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Canapa industriale e THC allo 0,3% in Europa: si doveva osare di più

Il Parlamento europeo ha votato per l’innalzamento del livello del THC in campo per la canapa industriale dallo 0,2 allo 0,3%, mentre la Repubblica Ceca userà come limite l’1%

Foto del Parlamento europeo

Dopo il lungo parto (ai limiti del pretestuoso) del Parlamento europeo in materia di determinazione dei nuovi limiti legali di THC, non so se sia possibile esultare con l’espressione «gaudemus igitur habemus legem».

L’innalzamento della soglia europea dalla quota di tolleranza del livello di THC, dalla percentuale dello 0,2% a quella dello 0,3%, peraltro, ampiamente prevista e annunciata urbi et orbi (anche con un preavviso che superava l’anno), pareva, quasi, dovere soggiacere a uno stop provocato da non meglio precisate ragioni di emergenza sanitaria.

Questa evenienza, fortunatamente, è stata sventata e ora il limite – peraltro di carattere puramente economico, non essendo legato a specifiche evidenze scientifiche – pare, seppur minimamente, meno angusto.

THC: limite scientifico o economico?

Certo è che dobbiamo interrogarci sulla congruità di un parametro, che, come appena detto, non pare fondarsi (anzi non si fonda proprio) su risultanze di carattere scientifico.

Esso sembra, infatti, null’altro che un’adesione – piuttosto acritica e supina – ai desiderata di un paese (la Francia) che ha sempre condizionato in modo deciso, a livello internazionale, i confini di legalità della canapa e del suo mercato, pretendendo, altresì, di esercitare – in subjecta materia – poteri di egemonia, anche in punto di diritto, sugli altri paesi UE, riuscendovi anche per l’insipienza del più generale consesso.

Mentre, quindi, il compromesso che stabilisce la soglia di liceità generale nella misura dello 0,3%, diviene principio fondamentale comune ai 27 della UE, non mancano sia perplessità strettamente scientifiche sulla valenza dello stesso, sia fughe in avanti di carattere politico.

Sotto il primo profilo, permane il convincimento che altri avrebbero dovuto essere i paradigmi tossicologici per potere giungere ad avere una legislazione adeguata alle realtà coltivative europee e, soprattutto, idonea a creare una situazione di omogeneità in punto di diritto.

Dai parametri tossicologici al “doppio binario” europeo

Ritengo, infatti, che i vari governi avrebbero dovuto concordare – previo incarico a esperti tossicologi forensi con conoscenze specifiche nel settore – sull’adozione di un limite percentuale assolutamente comune in base al quale la produzione di canapa e la commercializzazione dei relativi derivati sia considerata legittima. 

È vero che, in questo modo, si sarebbero venuti a scontrare modi di approccio nonché culture differenti rispetto alla canapa e al suo commercio, e che un’armonizzazione di plurimi (se non addirittura caleidoscopici) orientamenti non sarebbe stata impresa semplice.

Certo è, però, che un regime di doppio binario, come effettivamente si verifica attualmente (con limiti fissati a livello UE e altri in pari tempo stabiliti da parte dell’ordinamento nazionale di taluni paesi – vedi Italia o Repubblica Ceca) non giova affatto, né al discrimine fra lecito ed illecito, né – di conseguenza – ai commerci e a tutte le attività ad esso pertinenti.

Ritengo che la questione – come ho avuto già occasione di sottolineare – avrebbe dovuto essere risolta con l’adozione dei protocolli chimico-tossicologici, in base ai quali è unanimemente riconosciuto che il limite percentuale al di sotto del quale, la psicoattività non è ravvisabile, si colloca nello 0,5%.

In Italia, importantissimi studi hanno compattato la comunità scientifica che ha affermato che il THC non presenta caratteri di psicoattività al di sotto della soglia dello 0,5%.

Si deve citare, infatti, il testo LODI, MAROZZI, BERTOLI e MARI, Trattato di Tossicologia forense, Ed. libreria Cortina Milano ove si afferma testualmente “Tenuto conto che la quantità massima di canapa reperita nelle sigarette risulta di gr. 1 si ritiene che la percentuale di THC necessaria perché si possa parlare di canapa stupefacente sia identificabile in quella idonea a garantire un contenuto di THC nella sigaretta di almeno 5 mg. e corrisponda quindi allo 0,5%».

Ed ancora appare opportuno richiamare un altro passaggio del trattato di Tossicologia forense dove si legge “per qualificare come stupefacente una cannabis sarà dunque necessario ritrovare i tre cannabinoidi e una percentuale di THC tale da attribuire al prodotto un certo grado di psicoattività (da circa 0,5 in su)».

Tale limite minimo è stato riaffermato da studi della Fondazione Veronesi.

Dunque importanti evidenze scientifiche avrebbero dovuto indurre il legislatore europeo ad avvalersi di apporti accademici, assolutamente idonei a fornire un criterio di completo valore e facile applicazione, così da ottenere una norma chiara, univoca, a carattere di denominatore comune.

Ma si sa l’Europa sul piano legiferativo appare il regno della stravaganza.

Così come del tutto schizofrenico appare il rapporto fra regime pseudo generale e indirizzi dei singoli paesi.

La Repubblica Ceca e l’1% di THC

Deve essere ricordato – ad esempio – che la Repubblica Ceca aumenterà il limite di THC, al di sotto del quale il prodotto non deve essere considerato illecito, in relazione a qualsiasi uso della canapa, portandolo alla percentuale dell’1 per cento a partire dal primo gennaio 2022. 

Fatta salva la considerazione che tale scelta non può e non deve scandalizzare, perché la letteratura scientifica ha espresso il convincimento che l’aumento del livello di THC sino a detta soglia non comporti una situazione di piscoattività, si deve notare che si tratta di un indirizzo che è in corso di valutazione anche nella confinante Polonia.

In tale paese, il ministero dell’Agricoltura ha di recente raccomandato di aumentare all’1% il limite di THC nelle colture di canapa industriale.

Con questo nuovo limite, la Repubblica Ceca conferma l’approccio di due paesi extra UE la Svizzera e l’Australia.

La via tracciata dal Parlamento ceco ricomprende anche gli estratti di canapa e le tinture di canapa, in virtù della considerazione che esse non sono considerate sostanze che creano dipendenza.

Altra osservazione è, però, anche quella che la scelta operata in sede parlamentare ceca, si inserisce in un panorama ancora troppo variegato di altre nazioni.

Viene, infatti, citata l’Italia dove «il limite è stato fissato allo 0,6% di THC» (però come limite di tolleranza in campo), così come l’Austria che si ferma allo 0,3% e/o la Francia e la Germania allo 0,2%.

La Repubblica Ceca, quindi, come provocazione, in base alla quale porsi la domanda, «in Europa il valore limite non dovrebbe essere regolato uniformemente all’1% di THC?».

Foto di una coltivazione di canapa industriale

TG DV


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