view_Cartina_cambogiaLa Cambogia (in khmer Kâmpŭchea) è uno Stato del sud-est asiatico (181.040 km2; 13.363.421 abitanti). Si affaccia sul Golfo del Siam e confina con Thailandia, Laos e Vietnam. La capitale è Phnom Penh. La lingua ufficiale è khmer, a causa della predominanza del gruppo etnico nel paese. La Cambogia è ritornata ad essere una monarchia parlamentare nel 1993, dopo un lungo periodo di instabilità seguito dall’invasione vietnamita (1978) che pose fine alla dittatura di Pol Pot.

La storia della Cambogia è fatta di guerre; la guerriglia dei khmer rossi ha continuato a mietere vittime tra i civili fino a pochi anni fa’. Oggi però, è nuovamente possibile visitare questo meraviglioso paese. Noi l’abbiamo fatto via fiume, risalendo dapprima il Mekong e poi il Tonlé Sap, assistendo a impareggiabili albe e spettacolari tramonti. La capitale Phnom Penh sta faticosamente cercando una dimensione di vita normale dopo le scelleratezze di Pol Pot, capo dei khmer rossi.

Sono le ore 09.30 di martedì 4 ottobre 2005, quando arrivando via fiume dal Vietnam vediamo sventolare una bandiera cambogiana sulla riva sinistra del Mekong: questo significa che siamo al border di Kaam Samnor. La frontiera è aperta da poco e, stando alle informazioni locali, siamo preparati a versare “la bustarella” per evitare inutili fastidi. C’è un Dazio da pagare se si decide di attraversare il confine tra Vietnam e Cambogia via fiume. In realtà, sul posto nulla sembra corrispondere a quanto dettoci. L’area è tranquilla e in dogana non abbiamo nessun problema. Tuttavia, se durante lo sbarco per espletare le formalità doganali, un gruppo di donne e bambini ci avevano appena infastidito per venderci bibite e biscotti, al momento dell’imbarco le stesse persone ci seguono importunandoci fin dentro il battello allo scopo di cambiare riel cambogiani, in dollari o in dong vietnamiti.

Lasciata la frontiera incontriamo imbarcazioni piene zeppe di persone, alcune con la bandiera della croce rossa e case sommerse fino ai tetti… e finalmente capiamo: il Mekong è esondato. Il via vai di barche sono i soccorsi inviati alla popolazione alluvionata. Continuando a risalire la corrente, il fiume rientra in quelli che sono i suoi argini naturali, e si incontrano i soliti bambini che sguazzano in acqua, alcuni mercati galleggianti, donne e uomini ai remi che attraversano il fiume da una sponda all’altra; imbarcazioni che risalgono altre ridiscendono cariche di persone o mercanzia, e i villaggi… Le palafitte, che punteggiano le rive sono assai più misere di quelle viste in Vietnam. In Cambogia s’avverte una maggiore povertà rispetto al vicino Vietnam.

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Raggiungiamo Phnom Penh dove visitiamo il Tuol Sleng Museum, il carcere “S – 21” dove i khmer rossi del famigerato Pol Pot torturavano e uccidevano anche solo chi fosse lontanamente sospettato di idee antigovernative. Il carcere è raccapricciante. Fisso con sgomento le foto dei civili con i corpi martoriati dalle crudeli torture. Rabbrividisco nel vedere gli strumenti utilizzati per procurare orribili dolori e morte. I supplizi patiti dai carcerati erano così inumani che i prigionieri preferivano togliersi la vita buttandosi dalle finestre, recintate con del filo spinato. Infine mi sento scorrere il freddo nelle ossa a leggere le motivazioni che indussero a tanto orrore: bastava essere intellettuali o, addirittura, portare semplicemente gli occhiali. Se fossi nato in Cambogia, anziché in Italia, portando gli occhiali sarei stato sicuramente una vittima del regime. I Khmer Rossi di Pol Pot rappresentano uno degli episodi più tristi della storia dell’umanità! Quando agli inizi del 1979 l’esercito di liberazione vietnamita entrò nel carcere, trovò solo 7 persone vive. I morti sepolti in fosse comuni nei cortili. Il carcere degli orrori diventò, nell’opinione pubblica mondiale, un grave scandalo ed oggi è diventato il simbolo della follia umana di Pol Pot.

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Non riusciamo a visitare la Pagoda d’Argento, peccato non vedere le 5000 piastre d’argento che contiene, ma l’esperienza del Tuol Sleng Museum è stata particolarmente educativa e toccante. L’UNESCO, penso, debba inserire nella lista del patrimonio dell’umanità il “carcere S – 21”, come uno di quei luoghi che testimoniano uno dei tanti genocidi perpetrati dall’uomo, affinché l’umanità intera s’interroghi sui millantati valori morali e civili conquistati.

Più tardi arriviamo al Wat Phom, che l’imbrunire rende suggestivo per via delle candele votive accese lungo il percorso d’accesso al tempio. Sulla collina vivono parecchie scimmie, le s’incontra fin quasi alla porta d’ingresso, e il tempio è vuoto ad eccezione di tre monaci buddisti. All’uscita dal tempio, mendicanti e vittime delle mine ci chiedono l’elemosina: dispiace dirlo, ma purtroppo bisogna fare attenzione a donare anche solo a uno, perché immediatamente si avvicinano tanti altri, tutti giovani: a chi manca un braccio, a chi entrambi, o senza gambe e si trascinano per terra. In Cambogia basta un passo falso in mezzo alla campagna e si rischia di restare storpi per tutta la vita. Le persone mutilate dalle mine non sono considerate vittime di guerra e quindi non non hanno sussidio statale, impiego o altri riconoscimento. Ancor oggi il peso della guerra è nell’aria se non altro per la presenza di tutte queste vittime delle mine.

Una corsa al mercato di Psar Thmei che ricorda uno ziggurat babilonese a fare acquisti e poi a cena al Goldfish River Restaurant. La serata inizia in maniera idilliaca: con la luna piena, mangiamo su di una balconata in riva al Mekong, ogni sorta di pesce, ma prima il vento e poi la pioggia, rovinano l’incanto. Typhoon! urla il proprietario invitandoci ad entrare e preoccupandosi di riparare tutti i suoi beni materiali compresa l’auto che fa’ entrare dopo mille manovre nel bel mezzo del ristorante. Passata la tempesta continua a piovere, e torniamo all’albergo con un motorisciò. L’autista srotola dal tetto una tela incerata per ripararci, con scarsi risultati. Nel bar della hall due grossi e grassi anziani uomini occidentali insieme a due giovani, piccole e magre ragazze cambogiane attirano la nostra attenzione. E’ evidente di quale compagnia si tratta…

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Di buon mattino lasciamo il Mekong per l’affluente Tonlé Sap e l’omonimo lago; la vita su queste sponde diventa più rara e le rive più desolate, e presso Udong vediamo gli ultimi segni di civiltà. All’orizzonte si stagliano, sulle creste montuose, templi bianchissimi che sembrano avere per la loro posizione e grandiosità una rilevante sacralità. Il fiume in questo periodo dell’anno, a causa dell’abbondanza d’acqua, scorre all’indietro verso il bacino lacustre anziché verso il Mekong. All’approssimarsi del lago le coste s’allontano fino a non vedersi più e per un’ora circa sembrerà di navigare in mare aperto. Prima di sbarcare a Phnom Krom il nostro battello riduce la velocità per attraversare questa vera e propria città galleggiante. Qui i bambini non giocano per strada, ma in acqua. I taxi non sono automobili, ma canoe. Le case, la scuola, il piccolo museo, il benzinaio sono edificati su barche o palafitte. Al porticciolo una ressa di persone sbraitano e lottano peri posti migliori e mostrare dei cartoni con i nomi dei clienti, tra cui i nostri. Siamo stupiti, ma il tutto è stato organizzato dalla proprietaria del nostro ultimo albergo, che ha avvertito un amico del nostro arrivo. Ci ritroviamo serviti di mezzi di trasporto e di camere per la notte.

Pochi luoghi al mondo stregano come le rovine, in parte sopraffatte dalla giungla, dei templi di Angkor (antica capitale del regno Khmer), un luogo unico che ammalia e fa’ perdere il senso della realtà. Il tempio di Angkor Wat è riverente, si ha l’impressione di varcare qualcosa di proibito, e il palazzo di pietre sembra una presenza viva. L’incanto è completato dall’armonia della brezza dell’alba e dai suoni arcani della foresta. Ad Angkor Thom si ha, invece, l’impressione di entrare in un sito archeologico appena scoperto per via dei suoi monumenti nascosti nella foresta. Un silenzio tombale aleggia nell’aria umida e i monumenti emergono a fatica dalle radici degli alberi. Giunti al Bayon, i profili dei giganteschi volti impietriti delle facce che lo costituiscono, che s’irradiano tutt’intorno moltiplicandosi infinite volte quasi a voler simboleggiare l’eternità, ci rapiscono. La luce del sole sta per cedere la scena alle ombre della sera e le enormi facce ultraterrene sembrano bisbigliare tra loro in un linguaggio antico e in uno spazio che pare al di là del tempo.
Angkor… La magia è compiuta!

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Adriano Socchi
www.blucomfort.com/adrimavi





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