Ogni anno in California è peggio. La stagione degli incendi si prolunga, le fiamme fanno sempre più paura, le zone colpite da blackout si allargano, la qualità dell’aria peggiora. C’è chi ha dovuto abbandonare la propria casa, chi l’ha dovuta abbandonare più volte e chi non l’ha più ritrovata. I cambiamenti climatici, una popolazione sempre crescente, la gente che si trasferisce in zone boschive e pericolose per pagare di meno, i pali della luce in bellavista che non ci vuole niente a una scintilla per innescare l’incendio.

L’ottimismo ha sempre guidato questo stato: infinita terra, infinite risorse, infinite possibilità. “Vai ad ovest, giovane uomo, e cresci insieme al paese”, diceva a metà dell’Ottocento Horace Greeley, giornalista che incoraggiava i giovani a lasciare l’East Cost, troppo urbanizzata e densa, per andare verso ovest a trovare se stessi.  La California allora era uno stato giovane dalle grandi speranze, con terre fertili, scarsa popolazione, vita semplice e selvaggia. Ora la natura ricorda a tutti che la speranza non è infinita.

Probabilmente il periodo d’oro è stato il Dopoguerra: una casetta con piscina per tutti, lavoro, organizzazioni e legislazione per proteggere mare e costa, ambiente e qualità di vita. Nel 1950 era possibile prendere interi lotti agricoli e trasformarli in mille, diecimila, ventimila case. Aranceti, campi di fave, piantagioni di limoni. Sempre più gente, sempre più tecnologia, sempre più crescita.

Ma la crescita non dura in eterno. In 150 anni in California sono diventati troppi, con troppi ricchi-ricchi e con troppi poveri-poveri. Il ceto medio si è sgretolato. Le terre sono finite e l’acqua pure. Oggi tutto costa troppo. Uber, Apple e Facebook la rendono tra le più importanti economie del mondo, ma c’è anche una vasta umanità di senza tetto e contro gli incendi la soluzione più low cost e low tech del mondo: spegnere le luci!

Ciò significa che non ci sono soluzioni fattibili. Ecco perché la California continua a bruciare.





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