Il pianeta come un immenso viavai, come è sempre stato e sempre sarà, malgrado l’opposizione fuori dalla storia di chi pretende di fermare questo processo millenario innalzando muri o con la pretesa di chiudere porti. L’umanità è in cammino e segue un’intricata rete di direzioni, soggette a cambiamenti storici e culturali immensi.
Prendiamo l’emigrazione italiana: in seguito all’unità della nazione, conseguita nel 1861, per tutto il resto del XIX secolo un’immensa massa di persone si è spostata verso le Americhe, ammontando in totale a quasi venti milioni di italiani mai più tornati in patria.
Un fenomeno che da allora – restando all’Italia – ha conosciuto un movimento oscillante; la fuga dal Paese è ripresa nel secondo Dopoguerra, riguardando soprattutto il Mezzogiorno, per placarsi negli anni successivi al boom economico, con l’onda lunga che si è protratta alla fine del millennio. Ma è nuovamente ripartita negli ultimi quindici anni, con i dati che fotografano impietosamente come una larga fetta di italiani, soprattutto tra i più giovani, scelga di tentare la fortuna all’estero: secondo l’AIRE (Anagarafe italiani residenti all’estero) tra il 2006 e il 2017 è stato registrato un incremento di espatri pari al 60%.

Al livello di emigrazione internazionale, come ben sappiamo dalle nostre parti, se ne aggiunge uno ulteriore, intra-nazionale. È uno spostamento di persone che avviene all’interno dei nostri confini, e se dovessimo sintetizzare questo movimento basterebbe una grande freccia che indica un’unica direzione, rigorosamente a nord. Proprio come una bussola, la migrazione interna italiana è pressoché unidirezionale, riguardando migliaia di cittadini che negli anni hanno lasciato le regioni del sud per spostarsi verso Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna. Per ragioni che riguardano il lavoro, ma anche la formazione universitaria.
È così accaduto che ampie aree del Paese si siano svuotate. Tra la Calabria e la Basilicata, interi paesi sono diventati – o stanno diventando – borghi fantasma. Altrove, la presenza di un’intera generazione è stata praticamente dimezzata; basta leggere i rapporti periodici dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno: dal sud al nord emigrano circa 157mila studenti all’anno (dati del 2018), dando vita alla cosiddetta “migrazione intellettuale”.

Se questo è il contesto generale, discende una difficoltà sempre maggiore per chi sceglie di restare nel proprio luogo d’origine. Con un paradosso significativo, ovvero assistendo all’arrivo di persone da contesti globali incredibilmente più sofferenti del nostro – e qui torniamo al principio di questo articolo, all’intricata matassa di movimenti che riguarda l’umanità. Proprio a partire da queste osservazioni, l’antropologo calabrese Vito Teti ha coniato l’espressione-concetto di “restanza”, un rimando alle parole “erranza” e “lontananza”. Non pigrizia, né per così dire “resistenza passiva” o tantomeno rassegnata: bensì un atteggiamento attivo, certamente faticoso, da praticare nella quotidianità, lavorando a una ridefinizione continua dell’ambiente, recuperando il paesaggio in relazione alla presenza dell’uomo.

Nelle parole di Teti, autore di numerosi saggi e titolare della cattedra di Antropologia Culturale all’università della Calabria, ecco il significato di “restanza”: «Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza: dev’essere considerato un fatto di coraggio. Una volta c’era il sacrificio dell’emigrante e adesso c’è il sacrificio di chi resta. Una novità rispetto al passato, perché una volta si partiva per necessità ma c’era anche una tendenza a fuggire da un ambiente considerato ostile, chiuso, senza opportunità. L’etica della restanza è vista anche come una scommessa, una disponibilità a mettersi in gioco». Se partiamo dalla considerazione che per un antropologo la dimensione del viaggio e della spedizione oltreconfine è un assunto-base, il cambiamento di prospettiva suggerito da Teti ha un sapore quasi copernicano.

Restanza, dunque. Un lavoro complesso, una sfida colma di fascino che necessità di osservazione, sensibilità, apertura intellettuale. Una filosofia di vita da poter esercitare nella propria area d’origine, impegnandosi politicamente e socialmente facendo, ad esempio, della ruralità e dell’agricoltura un punto di forza. Storie di vita che certificano questa possibilità di tornare alla terra e di farlo in maniera innovativa, in un’ottica che guarda al futuro, si ritrovano nel documentario Vado Verso Dove Vengo che racconta le realtà di chi prova a cambiare le cose nel luogo in cui è nato. Il documentario si concentra sulla Basilicata ma si fa universale dal momento che il 60% del territorio nazionale vive un disagio insediativo. Il progressivo stato di abbandono è visibile soprattutto nell’entroterra e ci saranno sempre più paesi fantasma se non si riesce a capovolgere il paradigma progressista industrialista urbano-centrico e a interagire con le storie di vita e di piccole utopie, che esistono e resistono nei piccoli paesi.

La restanza, prosegue Teti – che ha raccolto le sue riflessioni sull’argomento nel libro Pietre di pane, uscito per la casa editrice Quodlibet – «comporta riscoprire la bellezza della sosta, della lentezza, del silenzio, di un complesso e faticoso raccoglimento, stare insieme». Questo concetto, ancora relativamente giovane, si sta facendo strada e inizia a ottenere riconoscimenti. Come quello dell’associazione I.TA.CÀ-Migranti e viaggiatori, una sigla che raccoglie tre organizzazioni per la cooperazione internazionale, coinvolgendo oltre 700 realtà locali e internazionali. Tra gli eventi promossi dall’associazione, il più importante è il Festival del Turismo responsabile, giunto nel 2019 alla sua settima edizione dedicando il tema-cardine proprio alla restanza. In questa ottica, il Festival – partito ad aprile ma con una serie di iniziative che si protrarranno per tutto l’anno – toccherà diverse città e zone d’Italia, da vivere secondo l’etica della restanza. La prima tappa, dall’alto valore simbolico, si è tenuta ai Monti Sibillini, una zona colpita dai terremoti del 2016: territori lacerati, dove chi sceglie di restare combatte una complicata lotta quotidiana contro burocrazie e ritardi, e dove lo stare insieme, tentando uno sforzo collettivo, può rappresentare l’unica speranza per combattere lo spopolamento. «La Restanza è per noi una riflessione collettiva e necessariamente aperta su come abitare le terre colpite dal sisma, contro abbandono e spopolamento delle aree interne dell’Appennino. Riscoperta di memorie e tradizioni perdute per strada, comunità inclusive che si prendono cura l’una dell’altra, messa in discussione dei modelli di sviluppo ostili e calati dall’alto, identità interrotte da recuperare, territorio come bene ma anche come responsabilità comune, centralità e tutela del patrimonio naturalistico, rivendicazione di servizi negati o perduti», hanno spiegato gli organizzatori del Festival.

Di sicuro il futuro dell’umanità sarà fatto ancora di cammini e spostamenti, di accoglienza e di partenza. L’etica della restanza non promette una rivoluzione, ma di costruire ponti, o se preferite di erigere zone di accoglienza verticale e orizzontale – caminetti o luoghi di ristoro da offrire ai viandanti al posto di barriere che rivelano debolezze e incapacità al confronto. Al contempo, è una strategia che può consentire il recupero di interi luoghi altrimenti svuotati. Non è un caso se è stato Vito Teti il relatore della conferenza universitaria che qualche tempo fa ha ospitato l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano all’Università La Sapienza di Roma. «Restare, allora, non è uno slogan né un proclama. Si può affermare un’utopia delle piccole cose che richiede pazienza e cura, circospezione e tenacia, attenzione e apertura, senso di responsabilità e discorsi di verità che non ammettono illusioni», scrive Teti, e chissà se dietro le “piccole cose” da lui indicate non ci sia invece una via per risolvere quelle più grandi.





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