Nelle campagne di Kampong Chhnang, vicino a Phnom Penh, in Cambogia, si trovano due distretti: Rorka Bphear e Teuk Phos. È qui che trovano spazio dei piccoli villaggi abitati prevalentemente da poverissimi anziani emarginati dalla società. Sono persone come noi, con le stesse nostre caratteristiche fisiche, le stesse emozioni che però hanno vissuto ben più dolore e stanno ancora soffrendo per gli effetti del regime di Pol Pot.

Pol Pot, conosciuto anche con il nome di Saloth Sar, è stato un rivoluzionario, un politico appartenente al Partito Rivoluzionario del Popolo Khmer ma soprattutto un dittatore cambogiano che, durante il periodo di latitanza addestrò reclute e successivamente guidò gli Khmer Rossi, i guerriglieri rivoluzionari della Cambogia, che dopo aver sconfitto il regime di Lon Nol, sostenuto a quei tempi dagli americani, entrarono a Phnom Penh con tanto di carri armati il 17 aprile del 1975, costringendo la popolazione (circa due milioni di persone) a lasciare la città, innescando una delle più grandi migrazioni storiche e rendendo Phnom Penh, così, una città fantasma.

Le atrocità commesse sotto questo regime sono state tante, troppe. L’obiettivo era quello di creare una società agraria completamente autosufficiente, mentre Pol Pot portava avanti il massacro di circa un milione e mezzo di persone (bambini, donne e anziani). Nel giro di quattro anni vennero costruiti campi di sterminio e molte prigioni. Tra le categorie più colpite, oltre ai monaci, furono gli insegnanti: bastava indossare un paio di occhiali per risultare sospetto ed essere associato a uno status intellettuale. I lavori forzati nei campi duravano più di 10 ore al giorno in cambio di scarsissime razioni di cibo. Non mancarono, infatti, i morti a causa della malnutrizione, della fatica e della scarsa igiene e assistenza medica. Un terzo della popolazione cambogiana perse ingiustamente la vita nel periodo tra il 1975 e il 1979, noto, appunto, come genocidio cambogiano.

Sopravvissuti?
Purtroppo gli strascichi di tutta questa sofferenza sono presenti ancora oggi e risiedono come dei fantasmi all’interno di abitazioni quasi completamente dimenticate da tutto il resto della realtà. Molti di questi anziani hanno perso parte della loro famiglia, vivono emarginati e malati, incapaci di prendersi cura di loro stessi. Vivono nella povertà più assoluta, senza possibilità di redenzione, tramandandola di generazione in generazione. Il motivo alla base di tutto è che gli stessi anziani, avendo perso i loro figli, a loro volta sono stati costretti a prendersi cura dei loro nipoti, anch’essi incapaci di pensare a se stessi e di conseguenza agli altri, perché privati di educazione, assistenza sanitaria e istruzione. La povertà è così forte e così presente da svalorizzarli giorno dopo giorno, innescando un vortice di pensieri negativi in cui non riescono a proiettarsi in un futuro roseo.

Camminando sulla strada, tra terra bruciata e cantieri a cielo aperto dove bambini giocano spensieratamente con ciò che trovano lungo il percorso, incontriamo Cheang Vorn. Cheang è una signora di 89 anni. Il suo corpo parla da solo. I continui scossoni fisici e le medicine sbagliate prese nel corso della sua vita le hanno provocato una malattia che la porta a non poter pensare a se stessa.

Neanche un paio di metri dopo si trova Peang Yat di 68 anni, una donna la cui disabilità le blocca l’uso delle braccia e delle mani, impedendole di eseguire qualsiasi lavoro. Non ha nessun fratello o sorella e i genitori sono morti quando era piccola.

In un altro piccolo anfratto di terra e alberi c’è Keo Thol. Keo (tra i 60 e i 70 anni) è nato disabile. I suoi genitori si sono presi cura di lui fino alla loro morte durante il regime di Pol Pot, dopo di che è stato lasciato completamente in balia di sé. La sua unica risorsa è una bicicletta-carrozzina che gli permette di muoversi autonomamente nei dintorni. Per sostenersi aggiusta le biciclette di altre persone anche se il suo guadagno è relativamente basso, se non impercettibile.

Per non parlare di Em Sok. Em è un uomo di 78 anni cieco. Durante il regime di Pol Pot, intorno ai 12 anni ha iniziato a non vedere più bene a causa di un morso di qualche strano animale o forse di un virus e non potendo andare dal medico ha perso completamente l’uso della vista fino da arrivare alla rimozione dei bulbi oculari. La madre si è occupata fino a quando non è venuta a mancare, e da allora Em ha dovuto cavarsela da solo. La sua baracca è essenziale: ci sono un letto e utensili di tutti i tipi sparsi per terra. Nonostante non veda, riesce a cucinare e a lavarsi; i suoi amici e vicini, per quanto possibile, gli danno una mano.

Alla fine di un’altra strada sterrata, invece, si trova Houng Rean. Houng è una donna di 69 anni detta “la pazza” anche se non denota nessun sintomo di patologie psichiatriche. Ha subito delle gravi perdite come quella del marito ucciso durante il regime di Pol Pot seguita da quelle di tutti i suoi figli. Il dolore straziante l’ha portata a buttarsi nell’alcol, tuttavia è in fase di recupero anche se il suo fisico inizia a cedere. Inoltre una brutta bruciatura fa capolino sulla sua coscia destra a causa di un incidente avvenuto con l’acqua bollente. È dolce e triste, i suoi occhi parlano più di quanto si potrebbe immaginare.

Sono tutte persone che hanno sofferto e stanno soffrendo, non sono comuni poveri che ricorrono all’elemosina per un guadagno facile, la loro unica e magra consolazione è quella di poter avere compagnia, qualcuno che li supporti e che li aiuti a sopravvivere con quel poco di cibo sufficiente, un’istruzione e assistenza sanitaria di base.

Il lavoro delle ONG
Queste persone, la cui fiamma della speranza non è mai sparita, hanno tutti come comune denominatore Maria Thyda Rath. Maria è una donna cambogiana forte e dai solidi principi, con alle spalle un passato da contabile in una delle principali società del Paese oltre che in diverse organizzazioni internazionali non governative e locali. Ha notevoli specializzazioni nel campo della gestione finanziaria delle imprese, delle risorse umane e in campo di assistenza alle ONG internazionali. Insieme al marito rappresenta una risorsa straordinaria per le organizzazioni e nel tempo ha proposto soluzioni innovative e ottimi progetti, sviluppando una forte convinzione: restituire la dignità, migliorando la qualità della vita di questi anziani con rispetto e amore.

Incappare nella loro conoscenza, le ha dato una spinta rivoluzionaria tanto da fondare lei stessa una ONG che ha voluto chiamare “New Day New Life”. Anche grazie alle iniziali e generose donazioni da parte di amici, ha potuto mandare pacchi su pacchi indirizzati ad almeno 20 persone all’interno di questi distretti, sviluppando così, una vera e propria comunità dedita all’aiuto reciproco, all’informazione sull’igiene e all’incremento di mezzi di sussistenza.

Il progetto si divide in quattro punti:
Feeding: dedicato alla distribuzione del cibo (riso, cibi secchi, etc.).
Community: specializzato nella costruzione delle case per la comunità, nel sostentamento degli stessi anziani e nella fornitura di un’assistenza medica adeguata.
Early Prevention: rivolto ai bambini, perlopiù nipoti di questi anziani, lasciati allo sbando e incapaci di pensare a loro stessi.
Business As Mission: focalizzato sui profitti e sulle donazioni che hanno permesso di creare i primi tre punti del progetto.

“New Day New Life” si occupa, quindi, di risolvere e risanare i bisogni insoddisfatti di questi poveri che vivono nelle remote aree della Cambogia. Una nazione che non ha molti programmi incentrati sul benessere degli anziani. Spesso ci si dimentica che alla fine del nostro percorso, quando si invecchia, si torna ad essere bambini con le stesse esigenze se non maggiori. Queste persone sono passate nel dimenticatoio o forse lo sono sempre state.

 

Testo a cura di Anna Elisa Sida
Foto Matteo Maimone
www.nutshelltravel.org





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