Quando, per la prima volta, mi parlarono dell’idea di commercializzare infiorescenze di cannabis industriale esclamai: “Chi comprerà mai il canapone coi semi?”
Le tisane di fiori di canapa erano da tempo in commercio, ma nessuno le aveva mai apprezzate più di tanto. Sarebbe davvero bastato chiamare le infiorescenze di canapa industriale “cannabis light” per far interessare i consumatori a questo prodotto?

Effettivamente la curiosità degli estimatori e poi l’ingegno di molti grower che sono riusciti a realizzare ottima cannabis priva di THC hanno dato vita a un nuovo mercato; di fatto legale grazie al “vuoto normativo” della 242/16, e non per merito della legge stessa.

In poco più di due anni, dal più nero proibizionismo che impediva anche di pubblicizzare ciò che ricordava la cannabis, e che a volte metteva in discussione anche i derivati alimentari come olio e farina, l’Italia si è ritrovata con migliaia di negozi che vendono infiorescenze di cannabis.
Il motivo per cui è stata effettivamente considerata a norma di legge, è lo stesso che l’ha portata a essere definita “light”, ossia il bassissimo contenuto di THC. Il principio attivo illegale nelle infiorescenze commercializzate è infatti inferiore alla soglia dello 0,5%, che la legge stabilisce essere il limite legale, superato il quale si dovrebbe avere il cosiddetto “effetto drogante”.

Oggi, più di 2000 aziende lavorano nel settore e milioni di consumatori apprezzano questo nuovo prodotto che all’inizio era pieno di semi e foglie, ma che gradualmente è stato selezionato al tal punto da poter essere confuso perfettamente con quello illegale.
Questo ha generato diversi problemi, soprattutto tra cittadini e forze dell’ordine: chi si occupa di reprimere il consumo e lo spaccio di sostanze stupefacenti illegali, trovando una busta perfettamente sigillata e con etichetta riportante i dati di produzione e valori di THC sotto lo 0,5%, dovrebbe considerare legale il prodotto. Ma questo, di fatto, fornisce ai narcotrafficanti un modo perfetto per occultare e spacciare indisturbati qualsiasi droga illegale.

Inoltre, quando il pacchetto è stato aperto, si dovrebbe obbligatoriamente procedere come se si fosse in presenza di sostanza stupefacente accertata, perseguitando di fatto un cittadino che ha legalmente comprato un prodotto e ha il diritto di farne ciò che vuole, compreso aprirne la confezione. Se in macchina trasportate una confezione aperta di un farmaco contenente Promazina o Benzodiazepine, a meno che non siate in evidente stato confusionale, nessuno procederà come invece accade quando vi trovano con una confezione di cannabis light aperta.

La situazione è peggiorata con le azioni di estremo proibizionismo del precedente governo Giallo-Verde, con un Salvini che pretendeva la chiusura di tutti i cannabis, grow ed hemp shop. Eppure il giro d’affari che la cannabis light ha generato solo nel 2018, ha superato i 140 milioni di euro.

Da tenere presente anche la totale assenza di casi di intossicazioni per “abuso” di queste infiorescenze, nonostante le grandi quantità commercializzate.
Ma la legge che ha permesso la nascita di questo nuovo e ricco mercato, ha di fatto anche fortemente limitato lo sviluppo della filiera industriale della canapa: negli ultimi 2 anni infatti sono aumentati di molto gli ettari coltivati; ma quanti sono stati davvero destinati alla produzione di derivati industriali, e quanti solo alla produzione di fiori?
Durante i primi mesi di commercializzazione, chi vendeva cannabis light riusciva a ricavare anche 10.000 euro da 1kg di prodotto. Illusi dagli elevatissimi guadagni, moltissimi imprenditori si sono lanciati in questo mercato senza però valutarne le reali richieste e le effettive esigenze.

Oggi l’offerta di infiorescenze di cannabis light ha superato abbondantemente la domanda dei clienti, portando ad un notevole calo dei prezzi e, di conseguenza, dei guadagni. Se a questo aggiungiamo l’incertezza dei nostri rappresentanti politici sull’argomento, si paventa il rischio di fallimento per centinaia di aziende.

Non si è invece registrato nessun incisivo aumento nella produzione di seme e paglie. Siamo dunque passati dal discutere un argomento di primaria importanza, ossia quello di investire in impianti di trasformazione, a quello di regolamentare il mercato di quei fiori a basso contenuto di THC già legali.

Di recente, l’On. Gallinella del M5S, avrebbe deciso di colmare quel vuoto presente nella legge 242/16 (a prima firma dalla sua collega Loredana Lupo). Nello specifico, si vuole destinare le produzioni di biomassa, compresi i fiori, al solo mercato degli estratti. Se questo è assolutamente necessario per rilanciare davvero la produzione e la trasformazione di canapa industriale, è altrettanto necessario regolamentare il possesso, la produzione e la vendita di infiorescenze.

Non si può continuare a ritenere di secondaria importanza tale questione, anche perché le ultime ricerche, a firma dei professori Ferdinando Onfria e Piero David, dell’Università di Messina, dicono che la legalizzazione porterebbe nelle casse dello Stato ben 6miliardi di euro.

I 5 stelle hanno festeggiato per il taglio dei parlamentari che permetterà di risparmiare 100 milioni di euro in 2 anni, ma riducendo la rappresentanza popolare in Parlamento; e stanno rischiando di perdere il servizio e gli archivi storici di Radio Radicale, per risparmiare altri 10 milioni. L’argomento cannabis oggi deve diventare una priorità, soprattutto adesso che abbiamo le prove di come i Paesi che hanno legalizzato, abbiano ottenuto grandi benefici.

Regolamentare la canapa industriale senza normare le infiorescenze e rendendole di fatto illegali, rovinerebbe migliaia di giovani aziende. Inoltre si restituirebbero al mercato illegale e alle narcomafie quei clienti che la cannabis light era riuscita a sottrarre.

Normare le infiorescenze tutte, comprese quelle ad alto contenuto di THC, è ciò che gli italiani chiedono.





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