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Mai avremmo voluto prendere atto di questa triste realtà, eppure dobbiamo constatare che – lentamente, ma inesorabilmente – ci avviamo verso il primo compleanno della legge 49/2006. Nonostante un passaggio elettorale che ha visto l’avvicendarsi dei partiti al governo, nulla o quasi è cambiato da quel 28 febbraio, data in cui la legge entrava in vigore.

Dopo mesi di promesse, annunci (tanto eclatanti quanto demagogici) e sterili polemiche, il quadro è rimasto sostanzialmente immutato: la legge voluta e ottenuta da Berlusconi, Fini e Giovanardi continua, in tutta la sua contraddittorietà, a essere applicata con la consueta discontinuità e l’ordinaria ingiustizia.

A conferma di ciò e dell’intenzione di non voler apportare modifiche significative, si registra il tanto discusso decreto voluto dal Ministro Turco (che raddoppia il limite quantitativo di principio attivo per i derivati della cannabis, oltre il quale si incorre nel reato penale).

A fronte dei numerosi commenti (entusiastici da parte di alcuni, allarmistici da parte di altri), ci siamo trovati a dire che in realtà c’è ben poco da festeggiare e altrettanto poco per cui allarmarsi, pur avendo ben presente che questa cura rischia di rivelarsi peggiore del male.

Il Ministro ha agito, seppure in maniera unilaterale e arbitraria, esercitando le proprie prerogative nel pieno rispetto delle proprie competenze. Purtuttavia la sua azione è risultata debole e controproducente perché priva sia di un sufficiente supporto scientifico, sia del necessario coraggio politico.

Ed è proprio l’incapacità di assumere un’iniziativa coraggiosa che ha reso evidente la rassegnata accettazione dell’impostazione data a questa legge dal centrodestra.

Chi afferma che il provvedimento della Turco va nel senso indicato dal programma dell’Unione mente o commette un errore grossolano: non si tratta infatti che della regolare applicazione di quanto previsto dall’attuale normativa. Certo, se il Ministro avesse inteso, attraverso lo strumento del decreto ministeriale, minare le basi della recente riforma, avrebbe potuto farlo.

Sarebbe stato sufficiente spostare qualche virgola sui massimali relativi a tutte le sostanze, mutandone l’ordine di grandezza, e le tabelle sarebbero state, di fatto, annullate. Un atto come questo – non fondato su una misurazione tecnico-scientifica del fenomeno, ma su una precisa valutazione di carattere squisitamente politico – avrebbe quantomeno creato le condizioni per agire immediatamente attraverso un provvedimento più complessivo e organico. Ma ciò non è stato (e forse non poteva essere). Per questo il timido tentativo che al suo posto è stato messo in atto si è rivelato così vulnerabile, per poi cadere sotto il “fuoco amico” ulivista in Commissione Sanità del Senato.

Sempre dal Senato, è giunta l’ennesima conferma delle reali intenzioni dei parlamentari dell’Unione. È dei senatori Finocchiaro e Marino (rispettivamente, presidente del gruppo dell’Ulivo e presidente della commissione Sanità) la proposta di istituire una commissione bicamerale congiunta Sanità/Affari Sociali allo scopo di realizzare un’indagine conoscitiva in grado di «verificare lo stato di attuazione della legislazione attuale, i risultati ottenuti e gli eventuali problemi legati all’applicazione». Posto che, se l’esigenza fosse realmente di carattere conoscitivo, si avrebbe solo l’imbarazzo della scelta (tanti sono gli studi già realizzati da autorevolissimi istituti in questo campo), preoccupa la stima dei tempi previsti per tale, pachidermica, operazione: sei-otto mesi di indagini dopo i quali si avvierà un “eventuale” dibattito per la revisione della legge attualmente in vigore.

Si pone, a questo punto, una doverosa questione di coerenza, soprattutto per chi – oltre a ricordare quanto efficacemente espresso dalla stessa senatrice Finocchiaro dai banchi dell’allora opposizione, in sede di dibattito parlamentare, nel votare contro il cosiddetto decreto Olimpiadi – abbia ancora presente quanto contenuto nel programma dell’Unione. Se si ritiene di aver bisogno di verificare i risultati prodotti dalla nuova normativa, evidentemente si contempla la possibilità, pur remota, che questa possa aver portato un miglioramento rispetto alla situazione precedente. Personalmente, riterrei di poterlo escludere, ma se si è tanto possibilisti rispetto a questo provvedimento, perché – proprio all’indomani della sua approvazione – si è scelto di scrivere nel programma che si andava a presentare agli elettori, in modo così risoluto e definitivo che «il decreto legge del governo sulle tossicodipendenze deve essere abrogato»? È stata pura e semplice propaganda allora, o si tratta di un ripensamento maturato solo oggi? In entrambi i casi, colpevolmente o dolosamente, si tradisce la fiducia ottenuta dall’elettorato e non se ne rispetta la volontà.

L’istituzione della commissione bicamerale sposterebbe ulteriormente in avanti la prospettiva, evocata dal Ministro della Solidarietà sociale, di giungere in tempi “brevi” alla presentazione del suo sospirato disegno di legge. Dopo averlo annunciato già dal 26 giugno scorso e poi rimandato alla fine di settembre, Ferrero ha preferito in seguito non impegnarsi su una data certa perché – parole sue – farlo sarebbe “sciocco”. In ogni caso, ha lasciato intendere che non dovremmo aspettarci granché fino almeno alla prossima primavera. Non dimentichiamo che si parla di ddl, quindi questa data rappresenterebbe soltanto il punto di inizio del cammino parlamentare della nuova legge.

I nostri ripetuti appelli affinché si provvedesse subito, attraverso un decreto legge (di immediata attuazione), ad arginare una situazione non più governabile sono rimasti finora inascoltati. Al tempo stesso nessuno dei potenziali interlocutori ha voluto accettare il nostro invito a confrontarsi su possibili soluzioni alternative, in grado di risolvere in modo ragionevole almeno gli aspetti più urgenti della problematica situazione che ci troviamo ad affrontare. Non ci diamo per vinti, tuttavia va detto che questo proposito non sembra essere al centro degli interessi di molti tra coloro che, a vario titolo, si occupano di questa delicata materia. Tra questi, alcuni hanno fatto ormai dell’antiproibizionismo una professione e, mentre si affannano a organizzare comizi e manifestazioni, colgono i frutti della loro accondiscendenza nei confronti di chi – cinicamente – utilizza il poderoso strumento di controllo sociale rappresentato da questa legge come merce di scambio nei corridoi dei palazzi.

Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it





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