Terapeutica

Cannabis: nuovo slancio per la ricerca scientifica

Approvata negli USA la legge per estendere la ricerca scientifica sulla cannabis terapeutica

Ricercatore con occhiali, mascherina e guanti scrive dati su un tablet, accanto a pianta di canapa

Negli USA, la ricerca scientifica sulla cannabis medica, sta finalmente vivendo un grande slancio, grazie ad una proposta di legge approvata proprio sul finire dello scorso anno.

Il disegno di legge era stato approvato alla Camera dei Rappresentanti con 325 voti contro 25, prima di approdare al Senato a luglio dello scorso anno ed essere approvato all’unanimità il 23 novembre 2022; infine il Presidente in carica, Joe Biden, l’aveva firmato il 2 dicembre 2022 trasformandolo così in legge.

Come sappiamo, nonostante numerosi Stati negli USA abbiano già reso legale l’uso della cannabis anche a scopi ricreativi, questa rimane pursempre una sostanza illegale per la legge federale, rendendo così la ricerca, anche per scopi medici, troppo spesso alla stregua di una corsa ad ostacoli.

UNA LEGGE PER ESTENDERE LA RICERCA SCIENTIFICA SULLA CANNABIS

La H.R.8454 – Medical Marijuana and Cannabidiol Research Expansion Act, ovvero la legge 8454 della Camera dei Rapprensentanti sull’espansione della ricerca sulla marijuana medica e sul cannabidiolo del 2 dicembre scorso, sembra determinare a tutti gli effetti un cambio di passo per la cannabis e lo fa a partire dalla ricerca scientifica.

La legislazione è progettata per semplificare l’accesso alla cannabis e a sostanze da essa derivate come il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD) ai fini della ricerca scientifica.

Come leggiamo da un articolo pubblicato lo scorso 9 marzo su Psychiatric News (PN), Una delle disposizioni chiave della nuova legge è quella di accelerare l’approvazione delle licenze della Drug Enforcement Administration (DEA), ovvero l’Organo per l’applicazione delle politiche sulle droghe, in modo che le aziende possano fornire marijuana e altri prodotti a base di cannabis ai fini della ricerca medica.

USA COME ITALIA: GLI OSTACOLI DA SUPERARE PER LA RICERCA

Per oltre 50 anni, l’Università del Mississippi, sotto contratto con il National Institute on Drug Abuse (NIDA) o Istituto Nazionale sull’Abuso delle Droghe , è stata l’unico fornitore di cannabis per gli scienziati statunitensi che la studiavano.

Sebbene ciò abbia contribuito a mantenere la coerenza e la comparabilità della cannabis utilizzata negli studi clinici, alcuni esperti sostengono che il prodotto sia di scarsa qualità e non riflette la cannabis disponibile nei dispensari di tutto il Paese.

Inoltre, la domanda di cannabis da parte dei ricercatori ha superato di gran lunga l’offerta di cannabis approvata per la ricerca. Così, a seguito dell’annuncio della DEA del 2016 di voler aumentare il numero dei fornitori di cannabis per scopi terapeutici, nel 2020 è finalmente stato istituito un registro degli enti autorizzati a coltivare la pianta.

Peccato però, che secondo l’articolo di PN, ad oggi siano solo 7 in tutto il Paese le aziende che hanno ottenuto la licenza dalla DEA per diventare coltivatori di cannabis all’ingrosso, nonostante si siano candidate centinaia di aziende. Insomma, un copione che sembra ripetersi anche dalle nostre parti.

LA SVOLTA PER LA RICERCA SCIENTIFICA SULLA CANNABIS MEDICA

Il Medical Marijuana and Cannabidiol Research Expansion Act semplifica il processo di approvazione degli studi scientifici relativi alla cannabis, rendendo così più facile per i ricercatori trasmettere i potenziali benefici medici della pianta, rendendo inoltre più facile richiedere grandi quantità di materia prima destinata ai loro studi.

Inoltre, Il disegno di legge include alcune disposizioni per incoraggiare la Food and Drug Administration (FDA) a sostenere lo sviluppo di farmaci derivati ​​dalla cannabis, fornendo così nuove terapie ai pazienti che ne fanno uso o che ne hanno bisogno.

Ci sono oltretutto misure per agevolare e accelerare il processo di concessione delle licenze alle aziende per coltivare cannabis a fini di ricerca, come ad esempio l’indicazione alla DEA di approvare, negare o richiedere informazioni supplementari alle aziende che presentano domanda, entro e non oltre i 60 giorni dal ricevimento della domanda.

Se poi vengono richieste maggiori informazioni, la DEA è tenuta a rilasciare un’approvazione o un diniego definitivo entro 30 giorni dal ricevimento delle informazioni aggiuntive. Tempi simili sono stati fissati affinché la DEA risponda ai ricercatori che presentano domande di licenze per condurre studi con prodotti a base di cannabis.

Inoltre i ricercatori che ottengono una licenza dalla DEA possono ora modificare i loro protocolli di studio senza richiedere alla stessa di riesaminare la loro domanda, a condizione che non cambino la quantità, il tipo o la fonte della loro cannabis.

I LIMITI DELLA NUOVA LEGGE SULLA RICERCA

Igor Grant, professore di psichiatria presso l’Università della California, San Diego School of Medicine (UCSD) e direttore del Centro UCSD per la ricerca sulla cannabis medicinale, come dichiarato alla rivista Psychiatric News, sostiene però che il vero progresso sarebbe quello di consentire ai ricercatori di lavorare con prodotti provenienti dai numerosissimi dispensari nei rispettivi Stati.

Per cui nonostante gli ottimi avanzamenti favoriti dalla nuova legge nel campo della ricerca medica, Grant fa notare però che per estendere ulteriormente la ricerca bisognerà togliere la cannabis dalla Tabella 1 degli stupefacenti e per fare questo ci vorrà una seria regolamentazione a livello federale.



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