Recentemente un caro amico, professore associato all’Università, importante e qualificato ricercatore nel campo della cannabis terapeutica, mi ha chiesto se non intravedevo intorno alla cannabis una vera e propria mania, una sorte di follia collettiva intorno ad una ipotetica erba miracolosa. In effetti, se guardo il fenomeno dal punto di vista medico, non posso che dare ragione al mio amico ricercatore. Ma va riconosciuto, che dietro a questo fenomeno “economico/sociale” della cannabis light c’è qualcosa che va oltre il business. I dati non ufficiali, ma che i produttori lasciano intendere, raccontano di decine di tonnellate di cannabis vendute nel solo 2017, e non fatico a credere che il 2018 vedrà superare il centinaio di tonnellate. È un vero e proprio fenomeno sociale, che solo la politica tarda a riconoscere. Ancora più strabiliante se consideriamo che il Ministero della Salute parla di fabbisogno di soli 500 kg/anno di cannabis terapeutica.

Il dato interessante è che, pur essendo i prodotti venduti nei negozi non commestibili e non idonei all’uso terapeutico, la gente li compra e li assume in ogni modo nella speranza di trovare il rimedio alla loro sofferenza. Cosa spinge le persone adulte e molto spesso ammalate, ad andare in questi negozi per comprare un prodotto che non può considerarsi terapeutico? Non può essere solo una campagna di marketing, peraltro tardiva e raffazzonata.

Io, nel mio ambulatorio, vedo centinaia di pazienti che chiedono di provare la cannabis. Ti dicono che “credono” nella cannabis, che “hanno fiducia” nella cannabis e che non si fidano più dei farmaci. Varcano la soglia dello studio e prima ancora di salutarti, ti dicono: «Dottore lei è la mia ultima speranza”, come se ti lanciassero una sfida chiedendoti l’impossibile. Da alcuni mesi, quasi tuti i pazienti che vengono alla visita da me, mi raccontano di aver provato la cannabis light (inutilmente…), cosi come spesso prima accadeva che ti raccontassero di aver provato la cannabis comprata al mercato nero. Posso affermare che dal 2013 ad oggi, non si sono mai rivolte a me persone tossicodipendenti o consumatori per uso ludico: dico questo perché voglio subito tacitare chi utilizza questo tema per negare la cannabis terapeutica.

Gli ammalati hanno letto ogni cosa sulla cannabis. Hanno assimilato centinaia di nozioni che faticano a rapportare alla loro malattia, così chiedono al medico di essere aiutati in questo percorso terapeutico nuovo. Si è stravolto il rapporto tra medico e paziente, così come si è modificato alla radice il rapporto tra la ricerca e la clinica. Il paziente non è più il punto finale di un processo, ma è lo starter: è dalla persona ammalata che tutto parte. La cannabis (vecchia di 36 milioni di anni, ed usata dall’uomo da 10 mila anni), dopo aver subito quasi un secolo di oscurantismo, si impone stravolgendo i rapporti sociali. Una sorta di Cannabis 3.0 che sfida le società con i metodi della modernità, e le Istituzioni, legittime rappresentanti delle società, ancorate a visoni del passato, non sono preparate alla sfida.

La medicina è in ritardo, basti pensare che nelle facoltà del mondo occidentale, non si studia ancora il sistema endocannabinoide. I medici guardano con diffidenza questa “antica novità” e si nascondono dietro alla falsa mancanza di dati scientifici. La ricerca fatica a trovare fondi per finanziare progetti innovativi. Le case farmaceutiche guardano incredule e faticano a trovare una politica comune che le riposizioni. Le Istituzioni si nascondono dietro a norme superate dai fatti e non riescono a crearne delle nuove più adeguate. Le persone lasciate sole si organizzano in associazioni, in community di auto aiuto, dove spesso vengono dati consigli sbagliati, da persone senza competenza. I media, unici che hanno capito la portata di quanto accade, danno voce alle persone e denunciando che il Re è nudo, ma l’urlo che giunge dalla cima dell’albero maestro, non è ancora così forte da definire un cambio di rotta. C’è materiale in abbondanza per uno studio di questo straordinario fenomeno sociale.





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