marijuana show

I movimenti d’opinione americani contrari alla legalizzazione affermano che l’ingresso delle grandi aziende nell’industria della cannabis risulterebbe negativo per la salute pubblica e per l’integrità sociale. Curioso perché questi elettori sono gli stessi che più proclamano la libertà d’impresa. È però evidente anche a loro che in dieci anni, sotto il peso del dollaro, il proibizionismo crollerà completamente in Canada e Stati Uniti. Oggi però le corporation e la speculazione finanziaria di grosso calibro possono solo stare a guardare. Se per alcuni anni i grandi datori di lavoro non saranno autorizzati a entrare in quest’industria a causa dell’illegalità a livello federale, grazie alle leggi statali ci stanno entrando grandi masse di lavoratori. Le conseguenze sul mercato delle future normative locali non sono per nulla chiare, e ora la legalizzazione della cannabis ricreativa pone alcuni problemi. Reali, non quelli paventati dai proibizionisti.

Conflitti fra cannabis medica e ricreativa. L’approvazione della proposta di legge Initiative 502 dello Stato di Washington per legalizzare la cannabis ricreativa in modo simile agli alcolici metterà probabilmente fuori dal mercato i dispensari medici già esistenti ed è osteggiata dagli attivisti storici che hanno combattuto per la cannabis medica. Molti stati come California, Maine, Nevada, Alaska, Oregon vantano una tradizione di utilizzo medico regolamentato e le future leggi sulla cannabis ricreativa rischiano di smantellare le politiche di accesso alla medicina a prezzi equi. Nel momento in cui un generico “dolore cronico” viene accettato come condizione per ottenere una prescrizione personale di cannabis medica, il percorso antiproibizionista potrebbe dirsi in qualche modo concluso, fatta salva la privacy. Invece, con la completa legalizzazione ad Aurora, terza città del Colorado, sono stati autorizzati recentemente i primi dispensari di cannabis ricreativa. Ma alcuni genitori hanno fotografato ed esposto le immagini di altri genitori colti in flagrante uscire dai dispensari. Per poi fare pressioni al fine di impedire loro, ad esempio, di accompagnare gli alunni in gita. A parte queste manifestazioni folkloristiche, l’industria della cannabis ricreativa ha già cominciato a cannibalizzare l’uso terapeutico, che rischia ora di sottostare alle logiche di mercato degli alcolici, più che della medicina democratica. Non per tutto però: nessuno fotografa genitori uscire dai drug store con il cartone di birra sotto il braccio, ma è stato necessario chiedere un emendamento alle leggi sulla cannabis terapeutica per evitare l’interdizione dei pazienti alla detenzione di armi da fuoco. Problema rilevante visto che nell’America suburbana tutti posseggono un’arma nella propria casa e chiunque può sedere sulla propria sedia a dondolo con un fucile e  una bottiglia di Jack Daniel’s in mano.

Cervelli in fuga verso la cannabis ricreativa. Leafly è una delle più promettenti realtà di informazione sulla cannabis medica e ricreativa. I nuovi responsabili del marketing vengono da altrove. Nathan Peterson lavorava in T Mobile, la telecom tedesca, nel reparto comunicazione e pubblicità. Paul Campbell lavorava alla Microsoft di Seattle come responsabile di alcuni social media. La prima iniziativa dei due è stata l’assoldamento del rapper Snoop Dogg, definitivamente uomo-sandwich della cannabis, come testimonial. Il vincitore di un concorso su Twitter otteneva l’ingresso come fotografo al concerto-evento Snoop Dogg’s Wellness Retreat a Denver, dove gli chef sono convertiti alla cannabis e sanno realizzare lo stesso piatto con livelli psicoattivi differenti, in modo che il giornalista del New York Times non si sconvolga troppo ma il suo commensale Snoop Dogg abbia ciò a cui è abituato. Qui però ci sono i primi segnali di ritorno verso prodotti alimentari a minor contenuto di THC, anche considerando che il 40 percento dei clienti dei dispensari ricreativi del Colorado sono turisti americani affamati, ma non avvezzi agli alti dosaggi per via orale che vanno per la maggiore a Denver e dintorni. Nell’immatura industria degli edibles, dei Marijuana Infused Products, dei pasticcini e delle bevande con THC, chi ha fatto errori ha dovuto chiudere i battenti. I più sfortunati sono morti nelle esplosioni del gas butano durante l’estrazione dell’olio, mentre i drink a base di THC prodotti da una nota marca esplodevano negli scaffali  dei dispensari. Tutti dovranno abituarsi agli ispettori statali, come i bar e i ristoranti. Fallire un test sui contenuti di principio attivo è quasi inevitabile: se una torta viene infornata per decarbossilare i cannabinoidi a 120 gradi per 30 minuiti e il forno sale o scende accidentalmente di 10 o 20 gradi sarà impossibile sapere se tutto il THCA sarà stato convertito in THC. Il test di laboratorio fallisce. E qui entrano le industrie.

Le tabaccaie restano a guardare la TV. Guardando avanti una quindicina d’anni, alcuni vedono la cannabis legale come una possibile piattaforma di lucro ai danni di gruppi marginali della società. Com’è stato per il tabacco. Una completa legalizzazione federale e un conseguente ingresso dell’industria tabaccaia porterebbe gli investitori a premere per usi frequenti e alti livelli di dipendenza psicologica del consumatore. Con la sempre possibile addizione di sostanze capaci di indurre micro dipendenze nel prodotto finito. Forse la differenza fra nicotina, THC e CBD, la ricchezza botanica e la sua intrinseca sacralità salveranno la cannabis, in qualche modo, da un destino in mano alle multinazionali del tabacco?  L’industria della cannabis dovrà essere capace di non retrocedere troppo dal carattere di artigianalità che ancora la caratterizza. Che non è necessariamente in contraddizione con la necessità di garantire qualità e consistenza di prodotti e principi attivi.  Osserviamo intanto i volontari e soprattutto volonterosi topi da laboratorio del Colorado. Nel 2015 comincia il reality show “High Profits” sulla CNN, serie televisiva sul mondo della cannabis ricreativa dal punto di vista di due giovani imprenditori che stanno costruendo un piccolo impero in franchising a Denver. Il comunicato stampa della CNN recita testualmente: “Come i magnati del petrolio e delle dot-com che sono venuti prima di loro, i proprietari di Breckenridge Cannabis Club sono la prima linea in un’industria che primeggia per ricchezza e abbondanza di opportunità”. Qui da noi non vediamo l’ora di vedere le puntate su youtube mentre sotto la nostra finestra si spaccia pigramente in piazza.

Carbon Footprint della cannabis medica. La comunità scientifica pare d’accordo sul fatto che la cannabis medica debba essere coltivata in serre o impianti indoor. A regime, esiste quindi un problema energetico e di sostenibilità della coltivazione: l’impronta ambientale di un micro impianto da un metro quadro per un singolo paziente è pari a quella di 30 frigoriferi. I pazienti potenziali europei sono milioni. Purtroppo l’energia elettrica in Italia costa molto più degli Stati Uniti e gran parte d’Europa, anche se abbiamo il clima più favorevole alla coltivazione in campo. Benedetta la novella produzione di cannabis terapeutica in luogo protetto su suolo italiano, ma ironia della sorte, scelte di sviluppo e collocazione geografica, la nostra terra sembra più vocata alla canapa industriale, oltre che ricreativa, naturalmente. Bolletta elettrica a parte, c’è chi si chiede se lo Stabilimento Militare di Firenze e il CRA-CIN di Rovigo saranno in grado di produrre con la stessa qualità e consistenza nel tempo dimostrata finora delle aziende olandesi. Intanto cadono i dazi fra le due sponde dell’oceano e dall’altra parte ci sono in campo tecnologie e risorse in grado di mettere facilmente fuori mercato qualsiasi stabilimento nostrano più o meno militarizzato. Presto o tardi anche qui il proibizionismo crollerà, e sempre sotto il peso del dollaro. Che non è la nostra valuta.





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