Il ritorno alla canapicoltura in Italia non deriva dallo storico primato di alcune regioni nella produzione di canapa tessile. Sono passati ormai decine di anni dall’abbandono delle faticose colture tradizionali da fibra. Oggi la fortuna dei tessuti di canapa italiana è un ricordo che cede il passo ai prodotti tessili provenienti dall’Asia. Le nuove sfide della canapicoltura sono segnate in tutta Europa dal crescente interesse per la raccolta delle infiorescenze. L’hype per l’estrazione dei cannabinoidi contenuti dalla pianta ha valorizzato in massima parte il CBD, molecola su cui si fonda l’attuale espansione della filiera legata alla biomassa di canapa a basso tenore di THC.

Canapicoltura e demagogia
In Italia, l’attenzione alla riscoperta della canapa ha agitato anche il dibattito politico. Dapprima, è abortito il tentativo di riformare la legge sulla filiera canapiera nel corso delle manovre di bilancio annuale. Gli stessi parlamentari hanno provato a inserire la regolamentazione delle infiorescenze e del CBD nel c.d. decreto milleproroghe. Ancora una volta, la proposta è stata dichiarata inammissibile e i promotori additati dal centrodestra come «ignoranti che hanno presentato un emendamento per la diffusione delle droghe». L’indotto economico risente negativamente dell’altalena politica. Il nostro paese vanta un contesto pedoclimatico ideale per la coltivazione dei fiori di canapa, ma l’ostruzionismo demagogico ostacola il posizionamento dei coltivatori italiani sul mercato globale.

L’incertezza normativa
Per l’effetto di queste politiche, in alcune città italiane (come Napoli e Torino) gli appuntamenti annuali alle fiere nazionali della canapa sono saltati, a causa delle improvvise rinunce da parte di numerosi espositori. I più, italiani e stranieri, sono spaventati dal rischio di sequestri e stanchi dei pressanti controlli delle forze dell’ordine. Eppure, le fiere della canapa non inneggiano all’uso della cannabis per scopi ricreativi bensì permettono l’incontro di tanti operatori economici e la condivisione delle loro esperienze e aspettative. Questo tipo di eventi ha favorito lo sviluppo della filiera, funzionando come motore di scambio culturale e laboratorio di progettualità. Al loro interno si svolgono numerosi seminari e dibattiti divulgativi e informativi, con la partecipazione di tecnici e studiosi riconosciuti a livello internazionale.

Le regole sui prodotti da inalazione in Svizzera e Belgio
Escludere dalla legge sulla canapa le infiorescenze e la biomassa della pianta significa lasciare un vuoto normativo che danneggia tanto i produttori quanto gli acquirenti finali. In effetti, i riferimenti e le informazioni riportate sulle etichette delle confezioni di cannabis light in commercio – cioè infiorescenze femminili, resine e trinciato di canapa – sono molto vaghe, a discapito della tracciabilità dei prodotti e della tutela dei consumatori. A ben vedere, il fenomeno “cannabis light” non si presta a essere regolato con gli strumenti dell’ordine pubblico, ma richiede una disciplina ad hoc. Così in Belgio, come già in Svizzera, lo sviluppo del settore ha indotto il governo a riconoscere l’utilizzo inalatorio dei prodotti derivati dalle infiorescenze di canapa. In Svizzera e in Belgio la cannabis light è soggetta agli stessi obblighi previsti per il tabacco. Indipendentemente dalla forma o dall’imballaggio, tutti i prodotti a base di canapa destinati a essere fumati o vaporizzati sono sottoposti all’imposta sul tabacco. Viceversa, i prodotti a base di canapa destinati chiaramente a scopi diversi dal fumo non sono soggetti a tale tassazione.

Caratteri peculiari del cannabis light business
La normativa svizzera rappresenta un buon punto di partenza per orientare il fenomeno della cannabis light. Questo mercato presenta caratteristiche del tutto peculiari. I fumatori di canapa non sono indotti alla dipendenza fisica, come succede nel caso dell’assunzione di nicotina, ma sono attratti dagli effetti benefici delle molecole presenti nella pianta (cannabinoidi, terpeni, ecc). In questi termini, la canapa trova collocazione tra le piante officinali e, specialmente quando viene vaporizzata, la cannabis light potrebbe essere considerata un vero e proprio prodotto fitoterapico. Il cannabis light business è trainato dall’eccitazione globale per le potenzialità terapeutiche del CBD. La tendenza principale del settore è perciò tesa a massimizzare la capacità produttiva di cannabinoidi legali quali il CBD. Tuttavia, quando si vuole ottenere piante con alto contenuto di cannabinoidi, si rischia sovente di sforare i limiti sul contenuto di THC, il famigerato cannabinoide illegale.

Il pregiudizio del limite legale di THC
Alcuni paesi extraeuropei (ad esempio Svizzera, Colombia, Australia, Uruguay) hanno fissato il limite legale di THC all’1%, soglia sotto la quale non si riscontra alcun effetto psicoattivo. I canapicoltori europei sono svantaggiati dal limite dello 0,2%, tra i più restrittivi al mondo. La soglia di sforamento dai limiti europei stabilita dalla legge italiana – posta allo 0,5-0,6% di THC contenuto nelle piante e derivati della canapa -, pur se tra le più alte in Europa, è eccessivamente prudenziale. Inoltre, lo sviluppo e la ricerca nel settore delle infiorescenze e della biomassa risentono negativamente dei limiti imposti alla riproducibilità di talee e alla coltivazione di varietà di canapa selezionate per le proprietà organolettiche, non iscritte nei registri dell’Unione Europea.

Le importazioni di canapa terapeutica
In definitiva, politiche pubbliche no-sense che utilizzano gli strumenti della lotta alla droga (sequestri, denunce, allarme delle istituzioni) contro la canapa non drogante generano unicamente gravi pregiudizi alla competitività internazionale delle aziende italiane, oltre a rappresentare un enorme spreco di risorse pubbliche. Il paradosso trova la sua massima espressione in ambito medico, svelando i presumibili retroscena. Nonostante il World Health Organization abbia qualificato il CBD come sostanza sicura da sottrarre al controllo sulle droghe, di recente il Consiglio Superiore di Sanità si è espresso in maniera contraria. L’ente ha messo in guardia sui pericoli per la salute e per l’ordine pubblico causati dall’assunzione di cannabis ad alto tenore di CBD, suggerendo al governo di vietarne la vendita e il consumo incontrollati. Contestualmente, il ministero della Difesa ha appaltato a un’azienda farmaceutica canadese la fornitura biennale di centinaia di kg di cannabis terapeutica, compreso un lotto di canapa a basso tenore di THC.

Il rischio di monopolio nelle mani delle industrie farmaceutiche
Le imprese italiane sono state estromesse in toto dal bando di fornitura, perché il Ministero della Salute si rifiuta di concedere licenze per la coltivazione di canapa a uso medico nel nostro paese. Eppure, le aziende richiedenti offrono alti standard di sicurezza e l’applicazione di metodologie GACP e GMP, al pari dei fornitori stranieri. L’ombra delle lobby farmaceutiche oscura le posizioni delle istituzioni sanitarie. Difatti, le restrizioni normative consentirebbero alle multinazionali dei farmaci di monopolizzare il commercio di prodotti a base di CBD, il cannabinoide più in voga del momento.





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