Tra i popoli nativi del Canada si accende il dibattito sul percorso di legalizzazione della cannabis intrapreso dal primo ministro del paese, Justin Trudeau, che secondo i piani renderà le droghe leggere legali in tutto il territorio dello stato entro il prossimo mese di luglio. Alcune di esse esprimono aperta contrarietà verso la legalizzazione, nel timore che possa indebolire ulteriormente il già delicato tessuto sociale delle riserve.

Ad esporre i dubbi delle Prime Nazioni, come vengono chiamate le tribù indigene, sono stati due tra i leader indigeni più influenti della nazione, Isadore Day (rappresentate dei nativi dell’Ontario) e Ghislain Picard (rappresentante dei nativi del Quebec). «Alcuni vedono nella cannabis solo una vacca da mungereha dichiarato Day – ma temiamo che si stia facendo tutto con troppa fretta e che possa aumentare la fragilità delle nostre comunità e il mercato nero».

I leader nativi hanno anche accusato il premier di non avere invitato le rappresentanze indigene al tavolo tecnico di discussione tenutosi lunedì scorso ad Ottawa per stabilire alcuni meccanismi di funzionamento del mercato legale della cannabis. I nativi in Canada sono oltre 1,4 milioni e rappresentano il 4,3% della popolazione totale, sono divisi in oltre 300 raggruppamenti e le loro riserve godono di status speciali.

I dubbi espressi dai nativi canadesi ricalcano quelli già evidenziati da alcune comunità indigene degli Stati Uniti, dove i Yakama dello stato di Washington (stato dove la cannabis è legalizzata) hanno chiesto di tenere i dispensari di marijuana lontani dai loro territori, affermando: «la legge del nostro popolo rifiuta la marijuana e la considera illegale. Per questo non vogliamo che il nostro popolo, o chiunque altro, utilizzi, coltivi o venda marijuana sulle nostre terre. L’uso di marijuana non fa parte della nostra cultura o religione o stile di vita quotidiano, né della nostra medicina tradizionale. Vi preghiamo di rispettare le nostre terre e la nostra posizione».

Nelle riserva indigene, sia del Canada che degli Usa, è molto elevato l’utilizzo di droghe ed alcool, specie da parte dei nativi più giovani, che usano le alterazioni di coscienza non più a scopi sociali, come da tradizione, ma per sopportare una situazione ancora oggi caratterizzata da emarginazione sociale e repressione. I leader nativi – pur riconoscendo il valore terapeutico della cannabis – temono che anche l’erba possa diventare un nuovo agente esterno per indebolire e disarticolare l’unione delle comunità native.





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