Nonostante io consumi solo ed esclusivamente cannabis con un buon contenuto di THC, sono sempre stato a favore della cosiddetta “cannabis light”.
In precedenza ho scritto articoli in merito ai motivi che spingono i consumatori a scegliere questo prodotto, e ai vantaggi che ha portato in termini di accettazione sociale.

Ma ci sono degli aspetti oscuri, dettati proprio dal fatto che non esiste una normativa chiara che regolamenta la produzione e la vendita di infiorescenze; mentre sono chiari i divieti imposti dalla vigente legge sugli stupefacenti (D.P.R. 309/90).

Lo Stato sta ignorando il mercato della “cannabis light”, che vale quasi più di 50 milioni di euro, che è in espansione e che necessita di una migliore regolamentazione.

Nelle scorse settimane, la repressione ha colpito importatori di cannabis dalla Svizzera. Sono state sequestrate infiorescenze che profumano come “marijuana”, hanno lo stesso aspetto, ma non possono essere considerate illegali perché la legge riconosce come sostanza stupefacente solo cannabis e derivati che superano lo 0,5% di THC. Eppure, chiamando in causa la legge 242/16, alcuni reputano illegali le infiorescenze che non derivano da genetiche presenti nell’elenco delle varietà per l’impiego agricolo e industriale in Europa; anche se sono state prodotte legalmente in Svizzera. Se quindi non si parla di coltivazione, ma di importazione di un prodotto, sarà quanto sancito dal D.P.R. 309/90 a stabilire se quel prodotto è legale o meno; e dovrebbe esserlo qualsiasi infiorescenza o derivato che contiene meno dello 0,5% di THC, a prescindere dall’origine.

L’unico divieto che potrebbe realmente ledere il mercato delle infiorescenze di cannabis light, imposto dal D.P.R. 309/90, è quello che proibisce la propaganda pubblicitaria di sostanze o preparazioni presenti nelle tabelle previste dall’art.14 dello stesso D.P.R., anche quando effettuata in modo indiretto; e il commercio della cannabis light è di fatto una “propaganda” alla cannabis in generale, che sia prodotta a partire da varietà legali in Europa o meno, coltivata in Italia o importata dalla Svizzera.

Chi richiama la legge n°242/16 per stabilire se le infiorescenze sono legali o meno, dimentica forse che essa regolamenta solo la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, permettendo addirittura di raggiungere lo 0,6% di THC in campo; ma che non si esprime in merito alla lavorazione e alla commercializzazione dei fiori. Tale percentuale fu stabilita perché effettivamente è sufficiente a garantire i produttori: difficilmente le coltivazioni agricole destinate alla produzione di semi o di biomassa, possono superare quei livelli. Oggi, per tutelare i coltivatori che mirano al mercato delle infiorescenze, sarebbe necessario alzare il livello di tolleranza almeno all’1%.

Inoltre c’è da tenere presente che le varietà industriali sono state selezionate per dare semi e biomassa, e le infiorescenze che producono contengono terpeni decisamente meno preziosi delle varietà che invece vengono prodotte in Stati più tolleranti del nostro: in Svizzera il Governo ha deciso che è legale la cannabis il cui contenuto di THC non supera l’1%, a prescindere dalla varietà coltivata.

In Italia, per produrre “infiorescenze”, si stanno usando varietà selezionate tra le più adatte a produrre semi a scopo alimentare umano o per mangimistica, e biomassa per fibra, canapulo, ecc. Questa forzatura di usare semi di varietà “industriali” per ottenere “infiorescenze ad uso tecnico” è, di fatto, uno spreco: da quei semi si otterrà qualcosa di redditizio, ma inutile in termini pratici in quanto le infiorescenze non si mangiano, e da esse non si fanno vestiti, ne’ mattoni.

Il discorso sarebbe diverso se fosse possibile commercializzare le infiorescenze delle varietà industriali di canapa come “cibo”, ma per legge il THC negli alimenti non può essere superiore a 2mg per Kg; un quantitativo che rende illegale qualsiasi cosa che non sia il seme ben pulito ed i suoi derivati.

Peccato, perché le infiorescenze di cannabis legale potrebbero essere un ottimo ingrediente per biscotti e torte, o potrebbero essere usate fresche per fare insalate ed estratti, e secche per infusi e decotti. Invece, tantissime coltivazioni che sarebbero state destinate a produrre alimenti o prodotti industriali, finiranno in “fumo”.

Approfittando della confusione, acquistando da Paesi legalmente più evoluti del nostro, qualcuno ha rivenduto in Italia, un prodotto migliore di quello che riuscivamo a produrre. Ha rifornito i consumatori di un buon prodotto, in attesa del “made in Italy” di qualità, a prezzi ragionevoli. Per motivi assolutamente condivisibili, i produttori italiani che per produrre cannabis devono attenersi alla 242/16 coltivando solo le varietà “legali”, si ribellano all’importazione e alla commercializzazione di un prodotto dalla qualità indubbiamente superiore, perché derivato da piante selezionate per produrre infiorescenze.

Qualche grower, partendo da varietà legali, sta provando ad effettuare selezioni fenotipiche al fine di ottenere un prodotto che possa competere con quello importato. La soluzione che molti stanno adottando, è quella di usare piante madri selezionate in campo, da cui ricavare talee. Ma anche questa pratica inizia ad essere mal vista da chi “controlla”, nonostante il taleaggio e la vendita delle piante che si ottengono da questa pratica sono attività tipiche del florovivaismo, consentito dalla stessa 242/16 (art.2 – punto 2 – lettera g).

E’ di pochi giorni fa la notizia di un sequestro effettuato all’interno di un azienda che produce e vende talee, nonostante sia stata presentata chiara tracciabilità del prodotto, dimostrando l’origine “da seme certificato”.

Forse si è sparsa la voce che qualche “furbo” sta coltivando nuove varietà a basso contenuto di THC selezionate per produrre “infiorescenze”, dichiarando che siano genetiche industriali presenti tra le varietà legali. Per impedire la coltivazione di genetiche illegali, ma sotto lo 0,5% di THC, cosa si farà? Una mappatura genetica di tutte le piante?

Ma, a prescindere dal costo, quale controllo genetico può ritenersi attendibile su campi in cui piante, nate da semi provenienti dallo stesso sacco, spesso hanno differenze fenotipiche evidentissime anche ad occhio nudo? In realtà, per agevolare lo sviluppo di questo mercato senza danneggiarne altri, sarebbe bastato attenersi al limite dello 0,5% di THC, imposto dal D.P.R. attualmente in vigore; qualunque sia la varietà da cui esse provengono.

In mezzo a tutta questa confusione, diverse aziende producono, confezionano e vendono infiorescenze i cui valori in contenuto di cannabinoidi vengono riportati sulle confezioni. Ma come possiamo essere sicuri che il CBD ed il THC contenuti nelle infiorescenze di quel pacchetto siano realmente quelli riportati in etichetta?
Le infiorescenze che vengono acquistate sono più mature rispetto a quando lo stesso lotto fu analizzato, prima di procedere al confezionamento. Inoltre le infiorescenze nei pacchetti subiscono una manipolazione certamente diversa da quelle subita dai campioni analizzati. Alcune aziende dichiarano valori di THC inferiori a 0.4%, e con oltre il 10% di CBD.

L’azienda Aurora sta producendo cannabis con valori di THC inferiori all’1%, e con l’8/10% di CBD.
Se già FF.OO., Magistratura e persino agricoltori e rivenditori fanno confusione tra la 309/90 e la 242/16; adesso c’è il rischio che qualcuno tiri in ballo anche la legge che regolamenta la cannabis terapeutica! Analizzando poi la vendita al dettaglio di questo prodotto ancora non ben definito notiamo che, nonostante sia chiaro a tutti che la cannabis light viene principalmente acquistata per essere fumata, chi la vende è costretto a proporla come prodotto tecnico, se non addirittura da collezione, o per profumare cassetti ed ambienti. Nel mese di dicembre verrà proposta come muschio luccicante per il presepe!

Solo i più coraggiosi iniziano a proporre le infiorescenze come sostanza da inalare, consigliando comunque il consumo “in riservatezza”. Intanto il mercato della cannabis light è in crescita, e nessuno sa come regolamentarlo per accontentare tutti: come al solito c’è chi vuole il bianco, e chi il nero… rischiando di dare spazio a chi ci vuol nuovamente sottrarre pure il poco grigio ottenuto.

Alcuni produttori si ostinano addirittura a definire legale solo le infiorescenze che contengono al massimo lo 0,2% di THC, andando palesemente contro gli interessi di tutti, e rallentando di fatto il processo di legalizzazione. E’ assolutamente illogico questo “mirare al ribasso”, quando persino il D.P.R. 309/90 tollera lo 0,5%.

Vi è confusione anche tra i consumatori che, sempre più numerosi, vengono fermati e denunciati per il possesso di un fiore che solo all’apparenza è illegale. Sta lievitando la spesa per i controlli, e le analisi effettuate sulla cannabis light sequestrata ad acquirenti, dimostrano sempre che quella non è marijuana illegale, ma cannabis legale. Eppure, in moltissimi casi scatta il ritiro della patente. Ciò accade quando simultaneamente si analizza la cannabis sequestrata, e si sottopone il soggetto ad un drug-test.

E’ logico che un’eventuale positività del soggetto è imputabile al consumo di marijuana illegale, piuttosto che ad un improbabile accumulo di THC assimilato attraverso il consumo di cannabis light legale; anche se il soggetto afferma il contrario. Le FF.OO. ci stanno impazzendo, mentre gli avvocati si arricchiscono.
Mi chiedono spesso consulenze esterne su prodotti trovati in possesso a ragazzi che sono stati denunciati per la detenzione di un prodotto legalmente acquistato, anche se hanno mostrato lo scontrino di acquisto che avevano conservato. E speriamo che non decidano di attrezzarsi con un test istantaneo per la misurazione del THC, o finirà che sottrarranno altri capitali all’Istruzione e alla Sanità, per pagarseli. I Cittadini sono costretti a rivolgersi ad un legale, che si rivolge ad un consulente tecnico mentre, loro perdono denaro e serenità per nulla. Di solito va tutto per il meglio, ma è sempre a discrezione del Giudice, che ha le sue idee, le sue esperienze; incide persino un eventuale orientamento politico e religioso.

In tutto questo, qltre ai mancati guadagni, al mancato sviluppo dell’occupazione, ai capitali che le narcomafie continuano ad incassare giornalmente, all’inutile sforzo delle FF.OO., alle ingiustizie che inevitabilmente si vengono a creare, c’è un’altra grande spesa da tenere presente: quella della sofferenza di chi cade vittima della confusione.

La verità è che occorre cambiare le leggi che regolamentano la cannabis, al più presto.

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