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Bunna: «Il mio primo Rototom con gli Africa Unite»

La testimonianza del fondatore degli Africa Unite che il festival lo ha visto nascere, emigrare e crescere

Bunna al Rototom
Parlare del Rototom Sunsplash non è parlare solamente di un festival musicale, il Rototom Sunsplash, sin dalle sue prime edizioni ha voluto essere qualcosa di più. Il fatto di diffondere la cultura della tolleranza e del rispetto, non è mai stato secondario alla musica.

Noi, come Africa Unite ci suonammo già nella prima edizione, che si è tenuta nel parchetto di una discoteca nella provincia di Pordenone, a Gaio di Spilimbergo, per l’esattezza. Conoscere gli organizzatori ci ha permesso, sin dalla prima ora, di capire la loro attitudine e il loro progetto che nella loro testa era già chiaro e definito negli intenti: si percepiva la volontà di creare qualcosa per la gente, in modo assolutamente autonomo, indipendente senza dover “elemosinare” risorse a istituzioni che, in qualche modo, avrebbero voluto avere un ritorno.

Sono sempre stato colpito, poi, dall’organizzazione del lavoro in modo “famigliare” dove ognuno, una volta stabiliti gli obbiettivi, si occupava del proprio compito in modo autonomo, conscio del fatto che stesse facendo un lavoro per la sua comunità che, a sua volta, aveva ben chiara la sua mission: quella di propagandare la cultura del reggae e tutta quella “One Love philosophy” che Marley, in primis, ci aveva insegnato attraverso le sue canzoni.

Negli anni, il festival, man mano che cresceva la sua popolarità e il suo pubblico, ha sempre cercato location più capienti che permettessero ai frequentatori di trovare una situazione comoda sotto tutti i punti di vista, dall’ospitalità del campeggio alla qualità tecnica degli impianti sonori. Questa volontà di migliorarsi sempre, edizione dopo edizione, è stata secondo me una dei motivi del grande successo e incremento di pubblico che il Rototom Sunsplah ha visto negli anni.

Il dispiacere è stato grande quando abbiamo dovuto assistere ad un boicottaggio pazzesco da parte della politica italiana. Con l’approvazione nel 2006 della legge Fini-Giovanardi (dichiarata incostituzionale nel 2014) sono riusciti a definire illegale un festival interamente dedito alla propaganda di una cultura positiva. Tutto questo perché tollerare l’uso di sostanze stupefacenti, come la cannabis, all’interno di spazi destinati ad attività culturali e di svago da quel momento costituiva reato.

Gli organizzatori, e in modo particolare Filippo Giunta, hanno dovuto difendersi in tutti i modi dalla possibilità di scontare una pena di 10 anni di galera.
Assurdo! Tutte queste vicissitudini e bastoni tra le ruote hanno fatto sì che nel 2010 il festival “scappasse” dall’Italia perché continuamente e ingiustamente perseguitato.

La Spagna, nuova sede del Rototom Sunsplash, ha accolto a braccia aperte questo progetto portatore di cultura ed economia che si è attestato tra le kermesse legate alla reggae music più grandi, se non la più grande al mondo.

Tutte le volte che con gli Africa Unite abbiamo suonato alle edizioni spagnole siamo stati sempre felicemente sorpresi nel percepire la stessa attitudine originaria che avevamo scoperto nei primi anni a Gaio di Spilimbergo.
I principi e i valori che guidavano, sin dall’inizio, l’azione del Rototom Sunsplash, la difesa della pace, dell’ambiente, dei diritti umani e dello sviluppo sostenibile sono rimasti invariati nel tempo.

Festival come questo ci danno speranza e ci fanno pensare che, aldilà di tutto, un altro mondo è possibile!
Lunga vita al Rototom Sunsplash!

TG DV


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