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Il termine CSC – Cannabis Social Club – è l’acronimo adottato da Encod (Coalizione Europea per Politiche Giuste ed Efficaci sulle Droghe) per definire e promuovere lo sviluppo in tutta Europa, fin dal 2006, di un modello regolamentato, non commerciale e riservato esclusivamente agli adulti di coltivazione collettiva della cannabis che, senza infrangere le convenzioni internazionali sulle droghe, fosse in grado di soddisfare un livello di sicurezza e di trasparenza tale da poter costituire un’alternativa legale, concreta, credibile ed efficace al traffico illecito di sostanze stupefacenti, tutelando i diritti dei consumatori e contribuendo allo sviluppo di una politica sulla cannabis a beneficio della società nel suo complesso, fortemente orientata alla prevenzione ed alla riduzione del danno, soprattutto nei confronti dei minori e dei soggetti più a rischio.

I Cannabis Social Club sono a tutti gli effetti delle Associazioni No-profit regolarmente costituite, con uno Statuto, un’organizzazione interna e la massima apertura al dialogo con le Autorità, che intendono svilupparsi nei Paesi dove il consumo personale della cannabis è depenalizzato, proprio con l’obiettivo di poterne praticare la coltivazione collettiva e soddisfare – in maniera legale e senza scopo di lucro – il consumo personale dei soli soci adulti che ne fanno parte, stabilendo così un circuito chiuso tra coltivatori e consumatori, dove l’intero processo di produzione, distribuzione e consumo venga sottoposto alla supervisione delle Autorità e, soprattutto, sia svincolato dal traffico illecito di stupefacenti e da ogni altra attività illegale da cui dipendono i maggiori rischi per i consumatori, anche per quanto riguarda l’abuso e l’uso problematico di cannabis ed altre sostanze.

I principi alla base del funzionamento dei CSC
Sebbene la formula esatta e le modalità di funzionamento dei CSC dipendano dal Paese in cui essi operano, esistono un codice di condotta europeo ed alcuni principi di base (stabiliti durante l’Assemblea Generale di Encod, in Beneo, Spagna, dal 21 al 23 Giugno 2013) a cui tutti i CSC si attengono, contraddistinguendosi da ogni altro genere di iniziativa legata alla distribuzione della cannabis.

La produzione è limitata alla sola richiesta dei soci
Nei Cannabis Social Club non viene mai coltivata una quantità maggiore di cannabis rispetto a quella che i soci stabiliscono, di comune accordo, per soddisfare unicamente il proprio consumo personale. L’unica eccezione è una “scorta di sicurezza” da poter utilizzare solo in caso di necessità: furti, incendi, raccolti persi, etc.

L’intera attività dell’associazione è senza scopo di lucro
L’auto-sufficienza finanziaria dei Cannabis Social Club è garantita dai soci, tramite il versamento di una quota personale a copertura di ogni spesa: affitto dei locali, acquisto di attrezzature, bollette, costi di gestione, etc. Per nessuna ragione è permessa la vendita della cannabis a soggetti esterni, non è consentito promuovere i CSC con pubblicità, vetrine e/o insegne e non è mai prevista la ripartizione fra i soci di eventuali esuberi di bilancio sotto-forma di profitto: qualsiasi somma di denaro eccedente, rispetto alle quote versate dai soci, deve essere re-investita nel CSC o defalcata dalle quote successive.

L’organizzazione interna è democratica e partecipativa
Così come ogni altra Associazione No-profit, i Cannabis Social Club vengono gestiti da un’organizzazione interna democratica e pertecipativa. L’organo decisionale è l’Assemblea Generale, a cui tutti i soci possono prendere parte, con diritto di voto, per stabilire il quantitativo di cannabis da produrre e le modalità, determinare le spese, assegnare i ruoli di responsabilità e gestione, adottare un regolamento interno, approvare i bilanci finanziari, etc. Tutte le attività vengono riportate su appositi registri che, nella massima trasparenza, possono essere consultati da tutti i soci, dagli altri CSC e dalle Autorità. Ciò include la contabilità, il libro dei soci ed un rendiconto della produzione e dei consumi della cannabis.

La gestione è aperta al dialogo con le Autorità
Al contrario delle attività finalizzate al traffico illecito di stupefacenti, i CSC aspirano ad operare nella massima legalità e, pertanto, sono fortemente orientati al dialogo con le Autorità, al controllo ed alla supervisione.

La sicurezza e la salute sono al primo posto
Nei Cannabis Social Club la coltivazione della cannabis è praticata solo con metodi di agricoltura biologica e l’intero processo, dalla produzione al consumo, avviene nel rispetto di adeguati standard qualitativi e di sicurezza. Al proprio interno i CSC sviluppano una politica di prevenzione e riduzione del danno per evitare l’abuso ed l’uso problematico, rendendo i soci consapevoli delle proprietà della cannabis, dei benefici e delle controindicazioni, proponendo loro un quantitativo massimo da non eccedere ed i metodi di assunzione più sicuri, sconsigliando di abbinare il consumo di cannabis ad alcol e tabacco ed intervenendo qualora si verifichi un tipo di consumo irresponsabile. Ciò include l’opportunità, da parte dei CSC, di avvalersi di consulenze e convenzioni con avvocati, medici, psicologi ed assistenti sociali che, all’occorrenza, mettano a disposizione dei soci la propria professionalità.

Dove, come e perché istituire i Cannabis Social Club
In base all’Articolo 12 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea: “ognuno ha il diritto alla libertà di riunione pacifica e di associazione a tutti i livelli” e, finché le proprie attività non minacciano la salute e/o l’ordine pubblico, le Autorità non hanno alcun motivo per interferire.”

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Pertanto, sebbene al momento, in tutta Europa, ci siano Cannabis Social Club che operano in maniera legale solo in Spagna ed in Belgio, dove la coltivazione personale della cannabis non è reato, secondo Encod, è lecito ipotizzarne la costituzione anche in tutti quei Paese dove, essendo il consumo personale depenalizzato, sarebbe teoricamente possibile poter organizzare un’adeguata difesa legale dei CSC che intendono praticare l’auto-produzione della cannabis per soddisfare il proprio consumo personale, senza più essere vincolati all’approvvigionamento sul mercato nero, cioè adoperandosi in funzione di un mutamento normativo necessario per non infrangere la legge e tutt’altro che improponibile, soprattutto con un adeguato lavoro di lobby, attivismo e campagne di informazione. Le Convenzioni Internazionali sulle droghe, infatti, pur vietando il commercio di sostanze stupefacenti illegali, non sanciscono l’obbligo di punire la coltivazione ed il consumo personale della cannabis: i Paesi firmatari avrebbero perciò la piena facoltà di depenalizzare e regolamentare l’intero processo di produzione, distribuzione e consumo personale, senza incorrere in alcun tipo di sanzione internazionale.
Ad oggi, Encod registra lo sviluppo di varie iniziative dal basso per la costituzione dei primi CSC in Austria, Francia, Italia, Slovenia e Olanda ed ipotizza che sia solo questione di tempo prima che venga ufficialmente intrapresa una battaglia legale e politica per il riconoscimento legale dei diritti di tutti i consumatori adulti di cannabis.

I Governi dovrebbero avere il massimo interesse in una regolamentazione di questo genere, che permetterebbe loro la disciplina, il controllo e la supervisione dell’intero processo di produzione, distribuzione e consumo della cannabis, creando una alternativa sicura ed efficace al mercato nero, tutelando i minori, riducendo la spesa pubblica e generando nuove entrate fiscali.

I principali obiettivi da raggiungere con i CSC
La soluzione che offre più garanzie è la coltivazione collettiva: i consumatori adulti che non vogliono oppure non possono auto-produrre personalmente, avrebbero l’opportunità di costituire delle Associazioni No-profit, i CSC appunto, proprio con l’obiettivo di beneficiare di un approvvigionamento sicuro, legale e trasparente, in grado di costituire una alternativa concreta ed efficace al traffico illecito di sostanze stupefacenti, nel rispetto delle normative vigenti del Paese in cui essi operano, al fine di ottenere enormi vantaggi per la società del suo complesso:

1) Contrastare il traffico illecito di stupefacenti
Nei Paesi come l’Italia, dove il consumo personale della cannabis è depenalizzato, anche l’auto-produzione di piccole quantità destinate a tale scopo dovrebbe esserlo: finché la coltivazione personale sarà considerata un reato penale, i semplici consumatori di Cannabis, (almeno 4.5 milioni quelli certi in Italia), per non essere arrestati, continueranno a riversarsi sul mercato nero, alimentando il traffico illecito di tutte le sostanze ed ogni altra attività illegale connessa. Una regolamentazione controllata, invece, permetterebbe di sottrarre alle organizzazioni criminali capitali enormi ed indebolirle notevolmente, allontanando i consumatori e contrastando non solo il traffico di cannabis, ma anche la diffusione di droghe pesanti.

2) Salvaguardare la sicurezza e la salute dei cittadini
A differenza del mercato nero, un modello regolamentato di produzione, distribuzione e consumo della cannabis consentirebbe alle Autorità di adottare una disciplina specifica ed operare i dovuti controlli, garantendo un adeguato livello di sicurezza – a partire dai minori – ed il rispetto di standard qualitativi alti da parte dei CSC, per la salute dei consumatori.

3) Prevenire l’abuso e l’uso problematico di cannabis
Per quanto non vada sottovalutato che la cannabis sia una sostanza psicotropa in grado di alterare l’attività mentale, essa è definita “droga leggera” – l’unica – perché, nei soggetti sani, la sua assunzione non compromette la salute, a differenza di alcol, tabacco e droghe pesanti. Pertanto, è fondamentale comprendere come i maggiori rischi per i consumatori – fenomeni di dipendenza, tolleranza e assuefazione – non siano connessi all’uso in sé, né alla sua diffusione (dato che la cannabis è già possibile acquistarla ovunque, seppur illegalmente), quanto all’abuso ed all’uso problematico da parte dei soggetti già a rischio, che si verificano proprio a causa di una distribuzione illecita e non regolamentata!

4) Ridurre i costi dell’intero meccanismo giudiziario
Punire ed incriminare chi assume droghe, non solo non ha diminuito i consumi, che sono in costante aumento, soprattutto da parte dei minori, ma si è anche rivelato un inutile sperpero di denaro pubblico, tanto che oggi, il reato di produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti è il fulcro, l’alimentatore ed il sostentamento di tutto il meccanismo giudiziario, dall’impiego delle Forze dell’ordine, all’attività forense, per arrivare al sistema carcerario o di recupero, muovendo somme di denaro per noi inimmaginabili, che potrebbero essere notevolmente ridotte investendo nel sociale, nella regolamentazione e nell’educazione all’uso responsabile e consapevole, in linea con altri Paesi dell’Unione Europea.

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Fonte: FreeWeed.it





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