che lo affligge e che era stato arrestato, è stato assolto. A luglio Rita Bernardini, che da anni porta avanti alla luce del sole una coltivazione di cannabis sul proprio terrazzo, per poi cedere le infiorescenze ai pazienti, è stata denunciata. «Sono stata denunciata a piede libero per la coltivazione di sostanze stupefacenti, 32 piante tra un metro e un metro e venti. A verbale del sequestro ho fatto allegare una dichiarazione: esprimo tutto il mio disappunto per la decisione della Procura di Roma di non procedere al mio arresto, come accade a tutti i cittadini che vengono sorpresi a coltivare marijuana. Così si usano due pesi e due misure e la legge finisce per non essere ugual per tutti». È evidente che, se lo stato garantisse la continuità terapeutica ai pazienti, dando la possibilità a tutti indistintamente di ricevere la cannabis a carico del sistema sanitario nazionale, il problema non si porrebbe; ma nella situazione in cui siamo, piuttosto che vedere i pazienti costretti ad interrompere i propri piani terapeutici, perdendo in pochi giorni i benefici acquisiti magari in mesi di trattamento, l’autoproduzione potrebbe essere una soluzione immediata per risolvere il problema. Basterebbe che il medico indicasse al paziente quali varietà sono più adatte per la propria patologia e che i pazienti inesperti si facessero affiancare da chi ha le capacità di coltivare in modo corretto, per poi affidarsi a dei laboratori di analisi prima di consumare le infiorescenze ottenute.

Il dottor Marco Bertolotto sul numero 84 di Dolce Vita ha riportato due casi di pazienti complicati proprio dalla carenza di cannabis. A luglio era tornato a mettere l’accento sul problema con un video in cui spiegava che: «Ci troviamo un’altra volta nelle condizioni in cui ci manca la cannabis per curare i nostri pazienti. È un dato ciclico: noi sappiamo che più volte l’anno succede che i nostri pazienti sono abbandonati dallo stato». Pochi giorni dopo aveva pubblicato sui social network la lettera straziante di un paziente disperato: «Più il tempo passa più vedo la mia situazione peggiorare e la qualità della mia vita precipitare in un abisso da dove non vedo possibilità d’uscita», concludeva. E la soluzione non può arrivare da un’importazione straordinaria.

Una possibilità, più volte paventata dal ministro Grillo, sarebbe quella di aprire ai privati per la produzione di cannabis medica. È passato un anno da quando il ministro si era detto pronto a esaminare progetti che andassero in questa direzione, ma non sono stati fatti passi avanti concreti.

Altro problema, non di poco conto, è che la cannabis terapeutica continua a essere normata da leggi regionali, diverse tra loro e che creano disparità tra i pazienti. In Italia, a seconda di dove nasci, può essere che la Regione preveda che la cannabis sia a carico del sistema sanitario per alcune patologie, in altre per tutte quelle per le quali ci sono studi scientifici accreditati, e in altre per nessuna, perché la legge non c’è e quindi i pazienti devono pagarsi la cannabis da sé, con una spesa che spesso non riescono ad affrontare. C’è poi chi prevede che la prescrizione possa essere fatta da qualunque medico, altre regioni in cui bisogna farsi fare la prima prescrizione da uno specialista in ospedale, per poi avere i rinnovi dal medico di base e altre ancora in cui per ogni rinnovo, e quindi ogni mese, bisogna tornare in ospedale per avere la ricetta, con tutti i disagi che ne conseguono. Non solo: perché ancora oggi ci sono parecchi medici che si rifiutano di prescriverla, aggiungendo problemi a chi già ne ha abbastanza. Perché spesso, i pazienti che utilizzano cannabis, sono affetti da patologie altamente invalidanti, e anche solo recarsi in ospedale può diventare un problema.

Buone notizie arrivano a livello internazionale. Se da un lato sono sempre di più i paesi che legalizzano l’uso medico della cannabis, dall’altro l’OMS per la prima volta ha completato una revisione sulla cannabis, riconoscendone le proprietà mediche e invitando oltre 50 stati delle Nazioni Unite a votare la riclassificazione. L’appuntamento è per marzo 2020 e basterà un voto a maggioranza per cambiare le politiche nazionali nei confronti della cannabis. È un’operazione storica che dice principalmente una cosa: i governi e le istituzioni, che nel 1961 avevano inserito la cannabis nella tabella delle sostanze ad alto rischio e senza alcun valore medico, si erano sbagliati.

Come mi aveva raccontato tempo fa il dottor Lester Grinspoon, professore emerito di Harvard e tra i protagonisti della moderna rivalutazione delle doti della cannabis in medicina, «come la penicillina degli inizi, la cannabis è notevolmente atossica, abbastanza economica e davvero versatile. Queste caratteristiche le permettono di essere il farmaco miracoloso della nostra epoca proprio come la penicillina degli anni ’40». Non solo, perché secondo il professore, mentre vengono sviluppati farmaci con derivati della cannabis da aziende in tutto il mondo, «al giorno d’oggi non ci sono prodotti farmaceutici che possono competere con l’altissimo standard della medicina cannabinopatica e dei fiori di cannabis».

Infine, una considerazione di carattere generale. La cannabis spesso viene dipinta come medicina alternativa, o da utilizzare quando i farmaci tradizionali non hanno funzionato. Per noi di Dolce Vita invece, la cannabis deve diventare sempre di più una medicina per tutti e non solo per le patologie più invalidanti, visto che è un prodotto naturale che dà pochi effetti collaterali, che possono essere minimizzati facendosi seguire da un medico esperto. Ben venga l’utilizzo per chi è affetto da patologie gravi, ma niente impedisce che, nel prossimo futuro, la cannabis, grazie alle sue doti antinfiammatorie e analgesiche, venga utilizzata sempre di più al posto di farmaci che tutti abbiamo nel nostro armadietto, come l’Aspirina o l’ibuprofene, anche per curare l’emicrania, giusto per fare l’esempio di una patologia che colpisce quasi la metà degli italiani, sulla quale ha ottimi effetti.

 





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