Il Ruanda ha legalizzato la produzione di cannabis sul territorio nazionale ai fini di esportazione. Bella notizia si direbbe: un altro paese africano – dopo Zambia, Zimbabwe e Sudafrica – che abbraccia la svolta antiproibizionista, cercando nella cannabis anche un modo per sviluppare l’economia. Ma la legalizzazione del Ruanda ha qualcosa di assurdo e perverso: possono nascere aziende che producono cannabis per venderla all’estero, ma la vendita all’interno dei confini nazionali rimane punita con pene severissime (fino a 2o anni) ed anche i semplici consumatori continueranno a finire in carcere (pene previste fino a 2 anni).

Questo è il succo della legge approvata dal Parlamento del paese. Il governo si occuperà di autorizzare le licenze ad alcune aziende produttrici, le quali potranno vendere la cannabis solo fuori dai confini nazionali. “Ci saranno misure forti, tra cui telecamere a circuito chiuso, torri di guardia, illuminazione stradale e servizio di sicurezza. Ciò garantirà che il raccolto non lasci la fabbrica per andare al mercato locale. Non consentiremo assolutamente nessun altro uso del raccolto, questo non darà una scusa ai tossicodipendenti e ai trafficanti. La legge contro i narcotici rimane invariata e continuerà ad essere applicata”, ha dichiarato il ministro della Salute ruandese, Daniel Ngamije.

Insomma, una legge dettata da puri scopi economici, con l’obiettivo di fare ingresso nel business della cannabis globale, ma senza nessuna intenzione di abrogare il proibizionismo e la persecuzione dei cittadini.





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