Terapeutica

La cannabis per i pazienti con trauma cranico

Oltre alle testimonianze dirette dei pazienti iniziano ad arrivare i primi studi scientifici che sottolineano i vantaggi dell’utilizzo di cannabis o THC per il trattamento del trauma cranico

Cervello umano e foglie di cannabis

Il trauma cranico è una frequente causa di ospedalizzazione, morbidità e mortalità. I sintomi che seguono e che più tendono a cronicizzare in questa condizione sono: apatia, diminuzione delle relazioni interpersonali e dei normali interessi. A questi possono associarsi sintomi psichiatrici più o meno gravi: ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico, insonnia e/o deficit cognitivi.

Data la complessa eziologia ed il vario quadro clinico, non esiste un’unica strategia di cura per questi pazienti. In un simile contesto, la proposta di una terapia con cannabinoidi ad uso terapeutico si sta rendendo sempre più interessante. Purtroppo, come spesso accade in questo ambito, non esiste ancora un supporto scientifico soddisfacente che descriva univocamente gli effetti terapeutici ed avversi della cannabis medicale, ma diviene difficile non prendere in considerazione questo trattamento quando si raccolgono le testimonianze dei pazienti con questa patologia che ne fanno uso, associato a quanto è già noto in letteratura.

CANNABIS E TRAUMA CRANICO, GLI STUDI SCIENTIFICI

A luglio 2021 Il Journal of Neurotrauma metteva a confronto otto studi sull’impiego della cannabis nei pazienti con trauma cranico, di cui quattro studi caso-controllo, due trial randomizzati, uno studio prospettico di coorte e uno studio basato su questionari. 

Nei due trials randomizzati, che possono essere considerati gli studi con maggiore rilevanza scientifica, sono stati messi a confronto due gruppi di pazienti con trauma cranico. Al primo è stato somministrato Dexanabinol, ossia un analogo sintetico non psicotropo del THC, al secondo un placebo. Il Dexanabinol è stato ben tollerato portando a riduzione della pressione intracranica, della pressione di perfusione cerebrale e anche della pressione sistolica. Tuttavia a distanza di 6 mesi dall’inizio del trattamento, questi parametri erano sovrapponibili al gruppo di pazienti in trattamento con placebo. Nel gruppo in trattamento con il farmaco c’è stato un miglioramento di outcome neurologici statisticamente significativo: i pazienti cui era stato somministrato il Dexanabinol avevano un migliore recupero neurologico, valutato tramite il Glasgow Coma Score (GCS), rispetto al gruppo di controllo in 6 mesi di follow-up. (a 1 mese il recupero era del 20% nel gruppo Dexanabinol contro il 2,7% dei pazienti in placebo, a 6 mesi rispettivamente 40% vs 32,4%).

Nel complesso in tutti gli studi considerati, i pazienti che assumevano cannabinoidi avevano un miglioramento del sonno, della cefalea, dell’umore, dell’ansia e della qualità della vita in generale. In alcuni è stato riscontrato un ridotto ricorso agli oppioidi per il controllo del dolore. 

Dagli studi analizzati in questa review, emergono comunque dei limiti importanti che spesso caratterizzano la letteratura relativa alla cannabis medicale, specie in relazione a quadri clinici complessi come è in questo caso il trauma cranico: non c’è uniformità su tipologia e dosaggi cannabis utilizzata e/o sulla modalità di somministrazione, non è adeguatamente differenziato l’uso di prodotti a scopo ricreativo o medicale, il numero dei pazienti coinvolti non è elevato. 

Il potenziale terapeutico è evidente, ma sono necessari ulteriori studi che superino questi limiti per riconoscere, in questo come in altri casi clinici, gli specifici effetti terapeutici dei cannabinoidi. 

A cura della Dott.sa Valentina Florean – www.clinn.it

TG DV


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