Un grattacielo antisismico di 21 piani, ciascuno dei quali ruotato di 4,5 gradi rispetto a quello inferiore creando una doppia elica, raccolta dell’acqua piovana, pannelli fotovoltaici, giardini verticali. Ecco come si presenta la torre Tao Zhu Yin Yaun, progettata da Vincent Callebaut e in fase di ultimazione a Taipei, capitale de Taiwan.

Lo scopo di questa architettura è di creare una struttura che sia in grado di autosufficiente sia sul lato termico che su quello energetico, e non solo. Materiali, strutture e tecnologie impiegate mirano inoltre ad assorbire la CO2 della città, con l’intento di diminuire gli effetti che l’inquinamento genera a livello locale e globale.

Per raggiungere questo obiettivo ci viene incontro uno strumento della natura, in questo caso le piante. Di importanza primaria è l’uso dei giardini verticali e del parco attorno all’edificio, che se selezionate potranno assorbire una buona parte di anidride carbonica. La quantità di verde si aggirerà sulle 13mila piante, una vera e propria riforestazione urbana, che potenzialmente potranno assimilare 130 tonnellate di CO2 l’anno e offriranno riparo dalla calura, protezione termica agli appartamenti oltre che abbassare l’inquinamento acustico.
Per avere un termine di paragone secondo l’Agenzia internazionale per l’energia nel 2014 Taiwan ha prodotto oltre 250 milioni di tonnellate di CO2. Alla luce di questi dati pare chiaro come l’ideale sarebbe di popolare le nostre città di opere lungimiranti che abbraccino questo spirito.

Il progettista Vincent Callebaut di origini belghe ha una visione chiara e netta riguardo la progettazione che deve caratterizzare il futuro che ormai è l’oggi: nel 2050 saremo 9 milioni di esseri umani sul nostro pianeta blu, e l’80% della popolazione mondiale vivrà in megalopoli. È tempo di agire contro i cambiamenti climatici, di inventare nuovi stili di vita eco-responsabili e di integrare la natura nelle nostre città. Non è una tendenza. È una necessità!

Non possiamo che essere in accordo con questo pensiero e sperare che non rimangano opere avveniristiche e belle da vedere, ma che si colga l’animo intrinsecamente utile e necessario per una permanenza dignitosa su questo pianeta che osiamo definire casa, salvo poi trattarla da ecocentro.





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