Sono molte le persone che si avvicinano all’erba da ragazzini, sia per il gusto del proibito e della trasgressione, sia perché le dinamiche dei gruppi giovanili portano spesso i singoli a provare esperienze più per sentirsi parte di qualcosa, che per la voglia di vivere davvero un’esperienza.

Un approccio del tutto sbagliato che in Italia, favorito dalla poca informazione, soprattutto a livello giovanile, porta frotte di giovani a fumare senza ben rendersi conto di ciò che fanno e senza nessuno con cui confrontarsi in modo serio e costruttivo.
A scuola, nelle famiglie, dove si fa sport, di canne e sostanze stupefacenti più in generale, non si parla. Ci si comporta come se non esistessero. E questo è un errore madornale, perché è proprio la corretta informazione che può garantire l’utilizzo consapevole, della cannabis così come dell’alcool, per fare un esempio altamente sdoganato nella nostra società.

Per capirci: per chi vi scrive è sbagliato tanto l’approccio di chi fa assaggiare il vino ai bambini per “preparare” il palato, quanto quello di evitare l’argomento canne a prescindere.
Senza affrontare qui il discorso sul proibizionismo e i danni che ha causato fino ad oggi, il fatto che la cannabis sia illegale non significa che non esista. Partendo da questa considerazione è molto facile capire come sia meglio che giovani e meno giovani affrontino un tema importante come questo, con gli strumenti necessari. E cioè l’essere informati su che cosa sia la cannabis e su quali effetti possa causare, a breve ed a lungo termine.

Questo articolo abbiamo pensato di scriverlo perché con la diffusione dei social network ci siamo accorti di avere una fetta di pubblico sempre più giovane, che legge, ascolta e commenta i nostri articoli. E abbiamo deciso di scrivere quello che pensiamo sull’uso di cannabis in età giovanile o adolescenziale, perché da sostenitori di questa pianta meravigliosa (vittima di un inganno costruito a tavolino ormai sempre più evidente) vogliamo che tutti siano informati correttamente sull’uso che ne fanno. Nessuno vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, anche perché la salute dei giovani è sacra e va tutelata con il massimo impegno.

Psicosi
La problematica principale nell’assumere cannabis in età precoce sono i potenziali effetti negativi a livello psichico e psicologico.
Potenziali, dicevamo, perché sui possibili effetti negativi a livello cerebrale ci sono molte pubblicazioni che sostengono correlazioni con psicosi ed altri che le smentiscono. Insomma: una verità univoca non c’è, ma di studi che sostengono dei possibili effetti negativi, soprattutto per uso cronico di cannabis ad alto livello di THC in età adolescenziale, ce ne sono e bisogna tenerne conto.
In generale secondo il dottor Igor Grant, neuropsichiatra e direttore del Center for Medicinal Cannabis Research (CMCR) della University of California: “Nonostante l’opinione diffusa che l’uso di cannabis sia legato a danni cerebrali, le analisi di studi approfonditi neurocognitivi non riescono a dimostrare la correlazione uso di cannabis e un declino cognitivo significativo. Le analisi cerebrali producono risultati variabili, e gli studi meglio organizzati mostrano risultati nulli”. Secondo il dottore è plausibile ipotizzare che l’utilizzo pesante di cannabis in bambini e adolescenti potrebbe compromettere lo sviluppo del cervello o predisporre a malattie mentali, anche se i dati utilizzati negli studi prospettici sono carenti.
In questo articolo abbiamo riportato diversi studi scientifici su cannabis e cervello analizzando i diversi aspetti, e le conclusioni, come dicevamo, sono spesso discordanti.

Una possibile conclusione arriva da uno studio scientifico pubblicato all’inizio del 2018 sul Journal of the American Osteopathic Association, a cura del giovane psichiatra Jeramy Peters, dell’Oregon Health and Science University di Portland e colleghi, che ha lo scopo di aggiornare e informare i sanitari su rischi e problemi legati alla marijuana per risposte puntuali ai consumatori di prodotti ormai legali in molte realtà. “Da una prospettiva psichiatrica – scrivono nel Report – scoraggiamo fortemente l’uso di cannabis in pazienti con disturbo bipolare, chi è a rischio psicosi, chi ha problemi di ansia sociale“. Chiarisce ulteriormente il leader dello studio: “Siamo molto preoccupati per i giovani, teenager avanzati e ventenni, il cui cervello è in crescita”. Se da una parte è difficile – dice sempre lo psichiatra – prevedere il possibile sviluppo di disturbi mentali per l’uso di cannabis, la presenza in famiglia di storie di malattie mentali può segnalare un alto rischio. “I pediatri e medici di famiglia dovrebbero stare attenti a chi ha problemi di ansia e depressione, cercando di avere un colloquio sincero e franco sull’uso di cannabis con questi ragazzi”, sostiene lo specialista. “In base alle attuali conoscenze gli effetti a più lungo termine di un uso continuato di cannabis impatta sulla memoria e la concentrazione e con un declinare della motivazione“, continua il report sottolineando che: “Appena il consumo di marijuana inizia a danneggiare lo stato di salute dell’individuo o le sue funzioni lavorative (un tipico segno di abuso) sarebbe opportuno consigliarne l’interruzione”.

Tipi di cannabis
A questo punto vale la pena fare una premessa. Nella letteratura scientifica si parla di cannabis in modo generale, ma essendo una sostanza i cui effetti cambiano notevolmente a seconda della composizione di cannabinoidi e terpeni, vale la pena fare delle differenze, perché la cannabis non è tutta uguale.
Molti degli studi che riportano di possibili danni o conseguenze negative, sono stati effettuati su giovani con un consumo cronico di cannabis ad alto valore di THC. Oggi che le attenzioni internazionali sono rivolte al CBD (cannabinoide dalle molteplici virtù terapeutiche che non causa effetti psicoattivi ma che anzi contrasta quelli del THC) bisogna rendersi conto che parlare di cannabis senza specificarne almeno il contenuto di cannabinoidi è una cosa che ha poco senso. Perché una cannabis ricca di CBD può dare effetti completamenti diversi da una varietà ricca di THC, per semplificare, ad esempio nel trattamento dell’ansia ed in generale sugli effetti che avrà sul nostro corpo. E comunque vale la pena sottolineare che questo non significhi demonizzare il THC, che è un componente fondamentale di questa pianta che agisce in sinergia con le altre sostanze per garantire effetti terapeutici in una vasta gamma di patologie.

Funzioni cognitive e apprendimento
Altri studi scientifici si concentrano sulle funzioni cognitive, sulla memoria, sull’apprendimento e sull’attenzione. Secondo uno studio canadese condotto dai ricercatori della University Hospital di St. Justine di Montreal su 294 ragazzi di età compresa tra i 13 e i 20 anni, non si notano ritardi o disfunzioni tra chi ha cominciato dall’età di 17 anni, mentre si sono riscontrati deficit cognitivi tra i ragazzi che hanno cominciato a fumare erba ad appena 13 o 14 anni di età.
La ricerca sottolinea come non si possa affermare che fumare cannabis provochi peggioramenti fisici al cervello: “Sarebbe scientificamente scorretto affermare che chi fuma a 14 anni avrà necessariamente scompensi o una diminuzione delle performance cerebrali – ha affermato Natalie Castellanos Ryan – ma possiamo affermare che è consigliabile non iniziare prima dei 17 anni per evitare possibili conseguenze negative”.
Dall’altro lato nel mese di ottobre 2014, l’European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) ha pubblicato durante il congresso annuale i risultati di un ampio studio che hanno mostrato, secondo gli autori, che: “Non esiste nessuna correlazione tra un utilizzo moderato di cannabis in età adolescenziale e i risultati degli esami o sul loro quoziente intellettivo”. Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno analizzato 2.612 bambini, nati in Inghilterra tra il 1991 e il 1992, facendo loro diversi test sull’intelligenza all’età di 8 anni e poi di nuovo a 15. Alcuni, per diversi motivi, non sono stati ritenuti idonei, per cui il campione finale è di 2235 ragazzi. “Nessuna relazione fra utilizzo di cannabis e riduzione del QI all’età di 15 anni, tenendo in considerazione gli altri fattori di disturbo come l’uso di alcool, tabacco, educazione e rapporto con scuola e famiglia”, mentre chi ne faceva un uso pesante all’età di 15 anni “ha avuto performance peggiori negli esami fatti all’età di 16 anni del 3%”. Secondo Claire Mokrysz dell’University College di Londra, si tratta “di un messaggio potenzialmente importante per la salute pubblica perché pensare che la cannabis sia particolarmente dannosa può distrarre l’attenzione dagli effetti negativi di altri tipi di comportamenti o sostanze come alcol e sigarette”.
Il consumo di marijuana non è la causa diretta di declino cognitivo negli adolescenti: è questo il risultato di un nuovo studio apparso sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” a firma di Nicholas Jackson della Southern California University e colleghi di una collaborazione internazionale, che mette in discussione alcune ricerche recenti sui problemi neurocognitivi associati alla cannabis.
Jackson e colleghi hanno analizzato la relazione tra consumo di marijuana e varie misure standard dell’intelligenza condotte in due studi longitudinali su un totale di circa 3000 soggetti, tra cui alcune decine di gemelli sia omozogoti sia eterozigoti, in cui solo uno dei due faceva uso di marijuana da lungo tempo. L’analisi di Jackson e colleghi ha rilevato che rispetto ai non consumatori di marijuana, i consumatori abituali partecipanti allo studio avevano, nel passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza, una diminuzione significativa nelle misure della cosiddetta intelligenza cristallizzata, che riguarda la capacità di utilizzare competenze, conoscenze ed esperienze.
Ciò significa, secondo gli autori, che vi siano fattori familiari che predispongono sia al declino cognitivo sia al consumo di marijuana negli adolescenti.

Depressione e ansia
Secondo un rapporto pubblicato dalla National Academies of Sciences americana l’anno scorso, ci sono indizi, poco convincenti, che l’uso frequente di marijuana in età giovanile possa peggiorare i sintomi di depressione o l’ansia. Mai come in questo caso sarebbe importante analizzare la composizione della cannabis in oggetto, perché, soprattutto per ciò che riguarda l’ansia, un alto valore di CBD può essere una soluzione per placarla, invece che favorirla, come può accadere con il THC.
Sulla depressione, ancora una volta, non possiamo che prendere atto del fatto che le ricerche siano sempre discordanti, visto che un recente studio, molto ampio, condotto dai ricercatori americani della Washington State University di Pullman e pubblicato sul Journal of Affective Disorders, spiega che la cannabis riduce i sintomi di depressioneansia e stress.
Utilizzando i dati di un’applicazione i ricercatori hanno analizzato quasi 12mila sessioni di utilizzo di cannabis di persone che soffrono di depressione (3151 assunzione di cannabis), ansia (5085) e stress (3717). L’applicazione StrainprintTM fornisce agli utenti della cannabis medica un modo per tenere traccia dei cambiamenti nei sintomi in funzione delle diverse dosi e dei ceppi di cannabis.
Gli utilizzatori di cannabis medica hanno percepito una riduzione del 50% della depressione e una riduzione del 58% dell’ansia e dello stress a seguito dell’uso di cannabis. I ceppi con alto CBD e basso THC sono stati associati ai maggiori cambiamenti nelle valutazioni di depressione, mentre i ceppi con alto CBD e alto THC hanno prodotto i maggiori cambiamenti percepiti nello stress.
Mentre in un altro studio pubblicato su Frontiers in Pharmacology i ricercatori brasiliani dell’Università di San Paolo hanno appurato che il CBD può essere usato per trattare i sintomi di ansia e depressione, senza alterare il normale ciclo del sonno.
Lo studio clinico è stato condotto su 27 volontari sani, che hanno ricevuto CBD (300 mg) o placebo in doppio cieco somministrati 30 minuti prima dell’inizio delle registrazioni di polisonnografia che sono durate 8 ore. Durante la polisonnografia vengono misurati un numero di parametri correlati al sonno, compresi i movimenti delle gambe, i movimenti degli occhi e l’attività elettrica del cervello.
Il farmaco non ha indotto alcun effetto significativo. Gli autori hanno scritto che: “Diversamente dai farmaci ansiolitici e antidepressivi come le benzodiazepine e gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, la somministrazione acuta di una dose ansiolitica di CBD non sembra interferire con il ciclo del sonno di volontari sani. I risultati attuali supportano l’idea che il CBD non alteri la normale architettura del sonno”.

Teoria del passaggio
Sulla teoria del passaggio sono stati scritti fiumi di inchiostro, anche se le verità scientifiche sono in contrasto anche in questo caso. Come abbiamo scritto in questo lungo articolo, l’idea che la cannabis sia una “droga di passaggio”, e cioè una sostanza che, se utilizzata, predisporrebbe il consumatore all’utilizzo di droghe pesanti come cocaina ed eroina, nasce direttamente dalla campagna infamante andata in scena in America all’inizio del secolo scorso, che ancora oggi pesa in modo decisivo sull’approccio culturale che molti Paesi occidentali hanno rispetto a questa sostanza ed ai suoi derivati.
Diversi studi recenti sono concordi non solo nel contraddire la cosidetta teoria del passaggio, ma si spingono oltre, identificando la cannabis come sostanza d’uscita, che aiuta ed allevia chi è affetto da dipendenza di alcool, nicotina e droghe pesanti.

Insomma: se è vero che consumare cannabis non influisce negativamente sui processi cognitivi degli adulti, è decisamente sconsigliabile iniziare quando ancora il cervello e la psiche della persona sia in piena fase di formazione.

Comments are closed.

Questo sito utilizza cookie propri e di terze parti, questi ultimi per fornire ulteriori funzionalità agli utenti, quali social plugin e anche per inviare pubblicità personalizzata. Cliccando su (Accetto), oppure navigando il sito acconsenti all’uso dei cookie. Per negare il consenso o saperne di più
Leggi informativa privacy