La cannabis a livello medico viene utilizzata da anni per combattere i sintomi del cancro. Aiuta i pazienti in vari modi, dalla gestione di vomito e nausea all’inappetenza, passando per il dolore che la cannabis mitiga senza dare i pesanti effetti collaterali degli oppiacei.

Sono diversi ormai gli studi scientifici clinici che analizzano la cannabis utilizzata insieme a trattamenti tradizionali come chemio e radioterapia in diversi tipi di cancro, mostrando i benefici che permettono la riduzione delle dosi di questi trattamenti, ottenendo risultati migliori di quelli standard per qualità di vita e di sopravvivenza.

Lo IEO e la fondazione Umberto Veronesi sono molto aperti in quest’ambito: «La fondazione Veronesi cofinanzierà con l’Istituto Europeo di Oncologia uno studio sull’efficacia dei cannabinoidi nel trattamento del dolore oncologico», ha raccontato a cannabisterapeutica.info il dottor Vittorio Guardamagna, direttore dell’Unità di Cure Palliative e Terapia del Dolore dello IEO, nonché componente del comitato etico della fondazione Veronesi, sottolineando che: «Il nostro obiettivo, entro un anno, è quello di proporre degli studi che vadano oltre per indagare la terapia attiva oncologica».

«Quello sul dolore», prosegue il dottore, «lo indagherà in tutti i suoi aspetti quindi sul sintomo dolore vero e proprio, ma sfruttando quest’azione che ha un beneficio su tutti i sintomi di accompagnamento. Siccome sappiamo che i benefici della cannabis sul paziente sono globali, come su nausea e vomito da chemioterapia, controllo dell’insonnia e dell’ansia, piuttosto che sulla perdita di appetito che è uno dei sintomi più invalidanti, l’obiettivo è prescriverla a tutti i pazienti a cui si può in una fase il più precoce possibile».

In quest’ottica: «Da quest’anno abbiamo iniziato dei corsi di formazione interna su come si prescrive, come si utilizza, quali sono le tipologie dei diversi cannabionidi, le indicazioni terapeutiche per un corso molto pratico con l’obiettivo di arrivare a fine anno avendo formato tutti gli oncologi. I primi risultati li stiamo già ottenendo perché da un anno la prescriviamo a quasi tutti i pazienti: affiancare la cannabis alle terapie tradizionali secondo noi può essere lo standard migliore da utilizzare».

Sui pazienti che trattate vedete dei miglioramenti?

Noi ad oggi abbiamo trattato circa 300 pazienti, non abbiamo ancora pubblicato i dati e naturalmente sono studi osservazionali. Abbiamo avuto una risposta come effetto globale sull’80% dei pazienti: non per forza sulla riduzione del dolore ma sulla riduzione dei sintomi in generale e sul miglioramento della qualità della vita, che per noi è importantissimo. Sul sintomo del dolore puro la risposta è nell’ordine del 30%, ma nei pazienti in cui una risposta c’è stata, è stata eccezionale: 7 punti su una scala da 0 a 10. Sicuramente funziona, non abbiamo ancora dati di confronto su un aumento della sopravvivenza del paziente oncologico.

Sulle potenzialità che diversi cannabinoidi combattano direttamente la formazione del tumore, che idea avete?
È un’ipotesi di ricerca interessantissima che stiamo ancora sondando, c’è il ricercatore Massimo Nabissi che la sta portando avanti con risultati eccezionali, ma abbiamo in programma un incontro per ipotizzare, oltre alla ricerca di base, uno studio clinico in termini di interferenza sulla crescita tumorale, che sarà l’obiettivo del 2019.





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