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“I cannabinoidi possiedono un’azione anticancro e potrebbero rappresentare una nuova classe di farmaci anti-cancro che ritardano la crescita della malattia, inibiscono l’angiogenesi (la formazione di nuovi vasi sanguigni) e la diffusione metastatica delle cellule cancerogene”. Così si conclude una dettagliata analisi pubblicata nell’Ottobre 2005 sulla rivista scientifica Mini-Reviews in Medicinal Chemistry.

Non hai familiarità con l’emergente corpo di ricerca che studia la capacità della cannabis di rallentare la diffusione di certi tipi di cancro? Non sei il solo!

Per più di 30 anni, i politici e i burocrati statunitensi hanno sistematicamente ignorato le ricerche scientifiche che dimostrano che la marijuana gioca un ruolo importante nella prevenzione del cancro (una scoperta documentata per la prima volta nel 1974). In quell’anno, un gruppo di ricerca al Medical College della Virginia scoprì che la cannabis inibisce la crescita delle cellule tumorali maligne nelle colture e nei topi. In accordo con i risultati dello studio, il quotidiano Washington Post, il 18 Agosto 1974, scrisse che la somministrazione del THC, cannabinoide primario della marijuana, “rallentava la crescita del cancro ai polmoni, al seno e del virus responsabile della leucemia nei topi di laboratorio, e prolungava la loro vita del 36%”.

Nonostante queste favorevoli scoperte precliniche, il governo degli Stati Uniti smantellò ufficialmente lo studio (che venne comunque pubblicato sul Journal of the National Cancel Institute nel 1975), e si rifiutò di finanziare qualsiasi altra ricerca prima di aver condotto, seppur segretamente,un trial clinico nella metà degli anni ’90. Questo studio, condotto dal US National Toxicology Program per la bella cifra di 2 milioni di dollari, concluse che i topi e i ratti a cui erano state somministrate alte dosi di THC per lunghi periodi sperimentavano una grande protezione dai tumori maligni rispetto a quelli non trattati. Invece di pubblicare queste scoperte, i ricercatori del governo accantonarono i risultati, i quali vennero alla luce solo dopo che una bozza dei risultati venne fatta trapelare a un giornale medico nel 1997, che passò la storia ai quotidiani nazionali. Tuttavia, da quando è terminato il trial del National Toxicology, il governo americano deve ancora stanziare i fondi per procedere negli studi sul potenziale dei cannabinoidi nel proteggere contro la diffusione dei tumori cancerogeni.

Fortunatamente, scienziate di oltre oceano hanno continuato dove i ricercatori americani avevano bruscamente interrotto. Nel 1998, un gruppo di ricerca dell’Università Complutense di Madrid scoprì che il THC può indurre in modo selettivo l’apoptosi (morte programmata delle cellule) nelle cellule tumorali del cervello senza alcun impatto negativo sulle circostanti cellule sane. Nel 2000, scrissero sulla rivista Nature Medicine che le iniezioni di THC sintetico curavano i gliomi maligni (tumori al cervello) in un terzo dei topi trattati, e prolungava la vita in un altro terzo di sei settimane.

Nel 2003, ricercatori dell’Università di Milano in Italia, scoprirono che i composti non psicoattivi presenti nella marijuana inibiscono la crescita delle cellule dei gliomi e colpiscono e uccidono selettivamente le cellule cancerogene.

Nell’anno seguente, i ricercatori riferirono, sulla rivista dell’Associazione Americana per la Ricerca sul Cancro, che i componenti della marijuana inibiscono il diffondersi del cancro al cervello in biopsie umane. In uno sviluppo successivo, un gruppo di ricerca dell’Università della Florida del Sud notò che il THC poteva anche inibire selettivamente l’attivazione e la prolificazione del virus herpes gamma. I virus, che possono rimanere dormienti per anni dentro i globuli bianchi prima di attivarsi e diffondersi, aumentano la probabilità di sviluppare malattie come il Sarcoma di Kaposi, il linfoma di Burkitt e il morbo di Hodgkin.

Più recentemente, alcuni investigatori hanno pubblicato scoperte pre-cliniche che dimostrano che i cannabinoidi inibiscono la crescita delle cellule nel cancro colorettale, carcinoma della pelle, cancro al seno e alla prostata. Quando gli investigatori compararono l’efficacia dei cannabinoidi naturali rispetto ai sintetici, il THC dava più benefici-diminuzione della proliferazione delle cellule maligne e induzione dell’apotosi più rapidamente rispetto all’alternativa sintetica, lasciando simultaneamente le cellule sane illese.

I politici statunitensi sono rimasti poco colpiti da questi risultati e rimangono ostinatamente contrari all’idea di sponsorizzare, o anche solo riconoscere, questo campo di ricerca in crescita, preferendo, invece, promuovere l’infondata idea che l’uso della cannabis causa il cancro. Fino a quando queste opinioni non cambieranno, il gruppo dei ricercatori che indagano sull’uso della cannabis come agente anticancro rimarrà oltreoceano e, purtroppo, verrà ignorato dall’opinione pubblica.

Paul Armentano
fonte: norml.org

 





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