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Cannabis indoor 3.0 [guida completa]

Come ottimizzare la crescita e la vitalità delle piante coltivate indoor attraverso alcuni step fondamentali

Stabilimento di coltivazione cannabis indoor

La coltivazione della cannabis esiste da sempre. Prove del suo utilizzo, sono state scientificamente collocate già in epoca neolitica. In tutto il mondo antico, era considerata una pianta primaria che accompagnava la vita di molte comunità e società complesse. Dalla fibra per tessuti e cordami ad alimento, da farmaco a sostanza estatica per scopi religiosi e divinatori, la canapa da sempre ha occupato una posizione podistica straordinariamente condensata nella saga socioculturale di gran parte dell’umanità.

Ma, in un’epoca storica, controversa e discutibile, questa meravigliosa pianta ha sofferto e subito le contumelie di una bieca élite di oscurantisti, messa al patibolo con sconsiderate propagande allarmistiche e condannata da leggi arbitrarie; finendo così dai verdeggianti campi aperti, alle più recondite cantine e camere d’appartamento, aprendo così alla “Coltivazione indoor”.

La storia della coltivazione indoor, si può suddividere in tre archi temporali. Il primo, vede i suoi arbori, durante il periodo della controcultura fra gli anni ‘60 e ‘70 del XIX secolo; epoca in cui, la cannabis venne inserita in quasi tutto il mondo nell’elenco delle sostanze vietate e catalogate come “droghe”, dando così inizio al proibizionismo verso la cannabis.

Il proibizionismo infatti, contribuì a cambiare in parte il modo in cui la pianta sarebbe stata coltivata, concorrendo inconsapevolmente a inaugurare una nuova era. Molti coltivatori infatti hanno di proposito spostato le loro piante al chiuso, per poi arrivare ai giorni nostri con importanti impianti di carattere industriale, sia per scopo medico sia ricreazionale.

Man mano che questo sistema di coltivazione prendeva piede, lo stimolo alla ricerca di una tecnologia valida per incrementare qualità e rese si faceva sempre più forte.

Le prime sperimentazioni erano principalmente incentrate sul controllo e la manipolazione delle condizioni interne (luce e clima) e la distribuzione degli spazi, così da assicurare alla pianta una condizione ambientale più verosimile a quella esterna.

Dagli USA all’Australia, passando per l’Europa tramite l’Olanda, la Spagna e anche l’Italia, un novero di appassionati, breeder e coltivatori, hanno dato vita a un circuito di scambio di genetiche, informazioni tecniche e processi di coltivazione, istituendo una vera e propria subcultura della coltivazione indoor. Questo processo, dalla seconda metà degli anni ‘80 ai primi dei ‘90, ha innescato una febbrile ed energica stagione di studio, sviluppo e approfondimento, tra cui l’allevamento selettivo, volto principalmente alla ricerca di un prodotto più potente, concentrato sulle dimensioni delle inflorescenze e selezionato per velocità di maturazione delle stesse.

Dalla seconda metà degli anni 90, con il progressivo espandersi di internet, molti dei segreti e gran parte delle tecniche adottate dai più provetti grower nel precedente ventennio furono messe a disposizione della collettività di appassionati, entusiasmata peraltro dall’inondante avvicendarsi delle seedbank olandesi e americane, che proponevano e promuovevano a loro volta un innovativo e vasto assortimento di genetiche disponibili. 

Era l’epoca che vide nascere e consegnare alla storia leggende come Nevil Schoenmakers, creatore delle prime seedbank, Howard Marks, il visionario padre della Skunk, Scott Blakey alias Mr. Nice e tanti altri ancora.

Ai giorni d’oggi, la cultura indoor della cannabis è diventata una vera e propria scienza. Dai primi studi ai progressi fatti dai coltivatori underground, si è andata creando una rigida e ferrea disciplina che regolamenta un intero processo di produzione, standardizzando ogni aspetto tecnico e unificando le procedure stesse di produzione.

Qual è l’impatto della scienza sulla coltivazione indoor?
Per rispondere dobbiamo analizzare, le richieste del mercato odierno in seguito alla recente legalizzazione avvenuta negli USA e in altri paesi del mondo. Quella della cannabis, contrariamente ad altre, è una coltura dove la sua resa non può essere valutata basandosi sul peso della massa fogliare o sul numero di fiori o foglie, ma in merito alle richieste del mercato odierno, è più concentrata sulla qualità e quantità dei suoi composti chimici, terpeni, cannabinoidi ecc., e sulla sua velocità di crescita.

Per produrre cannabis di alto livello è diventato necessario affrontare e manipolare i fattori fenologici, al fine di assicurare la massima produzione nel minimo spazio disponibile, col minimo sforzo economico, garantendo un prodotto qualitativamente competitivo e standardizzato a seconda delle esigenze del richiedente.

L’illuminazione è uno dei fattori ambientali più importanti relazionati alle fasi fenologiche, seguita poi dall’impronta fotoperiodica, dalle temperature e dalle condizioni climatiche della camera di coltivazione.

LA CRESCITA IN UN AMBIENTE CONTROLLATO

Ciò che oggi ha portato più coltivatori ad avvicinarsi alla coltivazione indoor è proprio la garanzia di avere una produzione costante ed esente dagli improvvisi e imprevedibili agenti atmosferici e da agenti patogeni. 

In una growroom o in una growbox domestica, è possibile avere un accurato controllo della temperatura, dell’umidità, dell’intensità e degli spettri della luce, inclusi la traspirazione e i livelli di anidride carbonica (CO2), offrendo così ai coltivatori la possibilità di coltivare cannabis tutto l’anno. 

In condizioni ambientali stabili e ben progettate, si possono produrre fino a sei raccolti annui, rendendo la coltivazione indoor circa 10-20 volte più produttiva di quella outdoor. 

LA LUCE ALLA BASE DI TUTTO

Studi sulla pianta hanno evidenziato che oltre ai differenti fattori ambientali, la temperatura e il fotoperiodo influenzano in maniera notevole le capacita riproduttive, produttive e qualitative della cannabis. In molte piante la fioritura avviene quando il tessuto meristematico riceve segnali prodotti da variazioni di temperatura, durata e qualità della luce.

L’espressione sessuale nella cannabis è in gran parte genetica, ma studi, suggeriscono che può essere alterata e modificata dalle influenze ambientali “Tournois”. 

In condizioni stabili e col susseguirsi delle fasi fotoperiodiche normali, le piante di cannabis crescono e fioriscono dando vita a un numero approssimativamente uguale di piante maschili e femminili. In condizioni di stress estremo e con cicli di luce alterati, è stato dimostrato che le percentuali di esemplari femminili e maschili, si discostano notevolmente dal rapporto previsto del 50% per ogni sesso.  

Ci sono tre fasi salienti distinte nella coltivazione della cannabis: propagazione, crescita vegetativa e fioritura. Le recenti applicazioni per la ricerca di scopi produttivi raccomandano l’uso di fotoperiodi lunghi (18 ore e variabili annesse) per le fasi di propagazione e vegetativa; e fotoperiodi brevi (12 ore e variabili annesse) per la fase di fioritura, quando si utilizza l’illuminazione artificiale.

L’illuminazione artificiale in una camera di coltivazione, deve tener conto dell’intensità luminosa e della qualità della luce; la qualità della luce è legata al colore e la quantità all’intensità.

L’aumentare dell’intensità della luce può avere un effetto positivo sulla crescita, sulla fotosintesi e sulla traspirazione. La crescita, la morfologia e il metabolismo delle piante possono essere invece manipolati, modificando la qualità della luce. È noto, a tal proposito, che la luce blu riduce la lunghezza degli internodi rendendo le piante più compatte e un’area fogliare più piccola, mentre le lunghezze d’onda del rosso e del verde inducono l’allungamento dello stelo e delle foglie.
Non solo, alcuni studi, hanno evidenziato un aumento significativo della resa e della concentrazione del THC totale quando si utilizza l’illuminazione rossa e blu.

Anche l’uso della luce verde o blu nella produzione di cannabis, rispetto alla luce solare, ha mostrato un aumento significativo della resa e del contenuto di THC.
In questo gioco di manipolazioni artificiali controllate, è stato dimostrato che il contenuto di THC di alcune piante di cannabis può essere aumentato irradiandole anche con la luce UV-B.

Per molti anni la produzione di cannabis è stata fatta principalmente con lampade al sodio ad alta pressione, “le HPS”, ma al giorno d’oggi è possibile controllare e migliorare la qualità della cannabis con un minor dispendio di energia utilizzando lampade a LED.

Pianta di cannabis coltivata indoor con lampade LED

Il corretto dimensionamento del sistema di illuminazione di una struttura e i tipi di lampade utilizzate nel processo di coltivazione influiranno notevolmente sia sulla resa sia sulla qualità del raccolto. 

Anche il design e la configurazione dell’illuminazione giocano un ruolo significativo nel profilo di sostenibilità generale della struttura; parametri che dovrebbero essere presi seriamente in considerazione già nelle prime fasi della progettazione.

Esistono differenze fondamentali tra gli impatti spettrali e fisiologici della luce solare, delle lampade HPS e dei pannelli LED sulle piante. 

Quando si pongono a confronto i LED e le lampade HPS, dobbiamo considerare non solo le prestazioni in termini di crescita e sviluppo delle piante, ma anche i costi iniziali e gli effetti diretti e indiretti sul totale dell’energia utilizzata all’interno di una camera di coltivazione.

Nonostante le lampade HPS siano state per moltissimi anni lo standard del settore indoor, giocoforza gli apparecchi a LED odierni offrono molta più flessibilità nella gestione dello spettro luminoso, essendo molto più efficienti in termini di efficacia dei fotoni – ovvero su quanta luce fotosintetica viene emessa per joule di input energia (µmol PAR/J). 

La prerogativa principale dei LED è che si possono utilizzare molti chip diversi che insieme possono essere personalizzati e uniti per emettere vari spettri a banda stretta o ampia. 

Le HPS, inoltre, emettono elevate quantità di radiazione fotosinteticamente attiva (PAR) e una grande quantità di infrarossi -IR.

La maggior parte dell’emissione emessa da un bulbo HPS è nell’intervallo dal verde all’ambra tra i 500-600 nm e si assottiglia in entrambe le direzioni lungo lo spettro elettromagnetico, con un picco nell’intervallo del vicino infrarosso. Anche i LED a spettro completo forniscono questa stessa gamma di PAR, ma la differenza principale risiede nella proporzione di luce blu, tra i 400-500 nm, e nel rapporto tra luce rossa (600-700 nm) e luce rossa lontana (700-750 nm).

Le piante coltivate sotto LED sono esposte praticamente a zero radiazioni infrarosse dirette, che è un’esperienza nuova rispetto alle condizioni a cui sono generalmente abituate in natura. Le HPS emettono significative radiazioni infrarosse, ed è questo il motivo per cui si percepisce un estremo calore sotto di esse. 

Le HPS, inoltre, contrariamente a quella solare e dei LED, non emettono molta luce blu. La luce blu induce l’apertura degli stomi nella pianta, essendo essa presente insieme agli infrarossi nella luce solare, e data la sua enorme quantità, la luce blu segnala alle piante di rimanere fresche nonostante le alte temperature. Pertanto, mancando le HPS di questa frazione di luce, la temperatura nella maggior parte delle stanze di coltivazione deve essere mantenuta più mite intorno ai 24–25° C; questo proprio per tenere conto del gravoso carico termico della lampada a fronte di una ridotta capacità di segnalazione indotta dalla mancanza di blu. 

La temperatura sulla chioma delle piante, diviene così molto più importante della temperatura dell’aria in altre zone della growroom.

Contrariamente, con i LED che hanno un’elevata frazione di luce blu, abbinata a un’esigua frazione di infrarossi, le piante tendono ad essere molto più fresche e qui diviene fondamentale mantenere una temperatura dell’ambiente leggermente più alta, intorno a 27-30°.

È importante notare che coltivando con HPS, se non si ha un’adeguata concentrazione di CO2, le alte temperature possono causare gravi stress alle piante, aumentando la solubilità dell’ossigeno e favorendo così la fotorespirazione.

A capo di questo processo (temperatura – CO2 e Ossigeno) c’è l’enzima RuBisCO, che ha la capacità di legare sia la CO2 sia l’O2 in base alla loro disponibilità. In condizioni normali fissa la CO2 al RuBP, ma se questo gas scarseggia il RuBisCO lega l’O2 innescando la “fotorespirazione”. Se la temperatura è troppo alta, la solubilità dell’ossigeno aumenta, l’enzima tende a legare l’ossigeno invece dell’anidride carbonica, finendo per bruciare l’energia immagazzinata dalla pianta per eseguire questo processo, con una conseguente crescita più lenta.

Esistono diverse disposizioni per la separazione della sorgente di luce dalla pianta in una stanza di coltivazione che possono modificare completamente il carico di calore all’interno di uno spazio di coltivazione. Una delle maggiori riduzioni nell’utilizzo di energia e nel carico di calore complessivo generato in uno spazio di coltivazione è l’uso dell’illuminazione a baldacchino. Tutte le sorgenti luminose generano calore, ma il tipo di calore, sia esso radiante o semplicemente sottoprodotto della resistenza nella conversione elettricità-fotone, determinerà un impatto sulla growroom. 

Tutti gli oggetti, le superfici e gli organismi emettono infrarossi quando sono eccitati dall’energia. Ciò include che le foglie delle piante, oltre alla traspirazione, si raffreddano, rilasciando energia sotto forma di radiazione a onde lunghe. 

Se fornisci a una stanza di coltivazione solo radiazioni a onde corte, che includono solo PAR, rosso lontano e vicino infrarosso (NIR), quei fotoni verranno assorbiti dalla pianta per la fotosintesi o rimarranno intrappolati nella stanza rimbalzando da una superficie all’altra aumentando di lunghezza d’onda. Ciò accade istantaneamente poiché la luce si muove così rapidamente e il controllo ambientale è l’unico modo per spostarla fuori dalla stanza. 

Gli apparecchi a LED consentono un apporto energetico complessivo inferiore se vengono utilizzati in modo tale da fornire alle piante la stessa intensità luminosa a un wattaggio inferiore.
Questi sono fattori fondamentali che dovranno essere presi in considerazione al momento della scelta delle attrezzature e durante il corso stesso della progettazione. Solo così saremo certi di ottimizzare la crescita e la vitalità delle piante di cannabis coltivate indoor.

Pianta di cannabis coltivata indoor

Ora invece ci concentreremo prettamente sulle tipologie costruttive, sul controllo ambientale e sulla strumentazione ausiliaria per il corretto funzionamento di una growroom. 

PROGETTARE LA GROWROOM

Una stanza di coltivazione commerciale è un’area studiata e progettata affinché le piante di cannabis vengano germinate, selezionate, riprodotte, cresciute e infine portate a fiorire con un ciclo continuo preordinato.

I componenti chiave da considerare quando si progetta una stanza di coltivazione, sono l’efficienza, la sostenibilità, la corretta distribuzione degli spazi e la fornitura di energia per ogni processo produttivo.

Illuminazione, irrigazione e ventilazione devono essere facilmente controllabili e regolabili, con un occhio di riguardo alla messa in sicurezza di tutti gli impianti coinvolti. 

Alcune varietà crescono corte e larghe, mentre altre crescono alte e sottili; queste variazioni determineranno anche quanto spazio lasciare tra le piante e le fonti luminose.

Gli spazi di coltivazione e lavorazione, devono essere facilmente controllabili e accessibili, con diverse opzioni di personalizzazione. 

Oggi che la concorrenza porta a distinguersi per prodotti d’eccellenza, le camere di coltivazione indoor, vengono progettate e collocate in edifici industriali e spazi commerciali esistenti, mentre in altri casi, ci si approccia alla costruzione vera e propria di nuove strutture dedicate.

La strada da perseguire, in ambedue casi, è l’abbassamento dei costi di produzione, la massimizzazione delle rese e della qualità.

ATTENZIONE ALLE REGOLAMENTAZIONI DI RIFERIMENTO

In questa emergente industrializzazione della cannabis si intraprendono sempre più sfide nella ricerca di nuove tipologie costruttive, prestando sempre maggiore attenzione a come vengono costruite e gestite le growroom.

Oltre alle questioni commerciali standard relative alla sicurezza degli edifici, alle condizioni di lavoro dei dipendenti, si interfacciano con questa attività sempre più nuove normative legate e subordinate alla realtà legislativa industriale di ogni Stato.

Oltre a queste sfide, molte strutture per la coltivazione della cannabis si stanno specializzando nella produzione di piante da destinare all’uso farmaceutico e/o nutrizionale; e questo di per sé richiede un maggiore controllo legislativo e qualitativo da parte del legislatore per il bene del consumatore finale.   

Di conseguenza i grower e i proprietari di queste nuove growroom devono rimanere costantemente informati e formati sull’evoluzione di un settore sempre più complesso e competitivo.   

Rigogliosa pianta di marijuana coltivata indoor

MATERIALI: STRUTTURE E SUPERFICI

Come materiale da costruzione di base, le strutture in calcestruzzo continuano a essere lo standard nella costruzione commerciale e industriale. 

Nonostante i numerosi vantaggi delle strutture orizzontali e verticali in cemento, queste ultime se non adeguatamente protette e trattate possono presentare diverse insidie quando adibiti ad ambienti di coltivazione.   

Il cemento nudo non trattato è naturalmente poroso, pertanto assorbe facilmente liquidi, agenti patogeni e l’umidità ambientale.  Una condizione da evitare considerato che le sostanze presenti nelle growroom come fertilizzanti, prodotti chimici ecc. possono penetrare attraverso i pori del pavimento in calcestruzzo. Sia che si tratti di sostanze organiche o sintetiche, le concentrazioni e l’accumulo delle stesse possono essere altamente dannose, sia per la struttura sia per l’ambiente.   

Le temperature calde, l’irrigazione regolare delle piante e l’elevata umidità relativa mantenuta all’interno di molti locali di coltivazione possono contribuire a indebolire l’integrità strutturale delle superfici di ambienti di coltivazione non adeguatamente protette.

All’interno dello spazio costretto di una growroom, infatti l’aria calda e umida è un invito alla proliferazione microbica.

I requisiti tipici per contrastare questi imprevisti e garantire prestazioni ottimali comprendono che le superfici (pavimenti e pareti) vengano rese lisce, resistenti e impermeabili così da poter essere facilmente igienizziate.

Una superficie monolitica, praticamente senza soluzione di continuità, si rende necessaria per aiutare a eliminare eventuali fessure, le linee di malta di collegamento e altri luoghi scuri e umidi in cui terreno (substrati) e agenti patogeni tendono a nascondersi.   

Una finitura resino plastica riflettente dei pavimenti e delle pareti è senz’altro la soluzione più idonea. 

Le superfici altamente riflettenti consentiranno alla luce che entra nello spazio dall’alto un riverbero esponendo così la parte inferiore delle foglie alla luce, e aumentando di fatto i rendimenti e il benessere delle piante. 

Inoltre le finiture delle pareti orizzontali e verticali eccezionalmente lucide con colori chiari aiuteranno a sfruttare al massimo le fonti di illuminazione esistenti, aumentando in modo significativo l’illuminazione della stanza e raggiungendo una maggiore illuminazione a fronte della riduzione del consumo di energia e i costi ad essa associati. 

CONTROLLO AMBIENTALE: UMIDITÀ E TEMPERATURA

L’umidità relativa è determinata dalla quantità di vapore acqueo che l’aria può contenere con una temperatura specifica. L’aria calda può contenere più acqua dell’aria fredda, quindi più calda è l’aria, maggiore sarà l’umidità relativa (UR).   

Oltre alla preparazione tecnica del grower, la luce e la qualità degli strain, i parametri più importanti e fondamentali in una growroom sono la gestione delle temperature e dell’umidità.

Ogni fase distinta del ciclo di vita di una pianta è assoggettata a esigenze climatiche diverse e ben precise. Con la giusta attrezzatura queste esigenze sono facilmente gestibili, perseguendo l’obiettivo di mantenere i parametri entro i range desiderati e più costanti possibile.

Uno fra i fattori che vanno a incidere sull’umidità relativa, è il momento in cui viene effettuata l’irrigazione. La misurazione dell’umidità del suolo è un metodo comunemente utilizzato per determinare quando irrigare. I sensori di umidità del suolo, infatti, forniscono una costante lettura del contenuto volumetrico di acqua. 

Questa è una prassi comune utilizzata in molte greenhouse e growroom per aiutare a quantificare la quantità di acqua presente nella zona radicale, e consente di programmare o addirittura attivare l’irrigazione quando il contenuto di umidità del suolo è troppo basso. 

L’utilizzo del contenuto idrico del suolo come unica misura per l’irrigazione può potenzialmente portare a un’irrigazione eccessiva o insufficiente perché «l’umidità del suolo non indica necessariamente le relazioni idriche della pianta e la pianta potrebbe non richiedere acqua aggiuntiva quando l’umidità del suolo sembra essere bassa. La consistenza di questa misurazione dipende anche dall’uniformità dei medium di crescita all’interno del vaso e dalla posizione del sensore durante le misurazioni» (Water Dynamics in Plant Production di Ehlers & Goss, 2003). 

L’utilizzo di questa misurazione insieme ad altre misurazioni come l’umidità aerea, la temperatura e l’intensità della luce possono fornire un indicatore più affidabile per sapere quando irrigare, ma non è un indicatore diretto dell’effettivo potenziale idrico della pianta.

Il potenziale idrico (Ψ) risponde a tutte le variabili ambientali precedentemente descritte, per dare una misura delle forze che governano il movimento dell’acqua attraverso l’impianto nel tempo. 

Il movimento dell’acqua attraverso una pianta esiste all’interno di un continuum che va dal suolo alle radici e dalle foglie all’atmosfera. Questo può essere influenzato da molti fattori ambientali diversi come l’illuminazione, l’anidride carbonica, la composizione del suolo, i nutrienti e il contenuto di acqua, la temperatura e l’umidità relativa. 

I cambiamenti di uno qualsiasi di questi fattori avranno un impatto sul potenziale idrico, che può quindi comportare variazioni nella produttività e nella qualità dell’impianto. 

Si tratta di una misurazione potenziale da utilizzare per la standardizzazione e il miglioramento dei metodi di produzione, poiché eventuali cambiamenti o modifiche nelle strategie di gestione ambientale verranno visualizzati nelle misurazioni Ψ. 

Per una coltura come la cannabis che viene prodotta in condizioni stabili o coerenti all’interno di un impianto a crescita controllata, il monitoraggio dello stato idrico della pianta può essere un indicatore della funzionalità del sistema di controllo ambientale o di disturbi all’interno del sistema di produzione.

Come già accennato, la produzione di una coltura di cannabis standardizzata in un ambiente controllato richiede un controllo accurato di tutte le condizioni ambientali e degli input, inclusa l’irrigazione. 

Le condizioni di setpoint della stanza (temperatura, umidità e irrigazione) devono essere mantenute perfettamente stabili in ogni fase produttiva e non si devono discostare mai dai parametri ottimali di crescita, vegetativa e fioritura. 

Sia la temperatura che l’umidità devono essere ai livelli corretti, il che significa che il calore e l’umidità devono essere aggiunti o rimossi dalla stanza di coltivazione diverse volte.

Foglie di cannabis abbena bagnate

LE SORGENTI LUMINOSE

Le piante coltivate con apparecchi a LED in genere hanno una temperatura fogliare più bassa rispetto alla temperatura ambiente, mentre quelle sotto le lampade HPS saranno pari o superiori alla temperatura dell’ambiente. 

L’intensità della luce si dissipa rapidamente quando ci si allontana da una lampada HPS e ancora più rapidamente quando ci si allontana da un apparecchio a LED. 

Le lampade HPS emettono un’enorme quantità di luce da una sorgente centrale penetrando a fondo tra le foglie, mentre la maggior parte degli apparecchi a LED, composti da molti diodi a basso wattaggio, non hanno la stessa penetrazione nella calotta. 

A causa delle sorgenti luminose elettriche le foglie inferiori di una pianta possono avere una temperatura drasticamente diversa da quelle più vicine alla sorgente luminosa. Ciò implementerà la necessità di un aumento del flusso d’aria convettivo. 

È importante notare che quando si cresce sotto sorgenti di luce elettrica ad alta intensità, se la concentrazione di CO2 non viene aumentata, le alte temperature possono essere stressanti per le piante perché aumenteranno la solubilità dell’ossigeno, incoraggiando la fotorespirazione.

L’impatto dei cambiamenti spettrali della luce sulle piante ha grandi implicazioni per il controllo ambientale nelle growroom.

Le lampade HPS riscaldano costantemente l’ambiente e la frazione di infrarossi richiede che la temperatura ambiente sia mantenuta più fresca per evitare stress alle piante. 

Ciò significa che l’apparecchiatura di controllo ambientale deve compensare l’aumento del carico termico nello spazio. 

L’efficienza della rimozione del calore e dell’acqua è maggiore quando la stanza di coltivazione rimane a una temperatura più elevata.
Quando si effettua la manutenzione di locali a temperature più basse, il tonnellaggio del compressore deve essere sovradimensionato per avere quella sufficiente capacità per poter rimuovere l’umidità e il calore, che può essere espulso all’esterno.

Alla fine tutta l’energia immessa in una stanza di coltivazione sigillata, diventerà calore, sia che sia sensibile o latente. 

I fotoni perdono energia ogni volta che interagiscono con una superficie o un oggetto e quell’energia persa diventa calore. Questo concetto è simile a come un forno rimane caldo anche dopo essere stato spento per un po’ di tempo. Il forno non è pieno di aria calda che deve uscire, ma piuttosto le superfici del forno sono piene di energia e quell’energia viene rilasciata come radiazione a onde lunghe.

Tutti gli oggetti, le superfici e gli organismi emettono infrarossi quando sono eccitati dall’energia. Ciò include le foglie delle piante che oltre alla traspirazione si raffreddano rilasciando energia sotto forma di radiazione a onde lunghe o trasferimento convettivo nell’aria. 

Se fornisci a una stanza di coltivazione solo radiazioni a onde corte, che includono solo PAR, rosso lontano e vicino infrarosso, quei fotoni verranno assorbiti dall’acqua nella pianta, dalla pianta per la fotosintesi o rimarranno intrappolati nella stanza rimbalzando da una superficie all’altra e aumentando di lunghezza d’onda. 

Ciò accade istantaneamente poiché la luce si muove rapidamente e il controllo ambientale è l’unico modo per spostarla fuori dalla stanza. Gli apparecchi a LED consentono un apporto energetico complessivo inferiore se vengono utilizzati in modo tale da fornire alle piante la stessa intensità luminosa a un wattaggio minore.

Stanza di coltivazione indoor con una foglia di cannabis in primo piano

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a cura di Groow

TG DV


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