Negli ultimi giorni è stata diffusa la notizia che l’abuso di cannabis tra i giovani può causare problemi di cuore. E’ vero? Ce l’avete chiesto in tanti, segnalandoci la notizia, e così abbiamo passato in rassegna un po’ di studi scientifici per fare il punto della situazione.

Partiamo dai fatti: nei giorni scorsi, durante la riunione annuale della American Heart Association (AHA) a Filadelfia, sono stati presentati i risultati di due diversi studi scientifici. Nel primo i ricercatori hanno analizzato i risultati di un sondaggio nazionale, chiamato Behavioral Risk Factor Surveillance System, confrontando la frequenza dell’uso di cannabis con l’incidenza dell’ictus nelle persone di età compresa tra 18 e 44 anni. Tra i 43.860 partecipanti, il 13,6% aveva usato marijauna negli ultimi 30 giorni. (I dati non specificano il modo in cui i partecipanti hanno usato la cannabis, anche se la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di averla fumata). I consumatori di marijuana tendevano a denunciare anche un consumo eccessivo e l’uso di sigarette di tabacco.

Gli autori hanno scoperto che i consumatori abituali di marijuana o le persone che hanno usato marijuana più di 10 giorni al mese, ma che non hanno usato i prodotti del tabacco, avevano una probabilità maggiore di 2,5 volte di avere un ictus rispetto alle persone che non hanno usato la marijuana, almeno stando a ciò che le persone avevano dichiarato nel sondaggio. E qui sta il primo fattore da sottolineare: non si tratta di uno studio controllato, quelli in cui due gruppi di persone vengono seguite dando ad uno la sostanza e all’altro un placebo, ma di uno studio basato su un sondaggio. Il secondo è che nello studio viene semplicemente riportata una correlazione tra l’uso di cannabis e il potenziale ictus: i risultati non dimostrano il nesso di causa-effetto.

L’altro studio presentato, eseguito con le stesse modalità, ha trovato un legame tra l’uso di marijuana e un aumento del rischio di aritmia cardiaca nei giovani adulti. Gli autori hanno scoperto che i giovani, o quelli di età compresa tra 15 e 34 anni, che abusano di cannabis, avevano un rischio aumentato dal 47 al 52% di essere ricoverati in ospedale a causa di un’aritmia.

E così abbiamo deciso di cercare un po’ più di notizie ed evidenze scientifiche, per capire meglio come la scienza giudichi gli effetti della cannabis sul nostro sistema cardiovascolare.

Cannabis, cuore e studi scientifici
In una recente meta-analisi, i ricercatori hanno esaminato 24 studi che hanno investigato l’impatto della cannabis su fattori di rischio cardiovascolare (come livelli di colesterolo, tassi di obesità e diabete) ed eventi cardiovascolari come ictus e infarto. Hanno concluso che non ci sono prove sufficienti del fatto che il consumo di cannabis abbia alcun effetto sugli infarti o sugli ictus o aumenti i loro fattori di rischio. In effetti, i ricercatori hanno scoperto alcune prove del fatto che l’uso di cannabis può essere associato a un minor rischio di obesità. Dall’altro lato gli autori osservano che molti degli studi erano limitati da un elevato rischio di parzialità e scarso controllo sui livelli di esposizione alla cannabis e sulla frequenza. Inoltre, poiché i livelli di THC sono in aumento, è difficile generalizzare gli effetti del consumo di cannabis negli ultimi decenni.

Poi ci sono studi come questo, pubblicato su Plos One, che sostiene che i pazienti che hanno subito un attacco cardiaco e che hanno riferito di aver utilizzato cannabis in passato, possiedono maggiori tassi di sopravvivenza in ospedale. I ricercatori della della University of Colorado School of Medicine hanno confrontato i registri ospedalieri di oltre 3.800 pazienti con infarto che hanno riconosciuto di aver consumato cannabis o che si sono dimostrati positivi con quelli di oltre 1,2 milioni di controlli analoghi. Coerentemente con i dati precedenti, “L’uso di marijuana prima dell’infarto miocardico acuto era associato alla riduzione della mortalità in ospedale”. Inoltre, “La durata media della permanenza per i consumatori di marijuana è stata inferiore rispetto ai non consumatori (4,51 giorni contro 6,25 giorni, rispettivamente).”

Ma ci sono anche studi che dicono il contrario e cioè che possa essere proprio la cannabis a scatenare infarti e ictus. Come questo, secondo il quale un’ora dopo aver fumato cannabis il rischio di infarto aumenta di quasi 5 volte, o quest’altro, che invece sostiene che il consumo settimanale aumenta il rischio di ictus. Ma allora come è possibile che la meta-analisi citata prima sostenga che nono ci sono prove sufficienti?

Ad oggi sono disponibili diverse varietà di cannabis, con alti bassi livelli THC e altri cannabinoidi, ma la maggior parte degli studi che esaminano l’impatto della cannabis sulla salute cardiovascolare controllano solo i modelli di uso generale, non il tipo di cannabis. Quindi, quando qualcuno dice che “l’uso di cannabis” aumenta il rischio di eventi cardiovascolari, le domande successive dovrebbero essere “che tipo di cannabis? E con che frequenza è stata utilizzata?”.

Gli effetti dei recettori CB1 e 2 sulla salute cardiovascolare
Per capire meglio la situazione gli esperti di Leafly hanno analizzato il contributo dei recettori del sistema Endocannabinoide sulle funzioni cardiovascolari. “I recettori CB1 si trovano in tutto il sistema cardiovascolare del corpo. Sono sul muscolo cardiaco, circondano i vasi sanguigni e regolano i nervi cerebrali che controllano la frequenza cardiaca. Quindi ci sono molte ragioni per credere che la cannabis ricca di THC possa avere un impatto sulla funzione cardiovascolare”, scrivono specificando che: “L’attivazione dei recettori CB1 da parte del THC può aumentare la frequenza cardiaca di 20-50 battiti al minuto. Questo aumento si verifica per compensare la riduzione della pressione sanguigna causata dal THC. Alcuni report rilevano che il cuore deve lavorare il 30% in più in presenza di livelli elevati di THC.

Inoltre l’attivazione del recettore CB1 aumenta anche l’accumulo di placca nelle arterie, il che aumenta il rischio di aterosclerosi, una malattia caratterizzata dal restringimento delle arterie che può causare infarto e ictus. Questo effetto si manifesta attraverso due meccanismi principali. Mentre l’attivazione dei recettori CB1 può avere effetti negativi sulla salute cardiovascolare, l’attivazione selettiva dei recettori CB2 ha effetti benefici sulla salute del cuore, tanto che basse dosi di THC hanno dimostrato di ridurre l’accumulo di placca e il rischio di aterosclerosi.
I recettori CB2 sono espressi principalmente nelle cellule immunitarie, ma i loro livelli aumentano in altre parti del corpo dopo una lesione o una malattia. Pertanto, non sono solo un buon obiettivo per ridurre gli effetti dannosi dei recettori CB1 sulla salute del cuore, ma possono essere un obiettivo promettente per ridurre i danni causati da lesioni o attacchi cardiovascolari.

L’attivazione dei recettori CB2 riduce l’infiammazione e i radicali liberi che aumentano l’accumulo di placca nelle arterie e aumentano il rischio di infarto e ictus. Attraverso questo effetto antinfiammatorio, in caso di infarto o ictus, l’attivazione dei recettori CB2 riduce l’entità del danno.

Dunque, secondo Leafly, la domanda successiva è se il THC sia pericoloso per la salute cardiovascolare.
La risposta dipende dalla dose. Il THC può attivare sia i recettori CB1 che CB2, ma basse dosi di THC sembrano attivare più fortemente gli effetti sulla salute cardiovascolare del CB2. A dosi più elevate, l’effetto del THC sui recettori CB1 prevale sul suo effetto sui recettori CB2 e ha un impatto negativo netto sulla salute cardiovascolare. In effetti, basse dosi di THC hanno dimostrato di ridurre l’accumulo di placca e il rischio di aterosclerosi.

Ma, come dicevamo, la cannabis non è solo THC. Due dei fitocannabinoidi più abbondanti sono il CBD e la tetraidrocannabivarina (THCV). Il CBD può bloccare la capacità del THC di attivare i recettori del CB1 e può proteggere da alcuni dei danni causati dalla caduta della pressione sanguigna e dall’elevata frequenza cardiaca causata dal solo THC. Di per sé, il CBD è un potente antiossidante e neutralizza i radicali liberi dannosi. Ha anche forti capacità anti-infiammatorie che possono ridurre il danno causato dall’attivazione dei recettori CB1. In effetti, il CBD ha effetti benefici sui fattori di rischio cardiovascolare e migliora il recupero nei modelli animali di infarto e ictus.
Il THCV ha effetti pro-cardiovascolari bloccando la funzione del recettore CB1 a basse dosi. È attraverso questo meccanismo che la THCV è pensato per ridurre la sensibilità all’insulina nei topi obesi, che riduce il rischio di eventi cardiovascolari. E come il CBD, la THCV ha dimostrato di essere sicuro negli studi clinici di fase II. Il THCV diventa un attivatore dei recettori CB1 ad alti livelli, ma nella maggior parte dei ceppi di cannabis, i livelli di THCV sono troppo bassi per attivarli.

Conclusioni e prospettive future
Nonostante il quadro complesso, da Leafly fanno notare che: “gli eventi cardiovascolari rappresentano solo il 2% di tutti i referti medici relativi alla cannabis. La relazione della cannabis con la salute cardiovascolare rimane poco chiara, e lasciamo dedurre i suoi effetti dagli impatti del THC da soli o generalizzando dagli effetti dell’attivazione dei recettori CB1 o CB2 in modelli animali preclinici. Prove emergenti suggeriscono che l’uso di cannabis aumenta il rischio di eventi cardiovascolari, ma questi studi non riescono a controllare i livelli di THC consumati, la presenza di cannabinoidi aggiuntivi e spesso contrastanti (ad es. CBD), la durata e la frequenza d’uso e il metodo di consumo”.

Per riassumere la situazione vogliamo prendere in prestito le parole del dottor Franjo Grotenhermen, il presidente della IACM, associazione che da anni si batte per diffondere conoscenze scientifiche corrette sulla cannabis.
“L’effetto complessivo dell’uso di cannabis sulla frequenza degli attacchi di cuore non è noto e può essere accertato solo con studi epidemiologici longitidudinali”, spiega sottolineando che: “Ci sono alcuni studi e casi clinici che supportano il presupposto che l’uso di cannabis possa essere dannoso nelle persone con malattie coronariche e può scatenare un attacco di cuore. Tuttavia, questo sembra essere un evento molto raro. La cannabis non causerà un infarto in una persona sana.
Ci sono alcuni effetti farmacologici della cannabis che possono agire preventivamente e alcuni che possono essere dannosi”.
Tra quelli dannosi il dottore riporta:
“- La diminuzione di ossigeno al cuore (solo nel caso in cui la cannabis venga fumata), a causa della produzione di monossido di carbonio.
– L’aumento della frequenza cardiaca di circa il 45% in media nella prima ora dopo il fumo. Pertanto una frequenza cardiaca normale di 70 può aumentare a circa 100. Ciò aumenta il lavoro e quindi la richiesta di ossigeno (o necessità di ossigeno) del muscolo cardiaco.
– Cambiamenti della pressione sanguigna. La cannabis può far aumentare la pressione sanguigna quando la persona è sdraiata e diminuire quando la persona si alza”.
Tra quelli preventivi invece:
“- Se l’angina (intesa come sensazione di disagio al torace o dolore al torace a causa di malattie cardiache, ndr) si basa su una contrazione spastica delle arterie coronarie, la cannabis può rilassare lo spasmo.
– I cannabinoidi riducono l’aggregazione piastrinica, quindi possono ridurre la tendenza del sangue a formare coaguli.
– I cannabinoidi agiscono come anti-infiammatori. L’infiammazione misurata come livello di CRP è associata a un rischio maggiore di infarto”.
Secondo il dottore: “Per chi ha patologie coronariche il rischio di attacco di cuore dato dal consumo di cannabis può essere elevato come fare una passeggiata o fare sesso. Quindi se senti dolore al petto mentre cammini o se sai di avere una grave malattia coronarica, è meglio non assumere cannabis o solo a basse dosi che non aumentano significativamente la frequenza cardiaca. Queste basse dosi sono spesso abbastanza alte per l’efficacia terapeutica della cannabis. Puoi misurare tu stesso la frequenza cardiaca e scoprire come cambia in reazione alla cannabis. In caso di sovradosaggio accidentale è possibile prevenire l’aumento della frequenza cardiaca prendendo un beta-bloccante”.

 





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