Uno studio scientifico recente è stato trasformato in un vero e proprio allarme alla vigilia della Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio che si è celebrata il 10 settembre e che vedrà gli esperti di settore riuniti a Roma il 17 e 18 settembre per il convegno internazionale di suicidologia organizzato dall’Università La Sapienza di Roma.

Il motivo è una ricerca pubblicata all’inizio del 2019 su JAMA Psichiatry, nella quale un team internazionale di scienziati ha esaminato 11 studi pubblicati dalla metà degli anni ’90 in poi, che hanno coinvolto un totale di oltre 23mila persone, analizzando l’utilizzo e l’abuso di cannabis sui minori di 18 anni. I partecipanti sono stati quindi seguiti in età adulta per vedere chi ha sviluppato depressione clinica, ansia o comportamento suicidario.

Dopo aver preso in considerazione fattori quali l’età, i problemi di salute mentale e lo stato socioeconomico, i risultati hanno collegato l’uso di cannabis a una maggiore probabilità di sviluppare successivamente depressione clinica, avere pensieri suicidi o tentare il suicidio. Le probabilità di tentare il suicidio sarebbero aumentate di quasi 3,5 volte tra coloro che usavano la cannabis prima dei 18 anni rispetto a quelli che non lo facevano, sebbene gli autori, come sottolinea il Guardian, annotano che la cifra è imprecisa. Applicando invece i risultati alla prevalenza nota della depressione clinica tra gli adulti di età inferiore ai 35 anni, concludono che un caso su 14 in questa fascia di età potrebbe essere evitato se gli adolescenti non usassero cannabis. Mentre sull’ansia i ricercatori notano che i risultati non sono stati significativi.

Il tema degli effetti sulla cannabis sul cervello è molto dibattuto, e di recente sono stati pubblicati diversi studi che sostenevano che un abuso di cannabis in età adolescenziale potrebbe essere associato allo sviluppo di psicosi in età adulta. Una correlazione che è stata smentita da altre pubblicazioni scientifiche.

Altro esempio: per quanto riguarda gli effetti sullo sviluppo cerebrale, secondo uno studio basta poca cannabis per avere un impatto sul cervello degli adolescenti, mentre un altro studio molto recente ha concluso che non esistono differenze nel cervello degli adulti tra chi ha fumato cannabis in giovane età e chi invece non l’ha fatto.

Sul lavoro che invece mette in correlazione la cannabis con pensieri suicidiari, bisogna sottolineare che le statistiche sull’uso della cannabis erano basate sull’auto-report, con una frequenza d’uso diversa nei vari studi analizzati. Non solo, perché i ricercatori non potevano escludere che i risultati potessero riflettere una situazione più complessa della semplice “causa ed effetto” della cannabis su problemi di salute mentale. In altre parole, altri fattori potrebbero svolgere un ruolo, come ad esempio l’assunzione di altre sostanze. Inoltre, non è chiaro se sia importante solo l’uso di cannabis nell’adolescenza, o aver continuato l’assunzione con costanza fino all’età adulta.

Il professore Robin Murray, ricercatore che si occupa di psichiatria al King’s College di Londra e che non è stato coinvolto nella ricerca, ha spiegato al Guardian che “è importante notare che gli studi analizzati non hanno esaminato se i partecipanti stessero usando altri farmaci o la quantità o il tipo di cannabis che gli utenti avevano assunto”.

Detto questo per noi non ha senso nascondere le potenziali criticità a cui l’abuso di cannabis in età adolescenziale può portare, perché pensiamo che solo dalla consapevolezza condivisa di cosa questa pianta rappresenti possa nascerne un corretto utilizzo.

Ci auguriamo che i vari mass media comincino a trattare l’argomento in modo obiettivo, senza titoli sensazionalistici, creati solo per acchiappare qualche click e fare terrorismo psicologico su una sostanza che è già stata ampiamente bistrattata nell’ultimo secolo.

Sogniamo informazione oggettiva e approfondita, che sappia spiegare gli eventuali effetti negativi senza abbassarsi al sensazionalismo e che soprattutto sappia anche riconoscerne e raccontare le innumerevoli virtù, in tutti i campi e settori, anche se non fanno “notizia” come avviene invece per i potenziali effetti negativi.

Un osservazione finale: se davvero vogliamo preservare la salute dei giovani, l’unica strada percorribile è la legalizzazione. Non solo perché con una seria regolamentazione sarebbe possibile avere un prodotto sicuro e controllato destinato ai maggiorenni, o perché si potrebbe scegliere quale tipo di cannabis consumare e con che livello di THC, ma anche perché i dati delle legalizzazioni oltreoceano mostrano che, laddove la cannabis viene regolamentata, il consumo degli adolescenti cala, anche per le campagne di informazione che vengono fatte grazie ai soldi guadagnati dalle vendite della stessa cannabis.





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